L'intervista

Giovanni Ziccardi: «Se a pungere è uno sciame digitale»

Dallo scemo del villaggio ai leoni da tastiera, così il web ha rimosso i nostri freni inibitori
Marco Ortelli
13.09.2026 19:00

C’era una volta lo «scemo del villaggio» o il frequentatore molesto del bar. Figure isolate che il buonsenso collettivo zittiva con un secco «Ma tas ti, stùpid!» («Taci, stupido»). Oggi quei confini sono saltati: l’odio online non nasce con Internet, ma il web lo ha amplificato su scala globale. Per capire come le piattaforme digitali alimentino - come accaduto recentemente a Greta Gysin quando ha annunciato la sua candidatura al Consiglio di Stato - aggressività e conflitti, abbiamo intervistato Giovanni Ziccardi, professore di Informatica giuridica all’Università di Milano.

Partiamo dall’identikit: chi è davvero il cosiddetto «leone da tastiera»?
«Diffiderei innanzitutto dall’idea che esista un profilo preciso. Il «leone da tastiera» non è necessariamente un individuo marginale, frustrato o problematico. Può essere una persona assolutamente normale che, inserita in determinate condizioni tecnologiche e sociali, agisce online come non si comporterebbe mai offline. Abbiamo superato la figura caricaturale dell’anonimo chiuso in stanza: oggi vedo persone che insultano usando nome, cognome, fotografia e perfino il logo aziendale. L’identikit è situazionale: distanza dalla vittima, percezione di impunità e gratificazione immediata da like. Parliamo di un comportamento che certe architetture digitali rendono più facile. Il problema riguarda gli ambienti digitali che abbiamo costruito, non solo certe persone».

Che cosa ci succede quando mettiamo una tastiera tra noi e l’altro?
«Succede qualcosa di molto semplice e molto potente: scompaiono una serie di freni sociali. Nella comunicazione vis-à-vis vediamo subito le conseguenze delle nostre parole: l’espressione dell’altro, il silenzio e la sofferenza generano autocontrollo. Davanti a uno schermo questi segnali sono enormemente ridotti. Oltre all’effetto di disinibizione online, assistiamo a una vera disintermediazione emotiva - ovvero all’azzeramento di quel filtro empatico che normalmente ci fa immedesimare negli altri - perché la tastiera elimina una parte dell’esperienza morale dell’incontro. Io scrivo «sei un idiota» e magari dopo tre secondi sto guardando un video di cucina. Per me l’azione è durata pochissimo; per chi riceve centinaia di messaggi analoghi, l’impatto dura giorni. C’è un’enorme asimmetria tra il costo irrisorio dell’aggressione e quello altissimo della sua ricezione».

Dove passa il confine tra una critica dura e la violenza verbale?
«La critica contesta un comportamento, un’idea o una decisione; la violenza verbale tende a degradare la persona. Dire a un politico che una proposta è irresponsabile è una critica dura; ricorrere a insulti sessisti o disumanizzazione significa entrare in un’altra dimensione. Socialmente abbiamo commesso l’errore di normalizzare l’aggressività facendola rientrare nel «sono solo parole». Ma le parole sono azioni sociali capaci di intimidire ed espellere qualcuno da una conversazione, alterare la reputazione, produrre paura».

Che cosa accade psicologicamente quando entriamo in un «branco digitale»?
«Si verifica una forte diluizione della responsabilità individuale. Se aggiungo il mio commento a tremila insulti già presenti, la mia azione sembra pesare meno. Più che di «branco», preferisco però parlare di «sciame digitale»: migliaia di persone non coordinate che convergono sullo stesso bersaglio sollecitate dagli algoritmi. I segnali quantitativi come i like vengono interpretati dal nostro cervello come una legittimazione sociale. Un commento aggressivo riceve interazioni, ottiene maggiore visibilità e genera risposte in una spirale continua».

