I fondamentalisti del «true crime» colpiscono ancora

A fine marzo un tredicenne - è stato un fatto di cronaca che ha molto impressionato - pugnala la professoressa in una scuola di Bergamo. Pochi giorni fa - ne hanno dato notizia con un certo risalto diversi giornali - un uomo di 27 anni ha aperto il fuoco sulla famosa piramide della Luna a Teotihuacan, in Messico. Ha ucciso una turista canadese, ha ferito altre 13 persone e si è tolto la vita sotto gli occhi della folla. Episodi lontani uno dall’altro ma tenuti insieme da un filo rosso, tragico, inquietante. Entrambi i protagonisti hanno espresso ammirazione per gli sparatori di massa, i loro punti di riferimento sono i killer del liceo di Columbine, Colorado, Erick Harris e Dylan Klebold. Il massacro avvenuto il 20 aprile del 1999.
Ma non è solo questo ad agitarli: appartengono ad una subcultura - definizione forse eccessiva - che «crede» nella violenza per la violenza, si nutre di video truculenti, predica distruzione e morte, in qualche caso istiga al suicidio. Parliamo di una deriva nichilista, disgregante e distruttrice che può far presa sui più deboli, specie se sono giovani, adolescenti alle prese con i problemi della crescita o guai personali. Non ci sono limiti di età oppure categorie e questo è un problema per chi deve fronteggiare la minaccia.
Il fenomeno è piuttosto esteso negli Stati Uniti dove lo stile di vita e la disponibilità delle armi possono facilitare svolte estreme quanto traumatiche. Molti degli assassini fanno ricerche, studiano altri massacratori, tengono il conto ed entrano in una vasta comunità digitale. Non c’è bisogno di incontrarsi di persona, è lo stesso web - quello più oscuro - a creare una rete, a favorire contatti a distanza, a diffondere parole d’ordine e messaggi terribili. C’è chi inneggia a Hitler e chi si nutre di scene di torture, chi ancora sogna la sua «rivoluzione», auspica la nascita di fratture nella società da ottenere con lo spargimento di sangue indiscriminato.
Li chiamano i seguaci del «true crime» ma non sono molto diversi dai tagliagole jihadisti. Gli affiliati ad al Qaida e allo Stato islamico si auto indottrinano con i video delle decapitazioni, degli eccidi, degli attentatori suicidi. I nihilisti, senza una vera agenda politica, si «accontentano» di brevi clip sul telefonino, sullo schermo di un computer: il tema base è sempre horror, nel senso di casi raccapriccianti, eventi spaventosi, incitamento all’odio.
Qualcuno spera nella scomparsa del genere umano, prende di mira il prossimo più vicino e non resiste alla tentazione di redigere dei «manifesti» - ma anche registrare filmati - che diventano spunti di emulazione. Di nuovo, è evidente l’analogia con il modus operandi di alcuni terroristi. Infatti, l’FBI, già da tempo, ha sviluppato indagini e ricerche sul rischio del nihilismo. Perché i casi si stanno ripetendo, anche se per fortuna non tutti portano a conseguenze devastanti. Però proprio la sequenza induce gli investigatori a tenere accese tutte le antenne, a non sottovalutare l’insidia in quanto si insinua sottotraccia, è in grado di passare sotto i radar e ormai ha valicato i confini statunitensi.
L’allarme deve coinvolgere le famiglie - ovunque esse vivano - in quanto una maggiore vigilanza sui figli ed una conoscenza di ciò che «gira» può servire ad evitare il peggio. Non di rado gli autori di attacchi lasciano trasparire dei segnali, magari contorti o mimetizzati, però sufficienti per portare ad un intervento prima che sia troppo tardi.
