L'intervista

Giulio Sapelli: «Questa fase di guerre non durerà»

L'economista e storico: «Il capitalismo bellico non sviluppa l'economia civile ma solo se stesso. Trump si muove come un gorilla infuriato in una gabbia ma per ora senza vie di uscita»
Tommy Cappellini
Tommy Cappellini
17.05.2026 06:00

Giulio Sapelli, classe 1947, è uno dei maggiori economisti italiani. È stato per anni nel cda dell’ENI e in quello di Unicredit. Oggi è nel cda della Fondazione Mattei ed è presidente della Fondazione Germotti, che promuove la cultura delle piccole e medie imprese, specialmente artigiane. Il suo ultimo libro, pubblicato da Guerini e Associati, si intitola Il grande ritorno. La nuova era di Trump: oltre trecento pagine di alte riflessioni tra storia ed economia.

Sa, professore, lo stile letterario e di pensiero del suo saggio mi ha ricordato quello di un altro economista memorabile: Geminello Alvi.
«Geminello! Ci conosciamo da una vita. Sono contento che lei abbia fatto questo paragone:entrambi pensiamo che lo spirito soffia dove vuole. Perché vede, non è l’economia che fa il mondo, ma lo spirito. Aggiungo che l’economia, intesa come scienza morale, storica e politica, oggi non esiste più. O meglio:esiste l’economia del pallottoliere. Quando inserisco in un ragionamento idee di Ricardo, Smith, Marx, Schumpeter, non accade niente. Nessuna reazione. Gli economisti non sanno nemmeno chi è Malthus, ma straparlano di politica malthusiana».

La ragione di tale sfacelo?
«Soprattutto il fatto che abbiamo queste università che sono una vera e propria distruzione di massa dell’intelligenza. Non ci sono più economisti eterodossi».

Inoltriamoci nel caos, lato Europa. Lei scrive che «la fuoriuscita tumultuosa e divisiva del Regno Unito dal sistema dei trattati dell’UE ha significato l’inizio di un nuovo ordine mondiale».
«Con la Brexit si è manifestata una frattura molto più profonda di quanto non si sia voluto ammettere. La classe dirigente britannica non voleva davvero l’uscita del Regno Unito dall’UE. Cameron convocò quel referendum pensando di usarlo come strumento tattico per spaventare la destra conservatrice. Non aveva capito che sotto la superficie si era accumulata una forza sociale enorme: il ‘popolo degli abissi’, come lo chiamo io, degli esclusi, dei disoccupati, delle aree deindustrializzate. Il referendum sulla Brexit fu una vera crisi organica della politica, nel senso gramsciano del termine: dimostrò che i partiti avevano perso il rapporto con il territorio e con la società civile. Non rappresentavano più il popolo ma soltanto se stessi e le proprie cosche. Quando succede questo, un referendum diventa pericolosissimo: fa emergere ciò che le élite non vedono più».

In sostanza, la Brexit ha mostrato che l’Europa non era più un corpo politico compatto?
«Ha riaperto la questione delle nazioni. E ha palesato, molto netta, la distinzione tra Anglosfera e Occidente. Quest’ultimo non è un blocco naturale. È una costruzione storica. Per secoli il centro della ricchezza mondiale non è stato in Occidente ma in Oriente. Alla fine del Settecento, la maggior parte dello stock di capitale fisso veniva dall’Asia: beni materiali e risorse minerarie. Con la rivoluzione industriale il baricentro fu l’Europa. Ora il pendolo si è spostato di nuovo in Oriente. E l’Europa si sta rendendo conto, anche grazie alla Brexit, di non essere mai stata una sola».

Ce ne sono più d’una?
«Molte. C’è l’Europa mediterranea, la continentale franco-tedesca, la centro-orientale, la scandinava, la slava... E c’è il Regno Unito. Che è un’isola e costituisce un destino transatlantico. Dopo la cacciata di Francia e Spagna da tante aree decisive e con l’ascesa degli Stati Uniti, nacque l’Anglosfera, che teneva insieme Regno Unito e USA. L’adesione di Londra all’UE, favorita dalla pressione statunitense nel contesto della Guerra fredda, fu in larga misura una forzatura. Il Regno Unito non è mai stato continentale. La Brexit ha corretto un errore storico, anche se lo ha fatto per via popolare, non per decisione delle élite».

Non ha ricompattato l’UE?
«Attenzione:l’Europa non coincide con l’Unione europea, che è una cosa a sé, quasi uno Stato tra gli Stati, dominato da quella che io chiamo ‘la burocrazia celeste’. È una burocrazia regolatoria che comanda perché le borghesie hanno abdicato, hanno fatto autodafé. Pensi all’industria dell’auto:i grandi manager europei, pagati milioni di euro, si sono lasciati espropriare del motore termico. Pensi alla raffinazione del petrolio:l’UE vi ha rinunciato e ora importa prodotti raffinati. Pensi all’energia:abbiamo collegato il prezzo dell’elettricità al prezzo del gas su una Borsa olandese dove basta poco per far oscillare l’insieme. Un suicidio regolatorio. Ma il vero problema è che le classi capitalistiche europee non sono più classi dirigenti. Hanno la proprietà dei mezzi di produzione ma non sanno più dirigerli. Sono proprietari senza capacità direttiva». 