Se fossimo costretti a guardare negli occhi chi riceve l’insulto, cambieremmo atteggiamento?
«Nella maggior parte dei casi sì, perché lo sguardo restituisce all’altro la sua presenza umana. Negli ambienti digitali l’altro viene ridotto a un avatar o a una categoria politica e sociale, rendendo l’attacco psicologicamente più semplice, e quando una persona diventa una categoria - «il giornalista», «la femminista», «il politico», «il tifoso», «l’immigrato», «il professore» - diventa psicologicamente molto più semplice aggredirla. Poiché l’architettura delle piattaforme non è neutrale ma modella il comportamento, sarebbe interessante progettare interfacce con piccole forme di frizione: introdurre avvisi prima dell’invio - «Vuoi davvero pubblicare questo messaggio?» - o rallentare la partecipazione a valanghe di commenti ostili contro un singolo individuo».

Quando moderare è tutela e quando rischia di diventare censura?
«Moderare non significa censurare. Una pagina o un forum non sono piazze pubbliche senza regole, ma spazi in cui si esercita una responsabilità editoriale. Eliminare un commento che critica l’operato politico comprime il pluralismo; rimuovere minacce, insulti e molestie tutela le condizioni svelte della discussione. In una comunità non moderata non prevale la libertà, ma chi è più aggressivo, spingendo le persone ragionevoli a ritirarsi. Moderare non riduce la libertà di parola, ma la redistribuisce».

Con l’intelligenza artificiale, come cambierà questo scenario?
«Stiamo affrontando il passaggio dall’odio artigianale all’odio industriale. Con l’IA generativa l’aggressione si automatizza a costo marginale zero tramite bot capaci di produrre commenti personalizzati, deepfake e analisi delle vulnerabilità. Strumenti automatizzati potranno essere usati per campagne coordinate contro giornalisti, politici e attivisti. Il rischio non è soltanto che l’IA produca più insulti. Il rischio maggiore è che non sappiamo più se dietro mille persone arrabbiate ci siano davvero mille persone».

In conclusione: il leone da tastiera è sempre «l’altro» o ognuno di noi potrebbe diventarlo?
«Questa, secondo me, è la domanda fondamentale. Pensarsi diversi è la risposta rassicurante ma sbagliata. La violenza digitale nasce spesso da persone ordinarie in contesti che abbattono i freni sociali. Il vero antidoto non è dire: «Io non sono come loro». È domandarsi: in quali condizioni potrei diventare anch’io come loro? Prima di pubblicare dovremmo porci due domande: lo direi nello stesso modo se la persona fosse seduta davanti a me? E sto criticando ciò che la persona ha fatto o sto cercando di umiliarla? La civiltà digitale comincia da questa fondamentale distinzione. Perché il contrario del leone da tastiera non è una persona che non si arrabbia e non critica. È una persona capace di criticare duramente senza dimenticare che dall’altra parte dello schermo c’è ancora un essere umano».

Un caso per due: La «politica» nostrana e il «giornalista» TV

Giovanni Ziccardi, ordinario di Filosofia del Diritto (Informatica Giuridica), Università degli Studi di Milano
Giovanni Ziccardi, ordinario di Filosofia del Diritto (Informatica Giuridica), Università degli Studi di Milano

Greta Gysin e l’odio strutturale
«In questo caso vediamo un odio che precede quasi la persona: essere donna, essere esposta pubblicamente, fare politica e assumere posizioni riconoscibili sono caratteristiche che possono attirare aggressività. Non si contesta più soltanto ciò che una persona dice: si attaccano identità, corpo, genere e legittimità stessa della presenza nello spazio pubblico. È questa la dimensione che definirei dell’odio strutturale».

Alessandro Vescini e l’errore virale
«Il caso del giornalista è quasi opposto. Un’incertezza, durante un contributo prepartita trasmessa per errore dalla regia di DAZN, viene estratta dal contesto, replicata migliaia di volte e trasformata in un fenomeno virale. Un errore di pochi secondi può finire per definire l’identità pubblica di una persona per giorni. Il problema, quindi, non è che online siamo diventati più cattivi. È che abbiamo costruito delle infrastrutture capaci di moltiplicare e rendere visibile la cattiveria».

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