Natura

«Il bagno di bosco nasce in Giappone, ma in Ticino trova un terreno tutto suo»

Barbara Botticchio ci guida nello Shinrin-yoku, la pratica giapponese che invita a rallentare tra gli alberi per lasciare alle spalle il rumore quotidiano
Barbara Botticchio nel Parco del Ninin di Sant'Antonino. © CdT/ Chiara Zocchetti
Marco Ortelli
20.09.2026 15:00

«Chi guarisce comincia a vedere il verde; gli stati depressivi o l’aridità della mente calcolante sono invece accompagnati da immagini di desolazione, di cenere o di fango». In una riflessione contenuta nel libro Archetipi, il filosofo Elémire Zolla descrive la guarigione come una riconnessione profonda con il mondo naturale. Questa stessa visione rivive nei «Bagni di bosco» (Shinrin-yoku), la pratica giapponese che invita a rallentare tra gli alberi per lasciare alle spalle il rumore quotidiano. Per capire di cosa si tratta abbiamo incontrato Barbara Botticchio, guida di questa disciplina, al Parco del Ninin di Sant’Antonino.

Il Ticino, terreno fertile per i bagni di bosco

Perché funziona bene proprio in Ticino? «Il bagno di bosco - Shinrin-yoku - nasce in Giappone, ma in Ticino trova un terreno tutto suo. Noi partiamo già facilitati: abbiamo un accesso più semplice e rapido alla natura rispetto a chi vive nelle grandi città».

La struttura di una pratica scientifica

Cosa differenzia un «bagno» da una semplice passeggiata nel bosco? «Tutto dipende da come facciamo le cose. Una passeggiata può avere una grandissima qualità a seconda di come si lavora con la mente e con i sensi. La differenza è che il bagno di bosco segue una struttura molto precisa studiata appositamente per trarre il massimo beneficio durante il tempo di permanenza nel bosco. Si è visto, per esempio, che bastano due ore e mezza, e per un mese si beneficia degli effetti. Non è un’attività improvvisata: non è semplicemente sedersi sotto un albero e respirare».

L'ascolto dei sensi e la libertà individuale

Come si guida questo ascolto? «Si lavora molto sui sensi, presi uno alla volta», continua. «Si crea un ambiente rassicurante e accogliente, in modo che gradualmente la persona riesca a lasciarsi andare e a entrare nell’ascolto di sé attraverso la natura». All’inizio, ammette, faceva fatica anche lei: «Sentivo molta frustrazione, mi sembrava di perdere tempo». Poi, gradualmente, qualcosa cambia: «Si iniziano a percepire cose che prima sfuggivano. Osservando la natura, sentendo il vento, anche qui in questo momento, in realtà riscopro me stessa». La libertà è un principio fondamentale. «Non dirò mai a qualcuno: vai verso quell’albero perché ha un’energia straordinaria e abbraccialo», sottolinea Botticchio. «Il benessere è personale: suggerisco di scegliere il luogo che attrae la propria attenzione, e ciascuno va dove desidera».

Disattivare il razionale per tornare a sentire

Qual è la sfida più grande? «La sfida più grande rimane imparare a «non fare». Cerchiamo sempre di attivare la sfera razionale: che albero è, che fiore è? Non è sbagliato, ma per quelle due ore e mezza non ha importanza. È un ritornare al proprio percepire, ed è qualcosa in cui le persone fanno enormemente fatica».

Cosa resta a fine giornata

Qual è il riscontro più frequente a fine giornata? «La meraviglia, la sorpresa: «non credevo di poter stare due ore e mezza senza smartphone». O ancora la scoperta della morbidezza delle foglie di nocciolo, o il profumo della terra che richiama ricordi d’infanzia. Lo scopo, spiega, è generare benessere su più livelli: fisico, mentale ed emotivo. Non impongo nulla, propongo delle opportunità, e ogni persona si costruisce la propria esperienza».