Tornando alla geopolitica...
«Non mi metta in bocca questa parola! Per essa tutto dipende dalla geografia, dalla posizione geografica di un Paese, e questo in un mondo dove abbiamo il completo controllo del magnetismo, dove costruiamo reti immateriali, trasformiamo la potenza in tecnologia, dove programmiamo di andare su Marte! Preferisco parlare di relazioni internazionali».

Lei sostiene che gli USA hanno ancora bisogno di dominare l’Europa. Per quale motivo?
«Perché il principale avversario degli Stati Uniti è la Cina. Ma bisogna capire come si è formata la potenza cinese. Gli americani hanno contribuito a crearla facendo entrare la Cina nel WTO nel 2001 e integrandola nei circuiti globali. Ma il capitalismo industriale cinese è altra cosa: è teutonico-russo-cinese. La Germania ha trasferito alla Cina una potenza industriale enorme, mentre la Russia forniva energia. Si è creata una circolarità: energia russa, industria tedesca, produzione cinese, export mondiale. Gli Stati Uniti si sono accorti tardi di tutto ciò. Oggi la Cina riversa nel mondo una sovrapproduzione gigantesca di beni. Pezzi interi dell’industria europea sono stati distrutti. Ma il capitalismo USA, fondato sulla potenza militare e sul dollaro, non può accettare un mondo troppo disordinato, perché la sua egemonia si regge sulla capacità di ordinare il sistema. Però non ha una strategia».

Il metodo «folle» di Trump non lo è?
«Trump ha ripreso dal vecchio bagaglio americano il protezionismo. Ma storicamente il protezionismo apparteneva all’America agricola, al Sud, mentre gli industriali volevano il libero scambio. Trump si muove come un gorilla infuriato in una gabbia, colpisce tutto ciò che gli appare come minaccia, ma questo non significa che abbia una via d’uscita dalla crisi, molto profonda, degli USA. Non andava meglio con Biden, un uomo del Delaware per intenderci, incapace di risolvere i problemi e che alla fine ha riprodotto Trump».

Da dove nasce questa crisi occidentale?
«Dalla fine del pensiero umanistico. L’umanesimo è il pensiero che pensa se stesso:se non c’è più una cultura umanistica, se non c’è più una fede capace di orientare il pensiero, resta il nichilismo, che lo si ammetta o no. Ma nella storia, come le dicevo, conta lo spirito, cioè la cultura. Non decide l’economia».

E la crisi delle democrazie?
«C’è e si sente. Il principio di maggioranza è fondamentale, ma non basta, perché la ‘maggioranza’ può cadere in mano a incapaci. Che cosa tiene insieme lo Stato? Qui torniamo ad Hegel. Lo Stato non è il governo del momento. È un apparato storico e culturale, formato da classi dirigenti, proprietari, intellettuali. Questo assicura continuità anche quando al governo arrivano i mediocri. Oggi questa produzione di intelligenza si è interrotta. Il dominio è separato dalla direzione. E tutto ciò non può essere cambiato dal basso, poiché, come insegnano Pareto, Ortega y Gasset o Lenin, è sempre una minoranza organizzata che può guidare una maggioranza disorganizzata».

Nel suo saggio sostiene che bisogna «ripensare e ridiscutere ogni cosa» davanti alla trasformazione che incombe. Da dove iniziare?
«Nicholas Spykman, il grande teorico delle relazioni internazionali, aveva già intuito che il mondo sarebbe entrato in una fase di guerra permanente. Ma questa non può durare all’infinito, perché il capitalismo di guerra non sviluppa l’economia civile ma solo se stesso. Credo che le tendenze alla continuità della produzione capitalista finiranno per prevalere sulle tendenze alla distruzione dei mezzi di produzione. Abbiamo un immenso bisogno che l’economia si sviluppi dal basso».

I colossi digitali non rischiano di stabilizzare un capitalismo oligopolistico?
«Il rischio esiste, ma c’è un elemento che mi fa ben sperare: la riproduzione continua, su larga scala, delle piccole e medie imprese. Sono diventate quasi un’economia naturale. Tante ne muoiono, tante ne nascono. Dove esiste la famiglia, dove esistono persone associate, continua a nascere l’impresa. Che non è solo disruptive, non è solo oligopolio, non è solo finanza. È anche relazione e comunità. È da qui che può venire una sopravvivenza dello spirito capitalistico nella sua forma più civile».