Ticino

Giuseppe Rossi racconta la malattia: «La vita mi ha dato talmente tanto che non posso sentirmi tradito»

Lo storico direttore dello Hotel Splendide Royal di Lugano rompe il silenzio sulla diagnosi di SLA ricevuta pochi mesi dopo il pensionamento - Il 22 giugno l’hotel organizzerà una cena benefica a favore di ASLASI e del Registro SLA svizzero: «Non è una serata di commiserazione, ma di consapevolezza e speranza»
©Chiara Zocchetti
Mattia Sacchi
30.05.2026 16:30

«La cosa più strana è che non ho nemmeno pianto».

Giuseppe Rossi si interrompe un momento, quasi sorpreso ancora lui stesso dalla lucidità con cui ha accolto la diagnosi. «Mi commuovo guardando un film», dice sorridendo appena. «Ma questa malattia l’ho accettata subito».

Per decenni è stato il volto dello Hotel Splendide Royal, direttore capace di trasformare l’ospitalità in una forma di eleganza umana prima ancora che professionale. Oggi, due anni dopo aver lasciato la guida dell’albergo, racconta per la prima volta pubblicamente la sua convivenza con la SLA, la Sclerosi Laterale Amiotrofica.

«Avevo difficoltà a impugnare la racchetta da tennis. All’inizio pensavo fosse colpa della mia mano sinistra, che aveva già subito diverse operazioni in passato. Poi però ho iniziato a perdere forza. Persino tagliare la carne diventava complicato».

Gli esami, le visite neurologiche, il sospetto iniziale di un tunnel carpale. Fino alla diagnosi definitiva. «Mi dissero subito che era una malattia neurodegenerativa e che non esiste una vera cura. In quei momenti ti passa davanti tutta la vita. Anche perché io avevo appena pianificato la pensione, finalmente coltivare le mie passioni; i viaggi, giocare a tennis, a golf, tutto quello che immaginavo sarebbe arrivato dopo».

Rossi era appena uscito da quella lunga avventura professionale che lo aveva reso una delle figure più riconoscibili dell’hotellerie europea. Una vita cominciata nel centro storico di Napoli e proseguita tra Parigi, Capri, esperienze internazionali e infine Lugano, dove allo Splendide aveva costruito molto più di una carriera.

«Avevo già immaginato un’altra fase della mia vita. Più tempo per viaggiare, stare con la famiglia, dedicarmi ai giovani, alla formazione, allo sport. E invece improvvisamente ti trovi davanti qualcosa che cambia completamente la prospettiva».

Ma è proprio lì che il suo racconto devia da ciò che normalmente ci si aspetterebbe. «Dopo due giorni mi sono detto: nella vita mi sono successe talmente tante cose belle che non posso sentirmi tradito dalla vita stessa. Ho fatto il lavoro che amavo, ho conosciuto persone straordinarie, ho viaggiato, vissuto esperienze incredibili. Mi sono sentito pieno, saziato di gioia».

«Come diceva Gianluca Vialli, la malattia è diventata una compagna di viaggio. So che la SLA è salita sul mio treno e che probabilmente non mi lascerà più. Però non deve diventare il centro della mia esistenza. Io faccio tutto quello che è possibile fare per rallentarla: fisioterapia due o tre volte a settimana, trattamenti, sperimentazioni. Da quel punto di vista sono rigoroso, disciplinato, forse un retaggio della mia vita da direttore d’hotel. Ma reagire non significa aspettare passivamente un miracolo. Significa continuare a vivere senza diventare prigioniero della malattia».

Non c’è rabbia nelle sue parole. Nemmeno autocommiserazione. Semmai una serenità quasi disarmante, che lui stesso prova a spiegare riflettendo sul proprio percorso umano prima ancora che professionale.

«Credo dipenda dal fatto che dentro di me mi sento sereno rispetto alla vita che ho vissuto. Non mi sono mai chiesto "perché proprio a me?". Non me lo sono chiesto quando sono diventato direttore di grandi alberghi, e non me lo chiedo oggi. Ho sempre cercato di vivere secondo i miei valori. E questo, alla fine, ti dà pace».

Negli ultimi mesi racconta di aver cambiato soprattutto il modo di guardare le giornate. «Per tutta la vita ho avuto un fortissimo senso di responsabilità. Sentivo sempre il dovere di fare, risolvere, decidere. Oggi invece ho imparato a dare valore anche alle cose più semplici. Fermarsi, il camminare senza meta, il gusto di bere un caffè con calma, guardare il lago, stare con le persone a cui vuoi bene. Prima ero abituato a vivere sempre proiettato nel futuro, il prossimo impegno, il prossimo viaggio, il dover giustificare il mio tempo. Adesso no».

