I regimi sotto attacco tengono botta

È una ricostruzione di parte, non sappiamo quanto fondata, però intrigante. Per il New York Times Donald Trump sarebbe stato fuorviato dalle informazioni passategli a febbraio dall’amico Netanyahu. La sintesi: secondo il Mossad il regime iraniano, una volta eliminati i principali dirigenti, sarebbe crollato sotto la spinta di una nuova rivolta popolare. E fidandosi di questa soffiata, unita alla fede cieca nel suo «istinto» - così spiegano i collaboratori - il presidente ha deciso l’attacco.
La versione è stata poi corretta da fonti vicine al Mossad: abbiamo previsto una ribellione ma non subito. Forse lo scopriremo nel tempo se è andata così, di certo la Repubblica islamica non solo ha tenuto botta ma ha rilanciato la sfida alla grande. Perché il regno degli ayatollah non si è spaccato come qualcuno aveva previsto. Anche se c’erano stati pareri autorevoli che avevano messo in guardia sulla capacità di superare fasi difficili.
Teheran si è basata su pilastri solidi. Innanzitutto, la repressione feroce prima e dopo l’inizio delle ostilità. Gli apparati di sicurezza hanno adeguato vecchie tecniche, usato tecnologie e metodi brutali. Arresti, pallottole, esecuzioni. Il boia ha giustiziato per punire i ribelli ed ammonire gli altri. Il secondo elemento è stato quello classico del nazionalismo: i raid massicci di Usa-Israele hanno coinvolto infrastrutture civili e questo non era tollerabile anche agli occhi di chi detesta i mullah. Poi una compattezza, almeno apparente, delle gerarchie e la preparazione bellica dei pasdaran: i guardiani non potevano certo opporsi a tutti gli strike, però sono riusciti a fare danni sull’altra sponda del Golfo Persico. Un segno di forza non da poco. Pazienza, abilità, il consenso di parte della società e una predisposizione storica ad accettare prezzi gravosi hanno permesso all’Iran di andare avanti. Se questo durerà nel lungo termine non lo sappiamo. Come non sappiamo se vi sarà un crack causato dal conflitto devastante, viste le stime che ipotizzano ripercussioni socio-economiche serie.
Quello iraniano non è l’unico regime al mondo a dare prova di coesione nella tempesta. La Russia ha giocato carte simili. Il patriottismo, il messaggio di una lotta contro tutti, la sponda della Chiesa ortodossa, la criminalizzazione degli ucraini, il bavaglio sul dissenso, la giustificazione di perdite importanti con la necessità di difendere la Nazione sono stati cavalcati dal neo-zar per compattare il suo schieramento. Naturalmente tutto agevolato dall’assenza di una vera opposizione e di controllori indipendenti: Vladimir Putin è l’uomo solo al comando, ciò lascia pochi spazi.
Ne lasciano ancora meno la dinastia nordcoreana dei Kim, una monarchia rossa costruita attorno ad un capo supremo presentato letteralmente come un semi-Dio. Qui la chiusura verso l’esterno è totale, proprio per evitare contaminazioni. Tentacolare e ossessiva la morsa sulla popolazione. Ampia la propaganda che instilla il dogma della resistenza, convince i poveri sudditi all’obbedienza e cancella l’idea che vi possano essere altre scelte. Una casta, soggetta ad epurazioni e con ufficiali sempre in bilico, garantisce contro le sorprese.
Iran, Russia, Nord Corea, Bielorussia (altro sistema «assoluto») hanno studiato, tratto lezioni da quanto avvenuto in diversi scacchieri e non per caso hanno stabilito un rapporto d’alleanza che diventa un simbolo di un metodo di potere.