Dal buio alla rinascita

Come è avvenuto il suo incontro con il bagno di bosco? «Ho attraversato una grave depressione», racconta. «Quando ho iniziato a stare meglio, il mio cane mi costringeva a uscire. Non avevo forze, mi trascinavo nel bosco in cerca di silenzio e solitudine. Mi sedevo e restavo lì». Senza saperlo, stava già praticando ciò che oggi insegna: «Non pensavo a nulla, prendevo in mano un rametto, osservavo una foglia, vedevo scorrere le stagioni. È stato un ritornare alla vita: noi stessi siamo natura». Solo più tardi ha compreso che quel percorso aveva un nome ben preciso: «Mi sono detta: senza saperlo, durante la malattia, per guarire ho fatto proprio questo». Da qui la scelta di seguire una formazione residenziale in Trentino, conclusa nel 2022.

Forest Therapy e Garden Bathing: la pratica si adatta a tutti

In cosa si differenziano le due proposte? «Il bagno di bosco punta al benessere generale», spiega. «La forest therapy segue una struttura differente: è prevalentemente individuale e prevede un programma personalizzato sulle esigenze della singola persona». Quest’anno Barbara ha sviluppato anche il garden bathing: «Osservando le persone con cui lavoro e notando difficoltà motorie crescenti, ho ideato delle tecniche per adattare il bagno di bosco - anche rimanendo seduti - a chi altrimenti non potrebbe usufruirne».

È il caso delle attività al Parco del Ninin, promosse con l’associazione TerraPiù: «Ci sono molte più persone con difficoltà motorie di quanto si creda. Sono spesso le persone più escluse, ma anche quelle che ne avrebbero più bisogno». Tra i destinatari, anche i team aziendali: «All’inizio c’è resistenza, ma alla fine le persone non vorrebbero più andare via. La trasformazione nell’arco di due ore e mezza è notevole».

Consigli pratici per iniziare da soli

Come provarla anche da soli? «Il primo passo è camminare in silenzio, senza parlare, senza auricolari. Dopodiché si può scegliere un punto, sedersi e impostare un timer di dieci minuti per ascoltare cosa accade dentro di sé». Farlo in autonomia, tuttavia, risulta più complesso: «Da soli si tende a mantenere uno stato di allerta».

Il senso di appartenenza

Cosa insegna davvero il bosco? «Il senso di appartenenza. Come nel piccolo, così nel grande: dalla natura si passa alla riscoperta di sé, per tornare agli altri con una nuova consapevolezza e cura».


Oltre la corteccia / Intervista

La rete segreta delle piante

Christian Bernasconi, biologo e conduttore de Il giardino di Albert della RSI, ci accompagna alla scoperta del bosco tra scienza, benessere e cambiamenti climatici.

Christian Bernasconi.
Christian Bernasconi.

Quando pensiamo al bosco, cosa non vediamo?

«La parte più importante è spesso quella nascosta. Le radici delle piante sono collegate alle ife dei funghi, formando una rete sotterranea attraverso cui vengono scambiati nutrienti e risorse. Per questo si parla spesso di “internet delle piante”. Bisogna però evitare visioni troppo romantiche: questa rete favorisce gli scambi, ma anche la competizione tra specie. Nel sottobosco si sviluppa infatti una complessa trama di collaborazioni e rivalità che contribuisce all’equilibrio dell’intero ecosistema».

Chi controlla questa rete: le piante o i funghi?

«Non c’è una risposta definitiva. Alcuni ricercatori attribuiscono un ruolo dominante ai funghi, altri alle piante. Dipende spesso dal punto di vista di chi studia il fenomeno. Quello che sappiamo è che queste relazioni sono fondamentali per la salute del bosco e per la sua capacità di adattarsi ai cambiamenti ambientali».

Le piante sono intelligenti?

