Giovanni Ziccardi: «Se a pungere è uno sciame digitale»

C’era una volta lo «scemo del villaggio» o il frequentatore molesto del bar. Figure isolate che il buonsenso collettivo zittiva con un secco «Ma tas ti, stùpid!» («Taci, stupido»). Oggi quei confini sono saltati: l’odio online non nasce con Internet, ma il web lo ha amplificato su scala globale. Per capire come le piattaforme digitali alimentino - come accaduto recentemente a Greta Gysin quando ha annunciato la sua candidatura al Consiglio di Stato - aggressività e conflitti, abbiamo intervistato Giovanni Ziccardi, professore di Informatica giuridica all’Università di Milano.
Partiamo
dall’identikit: chi è davvero il cosiddetto «leone da tastiera»?
«Diffiderei
innanzitutto dall’idea che esista un profilo preciso. Il «leone da tastiera»
non è necessariamente un individuo marginale, frustrato o problematico. Può
essere una persona assolutamente normale che, inserita in determinate
condizioni tecnologiche e sociali, agisce online come non si comporterebbe mai
offline. Abbiamo superato la figura caricaturale dell’anonimo chiuso in stanza:
oggi vedo persone che insultano usando nome, cognome, fotografia e perfino il
logo aziendale. L’identikit è situazionale: distanza dalla vittima, percezione
di impunità e gratificazione immediata da like. Parliamo di un comportamento
che certe architetture digitali rendono più facile. Il problema riguarda gli
ambienti digitali che abbiamo costruito, non solo certe persone».
Che cosa ci
succede quando mettiamo una tastiera tra noi e l’altro?
«Succede qualcosa
di molto semplice e molto potente: scompaiono una serie di freni sociali. Nella
comunicazione vis-à-vis vediamo subito le conseguenze delle nostre parole:
l’espressione dell’altro, il silenzio e la sofferenza generano autocontrollo.
Davanti a uno schermo questi segnali sono enormemente ridotti. Oltre
all’effetto di disinibizione online, assistiamo a una vera disintermediazione
emotiva - ovvero all’azzeramento di quel filtro empatico che normalmente ci fa
immedesimare negli altri - perché la tastiera elimina una parte dell’esperienza
morale dell’incontro. Io scrivo «sei un idiota» e magari dopo tre secondi sto
guardando un video di cucina. Per me l’azione è durata pochissimo; per chi
riceve centinaia di messaggi analoghi, l’impatto dura giorni. C’è un’enorme
asimmetria tra il costo irrisorio dell’aggressione e quello altissimo della sua
ricezione».
Dove passa il
confine tra una critica dura e la violenza verbale?
«La critica
contesta un comportamento, un’idea o una decisione; la violenza verbale tende a
degradare la persona. Dire a un politico che una proposta è irresponsabile è
una critica dura; ricorrere a insulti sessisti o disumanizzazione significa
entrare in un’altra dimensione. Socialmente abbiamo commesso l’errore di
normalizzare l’aggressività facendola rientrare nel «sono solo parole». Ma le
parole sono azioni sociali capaci di intimidire ed espellere qualcuno da una
conversazione, alterare la reputazione, produrre paura».
Che cosa accade
psicologicamente quando entriamo in un «branco digitale»?
«Si verifica una
forte diluizione della responsabilità individuale. Se aggiungo il mio commento
a tremila insulti già presenti, la mia azione sembra pesare meno. Più che di
«branco», preferisco però parlare di «sciame digitale»: migliaia di persone non
coordinate che convergono sullo stesso bersaglio sollecitate dagli algoritmi. I
segnali quantitativi come i like vengono interpretati dal nostro cervello come
una legittimazione sociale. Un commento aggressivo riceve interazioni, ottiene
maggiore visibilità e genera risposte in una spirale continua».
Se fossimo
costretti a guardare negli occhi chi riceve l’insulto, cambieremmo
atteggiamento?