È un cambiamento che descrive quasi con stupore. «Prima ero sempre proiettato verso ciò che doveva ancora succedere. Oggi cerco di vivere davvero quello che sto facendo in quel preciso momento. Se incontro una persona, provo a esserci completamente. Se viaggio, viaggio davvero. Se parlo con qualcuno, gli dedico il mio tempo. Perché ho capito che il tempo è probabilmente il dono più prezioso che possiamo fare agli altri».

E infatti il tempo torna continuamente nelle sue parole. Non come ossessione, ma come presa di coscienza. «Prima tante cose le davamo per scontate. Oggi ogni mattina mi sveglio e penso a cosa posso essere grato. Alla luce del giorno. Al fatto di poter leggere un libro. Camminare. Parlare con qualcuno. La vita è il dono più bello che abbiamo, ma spesso ce ne accorgiamo solo quando capiamo che il tempo non è infinito, la vita va vissuta mentre sta accadendo».

Racconta però che uno dei momenti più difficili non è stato tanto ricevere la diagnosi, quanto trovare il modo di comunicarla alle persone che ama. «Dirlo alla famiglia non è semplice. Credo che per certi versi sia più difficile per loro che per te stesso. Però io sentivo di dover dare l’esempio. Non volevo che diventassimo prigionieri della SLA o che ogni conversazione, ogni giornata, ruotasse solo attorno alla malattia. La famiglia per me è diventata ancora più importante di prima, vivere momenti intensi per seminare ricordi indelebili».

Ed è forse proprio da questa nuova consapevolezza che sono nati alcuni dei momenti che oggi custodisce con più intensità. «Ho fatto un viaggio con ognuno dei miei figli. Ci siamo detti cose che probabilmente non avremmo mai avuto il coraggio di dirci senza questa situazione. Ti rendi conto di quanto spesso, nella vita normale, si rimandino emozioni, parole, momenti e di quanto sia importante di vivere in modo piú essenziale».

In questo percorso sono stati importanti anche gli incontri con altri malati e con chi ha trasformato la propria esperienza in testimonianza pubblica. Rossi cita l’imprenditore francese Olivier Goy e Francesco Menotti, autore del libro autobiografico La vita di un guerriero, dedicato alla convivenza con la SLA.

«Ho visto una resilienza incredibile in tante persone colpite da questa malattia. Persone che invece di chiudersi hanno deciso di testimoniare, aiutare gli altri, sensibilizzare. E lì capisci che hai davvero due possibilità: abbatterti oppure reagire. Reagire non vuol dire negare la malattia, ma decidere che non sarà lei a toglierti completamente la voglia di vivere, di condividere, di stare con gli altri».

Da qui nasce anche l’organizzazione della serata benefica del 22 giugno allo Hotel Splendide Royal a favore di ASLASI e del Registro SLA svizzero. Ma Rossi tiene soprattutto a chiarire il significato umano dell’iniziativa.

«Non vogliamo una serata di commiserazione. Tutt’altro. Per me in un certo senso è anche un momento di gioia, nel vedere il sostegno dei miei ex colleghi e della famiglia Naldi, che ringrazio di cuore. Vuol dire che ho lasciato qualcosa di buono e che i legami non erano limitati alla sola sfera professionale. Deve essere un momento positivo, conviviale, che aiuti le persone a prendere consapevolezza di questa malattia e dell’importanza della ricerca. Perché la ricerca è fondamentale: oggi i casi sembrano aumentare e, nella maggior parte delle situazioni, non si sa nemmeno cosa provochi la SLA. Solo una piccola percentuale è genetica, per il resto può colpire chiunque. Ed è proprio per questo che bisogna continuare a sostenere chi lavora per capire di più e trovare nuove cure. Ognuno di noi, nel suo piccolo, può fare qualcosa per gli altri».

Poi torna ancora una volta lì, alla gratitudine. «Molto spesso pensiamo troppo al passato o viviamo nell’ansia del futuro. Invece il presente è l’unica cosa che possediamo davvero. E allora bisogna viverlo fino in fondo, con consapevolezza, apprezzando anche le cose che sembrano più normali».

Fa una breve pausa. Mi guarda con i suoi occhi profondi, commossi ma pieni di vita. «Perché alla fine ho capito una cosa semplice: la vita va curata. E ogni giorno che abbiamo davanti merita di essere vissuto davvero».

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