«Dipende dalla definizione che diamo al termine intelligenza. Se è intesa come la capacità di percepire l’ambiente circostante, reagire e adattarsi di conseguenza, allora sì, le piante sono intelligenti. Ma non dobbiamo proiettare sulle piante il nostro modo di pensare. Sappiamo però che percepiscono l’ambiente e reagiscono agli stimoli. Quando vengono danneggiate emettono sostanze chimiche e possono attivare meccanismi di difesa. Non è un pensiero consapevole, ma una risposta biologica. I girasoli che seguono il sole, per esempio, mostrano quanto siano sofisticate queste capacità di percezione».

I «bagni» di bosco fanno bene?

«Sì, ci sono evidenze che mostrano come il contatto con il bosco riduca stress e ansia, migliori l’umore e diminuisca la fatica mentale. Per quanto riguarda gli effetti sul sistema immunitario, alcuni studi suggeriscono benefici, ma le prove non sono ancora definitive. In ogni caso, trascorrere del tempo nella natura rappresenta un’abitudine positiva per molte persone».

Che ruolo hanno i terpeni?

«Sono sostanze volatili prodotte dalle piante per comunicare e difendersi. Quando passeggiamo nel bosco le respiriamo, ed è probabile che contribuiscano in parte alla sensazione di benessere. Non si può però affermare che i bagni di bosco sostituiscano terapie mediche. I risultati osservati derivano probabilmente dall’insieme di più fattori, tra cui il movimento, i suoni naturali, i profumi e il distacco dai ritmi quotidiani».

Perché lo Shinrin-yoku sta prendendo piede anche in Svizzera?

«Perché cresce l’attenzione verso pratiche che favoriscono il benessere e potrebbero anche contribuire a ridurre alcuni costi sanitari. In certi casi diventano pure uno strumento di marketing territoriale e turistico. Sempre più persone cercano esperienze che permettano di rallentare e ristabilire un contatto diretto con la natura».

Esistono boschi che ci fanno stare meglio di altri?

«Uno studio svizzero indica che la popolazione preferisce i boschi misti, seguiti da quelli di latifoglie e infine da quelli di conifere. Poi entrano in gioco anche gusti personali, colori, profumi ed esperienze vissute. Il benessere dipende anche dal legame che ciascuno sviluppa con un determinato paesaggio».

Cosa rende speciale il bosco ticinese?

«La sua posizione tra ambiente alpino e area mediterranea. Questo favorisce una biodiversità particolarmente ricca. Le selve castanili rappresentano un patrimonio prezioso, legato sia alla natura sia alle tradizioni locali. In poco spazio si passa da castagneti a faggete e ad altri ambienti forestali, una varietà che pochi territori possono offrire con la stessa facilità di accesso».

Il rapporto con il bosco è anche emotivo?

«Certamente. Un bosco che conosciamo e sentiamo nostro può suscitare sensazioni diverse rispetto a un luogo sconosciuto. Molti associano determinati sentieri a ricordi personali, esperienze familiari o momenti importanti della propria vita. È un aspetto che riguarda più la psicologia che la biologia, ma che contribuisce al nostro rapporto con il paesaggio».

Quali occhiali speciali occorrerebbero per vedere i «micro movimenti» del bosco?

«Oltre a cercare di vedere il bosco con altri occhi, consiglierei di chiudere gli occhi per ascoltare e annusare. I suoni della natura e i profumi cambiano da luogo a luogo e raccontano molto dell’ambiente forestale. Ogni bosco possiede una propria identità sensoriale, che varia con le stagioni e le condizioni meteorologiche».

Quali effetti avranno i cambiamenti climatici?

«I boschi non spariranno necessariamente, ma cambieranno. Alcune specie tenderanno a spostarsi verso nord o a quote più elevate. Altre potrebbero incontrare maggiori difficoltà a causa delle temperature più elevate e dei periodi di siccità. Sono trasformazioni che dovranno essere considerate nella gestione forestale del futuro».

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