Il Cantone e i rischi dell'intelligenza artificiale

Questa settimana è arrivata una notizia che apparentemente sembra lontana dalla nostra quotidianità, mentre invece affronta un problema che in futuro ci toccherà sempre di più. La notizia è che il Consiglio di Stato, su proposta del Dipartimento finanze ed economia e della Cancelleria dello Stato, ha ratificato un protocollo d’intesa tra il Cantone, il primo nella Confederazione, e una serie di organizzazioni come Agire oltre diverse università e il Centro svizzero di calcolo scientifico. Obiettivo, in sintesi: «Promuovere e diffondere in Ticino un’intelligenza artificiale responsabile e trasparente». Non sarà facile, già altre realtà - per la verità con poco successo - ci stanno provando, stanno cercando di inserire nella rapidissima corsa dell’intelligenza artificiale regole etiche e morali, norme deontologiche che dovrebbero arginare false notizie e strategie truffaldine. Diverse aziende, poi, si stanno rivolgendo ai tribunali per chiedere che il proprio lavoro non venga rubato dai software e dunque dalle società che li possiedono. Perché l’AI, come nella pesca a strascico, passa sul fondale e prende tutto, rielabora, mette insieme e rigenera. Senza rispettare nulla e nessuno. Il limite, anzi uno dei limiti di questa tecnologia, è questo.
Ciò che sta accadendo ricorda a grandi linee quando è successo quando arrivò internet, stravolgendo il nostro modo di informarci e le nostre abitudini. Anche allora i profeti di questa tecnologia che ha cambiato le nostre vite sostenevano che il web sarebbe stato un formidabile strumento di conoscenza, avrebbe consentito a chiunque di poter esprimere la propria idea su un palcoscenico di milioni e milioni di persone, ci avrebbe aiutato a sviluppare un concetto di democrazia allargata, dal basso, con una partecipazione diffusa. C’era, allora, persino chi - con un ragionamento annebbiato da algoritmi e programmi - si spingeva a dire che tutti sarebbero stati finalmente felici. Davanti al computer si potevano - si disse - «abbattere muri e costruire ponti». Invece abbiamo visto come è andata a finire, con le derive social, con l’uso continuo di motori di ricerca che ci hanno privato dell’attenzione e dello studio rendendo intere generazioni pigre, omologate nel pensiero, legate a smartphone e computer, con nuove illusorie professioni dove non servono fatica e titoli di studio, lavori che durano lo spazio di qualche mese. Come dice il titolo di un bel libro che vale la pena leggere, scritto dal giornalista Riccardo Luna che da sempre si occupa di tecnologia, tra aspettative e risultati «Qualcosa è andato storto».
Già, perché oggi il rischio, il rischio vero è che i buoni propositi del web, come dell’intelligenza artificiale, vengano bruciati sull’altare dell’economia digitale governata da pochi, dove tutto passa attraverso Big Tech sempre più potenti e allergiche alle regole, dove il cambiamento tecnologico produce «una profonda mutazione antropologica», come ha spiegato Paolo Benanti, teologo francescano, uno dei 38 esperti nominati dall’Onu per capire l’impatto dell’AI sulle nostre vite (e che abbiamo intervistato nel primo numero di Weekend). Quello che dice Benanti è quello che si ricava leggendo il saggio di Luna, e cioè che oggi più che mai è necessario sviluppare una governance che permetta di orientare il progresso tecnologico verso un autentico sviluppo umano, verso il bene comune, riscoprendo valori condivisi che sono alla base della società. E per fare questo bisogna coinvolgere tutti (come nel nostro piccolo si sta facendo con il protocollo d’intesa appena firmato). Un concetto lanciato quasi due anni fa dallo storico Yuval Noah Harari nel suo «Nexus», un’analisi spietata che ci metteva in guardia contro «la fine dell’umanità».
