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Guardami, finché siamo umani

Dal faccia a faccia al faccia-Facebook, in attesa di camminare con gli androidi – Breve viaggio con la sociologa Chiara Bassetti intorno ai rituali interpersonali
Marco Ortelli
08.11.2026 14:47

Aspetti, qui a fare le domande sono io». Oppure un silenzio teso, un saluto negato, le braccia incrociate. O quell’imperativo che stabilisce un confine: «Non toccarmi!». Nella vita quotidiana siamo immersi in una rete di norme implicite. Turni di parola, prossemica, sguardi sfuggenti: sono i micro-rituali che il sociologo Erving Goffman ha studiato per decodificare le relazioni in pubblico.

Ma cosa succede quando questi rituali escono dai confini del corpo? Verso dove andiamo in un mondo in cui alle relazioni «faccia a faccia» si sono sovrapposte quelle «faccia-social» e «faccia-robot»? Lo abbiamo chiesto a Chiara Bassetti, sociologa dell’Università di Trento.

Chiara Bassetti, professoressa associata di Sociologia generale all'Università di Trento.
Chiara Bassetti, professoressa associata di Sociologia generale all'Università di Trento.

Le regole invisibili

Un aneddoto per cominciare. All’Istituto Dalle Molle di Lugano la mia prima reazione davanti a un automa è stata scappare: mi inseguiva e l’ho vissuto come una minaccia. Perché? Per capirlo dobbiamo ripartire da come ci comportiamo in carne e ossa, e il punto di partenza per Chiara Bassetti è proprio Erving Goffman. «Ha aperto la strada allo studio di ciò che, fino a quel momento, sembrava irrilevante rispetto all’analisi della società. Si tendeva a studiare soprattutto le grandi istituzioni della vita sociale, il diritto, la scuola, la famiglia, mentre l’interazione quotidiana, in particolare quella faccia a faccia, veniva trascurata». E aggiunge: «Sorrido usando questo aggettivo, perché La situazione trascurata è il titolo di uno dei celebri saggi di Goffman». Pubblicato nel 1964.

Al centro ci sono i rituali. «Goffman ci offre il concetto di rituali ordinari, o quotidiani, partendo dall’analisi di Émile Durkheim sui grandi rituali religiosi». È lì che nasce la «faccia», che Bassetti traduce anche come reputazione: «La nostra identità, la nostra faccia, si costruisce continuamente, in senso positivo o negativo, nell’interazione quotidiana».

Un esempio? «Mi viene in mente l’imbarazzo. Quando non riusciamo ad agire come dovremmo, segnaliamo quanto meno di esserne consapevoli attraverso l’imbarazzo. È uno dei moltissimi esempi di come si cerchi di salvare la faccia».

Vale anche per il carisma: «Se pensiamo ai leader politici, il modo in cui si presentano e portano il proprio corpo di fronte agli altri contribuisce a costruire credibilità, affiliazione e convinzione rispetto alle idee che esprimono. A volte questo ha più a che fare con il modo in cui si comportano che con i contenuti politici».

Quando il corpo si allontana

E quando il corpo esce di scena? «La copresenza fisica genera maggiore coesione sociale rispetto all’interazione a distanza, come dimostrano molti studi. Non siamo ancora in una situazione, e onestamente spero che non ci arriveremo mai, in cui l’interazione in copresenza scompare».

«Aumenta però la tendenza a rinchiudersi nei propri gruppi e nelle proprie cerchie. Questo è favorito dalle cosiddette bolle dei social, dovute al funzionamento degli algoritmi, che ci mostrano contenuti sulla base di ciò che ritengono ci abbia interessato in precedenza».

Il corpo non sparisce. «Diventa, in un certo senso, statico e vediamo proliferare immagini costruite». Dietro ogni scatto c’è una regia: «C’è un lavoro di staging, di messa in scena. La consapevolezza della rilevanza della corporeità è forse aumentata, ma in termini puramente statici e di apparenza».

Sui social si riduce anche la possibilità di cambiare faccia a seconda del contesto. «Quando vado a una cena di famiglia mi comporto diversamente rispetto a quando sono in una commissione di laurea. Sui social questa possibilità è molto ridotta. Una volta che pubblichiamo una fotografia su Instagram o Facebook, che siano il nostro ex professore, la nostra migliore amica o il medico, vedono la stessa immagine».

Gli emoji provano a colmare una mancanza. «Posso mandare messaggi scritti in tutto il mondo con una certa rapidità, rispetto a quando ci scambiavamo lettere. Però manca ancora qualcosa. Penso che gli emoji abbiano aggiunto proprio questo: la mimica facciale». E, citando E. Doyle McCarthy, Bassetti ricorda che «le emozioni come oggetti sociali non sono quelle che sentiamo in modo travolgente, ma quelle che vogliamo mostrare di provare».

Parlare agli androidi

Poi arrivano le macchine. «Per quanto venga definita generativa, una parte dell’intelligenza artificiale non è creativa: prende da ciò che esiste già. Questo ci porterà a un grande appiattimento dell’esistente, perché produce una sorta di media di ciò che già esiste». Con un altro rischio: «Si produce una riproposizione di bias e disuguaglianze. L’esistente da cui l’intelligenza artificiale attinge proviene soprattutto da alcune parti del mondo e non da altre, caratterizza in particolare certe società occidentali e molto meno altre».

C’è però chi lavora per avvicinare le macchine a noi. «Una collega ha lavorato sui suoni che un veicolo a guida autonoma, utilizzato in un campus universitario, avrebbe dovuto emettere per comunicare ai pedoni circostanti i suoi spostamenti o stati».

Noi facciamo la nostra parte: «Per interagire con qualunque entità abbiamo bisogno di un’idea di interazione. La prima che abbiamo a disposizione è quella interpersonale, tra esseri umani, e in qualche modo la applichiamo, pur notando le differenze». Ciò che manca alle macchine, ricorda Bassetti riprendendo il filosofo statunitense Hubert Dreyfus, «è soprattutto la conoscenza tacita e incorporata che utilizziamo tra esseri umani e che le macchine non hanno ancora acquisito».

È anche questione di abitudine. «Più le tecnologie sono nuove e sofisticate, più emerge una sorta di idea di magia. Immagino che anche la lavatrice, a un certo punto, sia stata così per molte persone. Oggi, però, la maggior parte delle persone non parla con la lavatrice». Parlare alle macchine, del resto, non è una novità: «Pensiamo a quante persone danno un nome e dialogano con la propria automobile, oppure a chi, quando il computer non funziona, lo insulta: “Perché non fai questa cosa?”. Ovviamente il computer non risponde».

Con l’IA c’è persino chi suggerisce di cambiare abitudini. «Un collega, docente di fisica, raccomandava di non scrivere “ciao” e “grazie”: non abbiamo di fronte un altro essere umano e ogni stringa di dialogo consuma molte risorse, tra cui acqua ed energia».

E il futuro? «Dipenderà molto da quanto riusciremo a governare questi sviluppi. Il problema dell’intelligenza artificiale, al momento, è che è sotto il controllo di pochi». E restano interrogativi fondamentali: «Non sappiamo esattamente perché questi sistemi funzionino. Soprattutto, non è chiaro perché si stiano investendo miliardi e miliardi di dollari per sviluppare determinate tecnologie: come le useremo? A che cosa ci serviranno? Non lo sappiamo».

Nel dubbio, per capire se scappare o restare, conviene ancora guardarsi in faccia.

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