I trucchi per studiare sotto i talebani

Kawsar ha quattordici anni e da due anni non mette più piede a scuola. Ora studia di nascosto, da sola, nella casa dei suoi genitori dove è nata: in Afghanistan, nella provincia di Balkh, al confine con l’Uzbekistan. A chilometri di distanza da lei, in un luogo imprecisato del Paese, Somaya, dodici anni, sta sostenendo gli esami finali di sesta elementare. Superarli sarebbe un bel traguardo, ma lei preferisce non passare le prove di lingua dari, studi sociali e studi coranici. «Io voglio andare a scuola e se boccio posso restare ancora un anno», ha confidato. Anche Fatima, dodicenne pure lei, ha puntato sulla strategia di Somaya: ha strappato i suoi compiti in classe di sesta elementare, sperando che i suoi insegnanti la bocciassero e le permettessero di ripetere l’anno. Ma è stata promossa lo stesso e così è rimasta a casa. Come tutte le bambine afghane, una volta terminata la scuola elementare.
Nel settembre 2021, un mese dopo il loro ritorno al potere, i talebani hanno vietato alle ragazze di proseguire gli studi oltre la sesta classe. A marzo 2022 hanno tenuto chiuse le scuole medie e superiori femminili. A dicembre dello stesso anno hanno chiuso anche le università. Ne è seguita una lunga serie di decreti che hanno escluso le donne dal lavoro, dalla vita pubblica, dallo spazio stesso della città. L’Afghanistan è oggi l’unico Paese al mondo in cui alle ragazze è impedito di studiare oltre la scuola primaria, una condizione che le Nazioni Unite hanno definito «apartheid di genere». «È quasi sempre la prima cosa che le ragazze ci dicono: sono disperate, vogliono imparare e desiderano soltanto avere la possibilità di ricevere un’istruzione. Anche le famiglie dicono di volere che le loro figlie possano realizzare questo sogno. Sanno che l’alfabetizzazione e l’istruzione possono cambiare il corso della vita di una ragazza, in un Paese in cui metà della popolazione vive in povertà», ha dichiarato Susan Ferguson, rappresentante speciale di UN Women in Afghanistan.
Eppure le eccezioni ci sono. Le ha documentate il New York Times, nell’ambito di un’accurata inchiesta giornalistica sulla realtà delle scuole in Afghanistan sotto il regime talebano pubblicata questo mese di settembre. «Chiamateci solo per nome e non rivelate il luogo dove si trova la nostra scuola perché abbiamo paura di ritorsioni», hanno confidato ai giornalisti del quotidiano statunitense alcune adolescenti riunite in una stanza senza insegna, in una scuola clandestina. Sono studentesse di undicesima e seguono corsi di informatica. Le ragazze intervistate raccontano di vivere nel costante terrore di essere arrestate. Per non insospettire le milizie, non si recano mai a scuola in gruppo, cambiano percorso ogni giorno, nascondono i libri. Nelle aule clandestine studiano materie come la matematica avanzata, l’inglese e le scienze. Per le lingue si affidano spesso a Duolingo. L’articolo rivela che, in alcuni casi, i talebani locali scelgono di chiudere un occhio. Sono padri anche loro, e «tollerano le scuole segrete perché sono preoccupati di negare un’istruzione alle proprie figlie».
Anche perché il danno non riguarda soltanto le giovani generazioni afghane. Un rapporto dell’UNICEF pubblicato nel 2026, intitolato «Il costo dell’inazione», calcola che entro il 2030 il Paese potrebbe perdere ventimila insegnanti donne e più di cinquemila tra dottoresse e infermiere, con una perdita economica stimata in ottantaquattro milioni di dollari l’anno. Sottrarre istruzione a metà della popolazione ha un prezzo salato. Le autorità talebane sostengono che la chiusura sia temporanea. «Speriamo che un giorno le scuole femminili riaprano», ha dichiarato il portavoce Zabihullah Mujahid in un’intervista ripresa dal New York Times. Ma cinque anni sono già volati e le ragazze continuano a rimanere drammaticamente escluse dalle scuole. Purtroppo il n’y a que le provisoire qui dure, come dicono i francesi.
