L'analisi

Gli USA e l'effetto inflazione

Il peso nell'economia e nella politica della raffica di incrementi dei prezzi
©JIM LO SCALZO / POOL
Lino Terlizzi
08.11.2026 16:15

Nelle elezioni di medio termine degli USA nei giorni scorsi si è vista la sconfitta dei repubblicani e del presidente Trump e la vittoria dei democratici all’opposizione, che hanno conquistato la maggioranza di Camera e Senato. C’è l’insoddisfazione di molti americani su questioni politiche, interne ed esterne, ma anche su questioni economiche, a cominciare dall’inflazione. La geopolitica e le guerre hanno molto contribuito agli aumenti dei prezzi di questa fase. I rincari di petrolio, gas, alimentari, metalli industriali, altri beni, sono evidenti e toccano l’intera economia internazionale. Gli Stati Uniti non sono esenti e hanno anzi problemi di inflazione superiori a quelli di molti altri, anche perché agli effetti della geopolitica, e del clima per alcuni beni, si uniscono quelli dei dazi voluti da Trump, in parte bloccati dalla Corte Suprema USA e in parte ancora vigenti.

Le cifre e le prospettive

Per il Fondo monetario internazionale (FMI) l’insieme delle economie avanzate dovrebbe passare dall’inflazione media annua (indice dei prezzi al consumo) del 2,5% nel 2025 ad una del 3,1% nel 2026. Gli USA avevano già un’inflazione superiore l’anno scorso (2,7%) e ancor più per l’FMI dovrebbero averla quest’anno (3,6%). Per dare un’idea, ricordiamo che il Regno Unito dovrebbe passare dal 3,4% del 2025 al 3,3% del 2026, l’Eurozona dopo il 2,1% dell’anno scorso dovrebbe registrare un 3,1% quest’anno. La Svizzera sente anch’essa l’aumento dei prezzi ma resta tra le economie avanzate a più bassa inflazione, anche grazie alla forza del franco, e dopo lo 0,2% del 2025 dovrebbe avere uno 0,7% nel 2026.

L’obiettivo delle maggiori banche centrali è un’inflazione media annua del 2%, ma nella gran parte del mondo questa soglia è lontana. Per il 2027 l’FMI prevede un attenuarsi dell’inflazione, si vedrà se così sarà ma ora il rincaro è in aumento e una parte delle banche centrali ha cominciato a rialzare i tassi di interesse, contro l’inflazione appunto. La Federal Reserve americana ha evitato di alzare i tassi alla vigilia delle elezioni, ma in precedenza aveva attuato un rialzo. La Banca centrale europea è rimasta ferma nella sua ultima riunione, ma prima aveva alzato i tassi. La Banca nazionale svizzera per l’inflazione ha una fascia-obiettivo dello 0%-2%, sin qui non ha avuto bisogno di alzare il tasso di riferimento (che è allo zero), ma bisognerà vedere se l’inflazione elvetica, che è bassa ma sta crescendo, avrà o no bisogno di ricevere un segnale in termini di tasso non più al minimo.

L’inflazione erode il potere d’acquisto e dunque in tendenza frena lo sviluppo dei consumi. E crea incertezze anche per gli investimenti, considerando anche che appunto sale il costo del denaro, con tassi di interesse più alti. Ciò vale sia per le famiglie sia per le imprese. Anche ai mercati finanziari i tassi più alti in genere non piacciono, ma le Borse sin qui hanno in sostanza retto, grazie pure all’onda delle nuove tecnologie, soprattutto dell’intelligenza artificiale, con gli USA che in effetti su questo versante sono stati sinora in primo piano. Bisognerà vedere se in futuro il ciclo tecnologico avrà lo stesso ritmo.

Tra geopolitica e crescita economica

Tornando all’inflazione americana, quando se ne parla spesso un’obiezione è che comunque la crescita economica USA è buona e che questa buona crescita porta inevitabilmente ad un’inflazione più alta che altrove. In realtà dipende dalle fasi, in alcune è così e in altre no. Gli USA utilizzano altri metodi di calcolo, ma secondo i metodi internazionali anch’essi hanno un rallentamento economico; tra il 2023 e il 2024 crescevano ancora ad un ritmo vicino al 3% in media annua, ora secondo l’FMI sono al 2,3%, registrato nel 2025 e previsto anche per il 2026. Nella crescita tengono meglio di altri (con una disoccupazione attorno al 4%), ma la velocità non è alta. Eppure, l’inflazione USA è salita parecchio, ciò significa che in questo come in altri casi non è la crescita in sé a determinare la gran parte del rincaro.

Anche qui, vediamo come vanno altre economie avanzate. Per l’FMI il Regno Unito ha avuto una crescita economica dell’1,2% nel 2025 e avrà un 1,3% nel 2026. L’Eurozona ha avuto 1,2% l’anno scorso e avrà 1,1% quest’anno. La Svizzera ha avuto 1,6% nel 2025 e avrà 1,9% nel 2026. C’è resilienza, anche superiore alle attese, ma il ritmo di crescita non è così forte da determinare la maggior parte dell’inflazione. Ad essere più determinanti in questa fase, per gli USA come per gli altri, sono piuttosto geopolitica, guerre, dazi e contrasti commerciali. Sono fattori che frenano la crescita e al tempo stesso spingono i prezzi. Gli USA restano la maggiore economia mondiale ma non sono al riparo, come mostrano i dati economici e, per la sua parte, anche l’esito di queste elezioni di medio termine.

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