«Nella maggior
parte dei casi sì, perché lo sguardo restituisce all’altro la sua presenza
umana. Negli ambienti digitali l’altro viene ridotto a un avatar o a una
categoria politica e sociale, rendendo l’attacco psicologicamente più semplice,
e quando una persona diventa una categoria - «il giornalista», «la femminista»,
«il politico», «il tifoso», «l’immigrato», «il professore» - diventa
psicologicamente molto più semplice aggredirla. Poiché l’architettura delle
piattaforme non è neutrale ma modella il comportamento, sarebbe interessante
progettare interfacce con piccole forme di frizione: introdurre avvisi prima
dell’invio - «Vuoi davvero pubblicare questo messaggio?» - o rallentare la
partecipazione a valanghe di commenti ostili contro un singolo individuo».
Quando moderare è
tutela e quando rischia di diventare censura?
«Moderare non
significa censurare. Una pagina o un forum non sono piazze pubbliche senza
regole, ma spazi in cui si esercita una responsabilità editoriale. Eliminare un
commento che critica l’operato politico comprime il pluralismo; rimuovere
minacce, insulti e molestie tutela le condizioni svelte della discussione. In
una comunità non moderata non prevale la libertà, ma chi è più aggressivo,
spingendo le persone ragionevoli a ritirarsi. Moderare non riduce la libertà di
parola, ma la redistribuisce».
Con l’intelligenza
artificiale, come cambierà questo scenario?
«Stiamo
affrontando il passaggio dall’odio artigianale all’odio industriale. Con l’IA
generativa l’aggressione si automatizza a costo marginale zero tramite bot
capaci di produrre commenti personalizzati, deepfake e analisi delle
vulnerabilità. Strumenti automatizzati potranno essere usati per campagne
coordinate contro giornalisti, politici e attivisti. Il rischio non è soltanto
che l’IA produca più insulti. Il rischio maggiore è che non sappiamo più se
dietro mille persone arrabbiate ci siano davvero mille persone».
In conclusione: il
leone da tastiera è sempre «l’altro» o ognuno di noi potrebbe diventarlo?
«Questa, secondo me, è la domanda fondamentale. Pensarsi
diversi è la risposta rassicurante ma sbagliata. La violenza digitale nasce
spesso da persone ordinarie in contesti che abbattono i freni sociali. Il vero
antidoto non è dire: «Io non sono come loro». È domandarsi: in quali condizioni
potrei diventare anch’io come loro? Prima di pubblicare dovremmo porci due
domande: lo direi nello stesso modo se la persona fosse seduta davanti a me? E
sto criticando ciò che la persona ha fatto o sto cercando di umiliarla? La
civiltà digitale comincia da questa fondamentale distinzione. Perché il
contrario del leone da tastiera non è una persona che non si arrabbia e non
critica. È una persona capace di criticare duramente senza dimenticare che
dall’altra parte dello schermo c’è ancora un essere umano».
Un caso per due: La «politica» nostrana e il «giornalista» TV

Greta
Gysin e l’odio strutturale
«In questo caso vediamo
un odio che precede quasi la persona: essere donna, essere esposta
pubblicamente, fare politica e assumere posizioni riconoscibili sono
caratteristiche che possono attirare aggressività. Non si contesta più soltanto
ciò che una persona dice: si attaccano identità, corpo, genere e legittimità
stessa della presenza nello spazio pubblico. È questa la dimensione che
definirei dell’odio strutturale».
Alessandro Vescini e
l’errore virale
«Il caso
del giornalista è quasi opposto. Un’incertezza, durante un contributo
prepartita trasmessa per errore dalla regia di DAZN, viene estratta dal
contesto, replicata migliaia di volte e trasformata in un fenomeno virale. Un
errore di pochi secondi può finire per definire l’identità pubblica di una
persona per giorni. Il problema, quindi, non è che online siamo diventati più
cattivi. È che abbiamo costruito delle infrastrutture capaci di moltiplicare e
rendere visibile la cattiveria».
