L'analisi

Il collante invisibile dei Mondiali

La coesione sociale e il compromesso sono la forza della cultura svizzera – Dalla politica al calcio
©Mirko Aquilino
Camille Chenoux
11.07.2026 08:57

Viviamo in società sempre più frammentate? La domanda sembra retorica, eppure vale la pena resistere alla risposta facile e fermarsi a ragionarci davvero. La coesione sociale è una di quelle espressioni che ritornano puntualmente, pensiamo ai discorsi politici oltre che ai programmi elettorali. Eppure, a forza di essere evocata, rischia di diventare una formula vuota, un’aspirazione retorica che nasconde una realtà sempre più divisa. Le società contemporanee sono attraversate da linee di frattura più profonde di quelle che immaginiamo, economiche, culturali, generazionali nonché territoriali.

La distanza tra chi abita i centri urbani e chi vive nelle periferie, tra chi ha accesso alle opportunità e chi le vede soltanto da lontano, non è una percezione soggettiva, è una struttura. E le strutture, a differenza degli slogan, non si cambiano con un tweet o con lo slogan di turno. La politica infondo lo sa, ma continua spesso a trattare la coesione come un problema di comunicazione anziché come una questione di sostanza, qualcosa da evocare nelle campagne elettorali o da rimandare nella pratica di governo.

Veniamo dunque al secondo quesito, cosa può fare la politica e cosa non riesce a fare? Ricostruire coesione è forse il compito più difficile che la politica contemporanea si trova davanti. Non perché manchino gli strumenti, pensiamo alle politiche redistributive o alle istituzioni partecipative, queste esistono e in molti casi funzionano. Il problema è più radicato e riguarda la fiducia, le democrazie occidentali attraversano una crisi di legittimità che non si risolve con una riforma fiscale o un piano di investimenti, per quanto necessari. I cittadini non si sentono rappresentati, non si riconoscono nelle istituzioni, faticano a vedere nel bene comune qualcosa di concreto e veramente raggiungibile. In questo senso la Svizzera, con il suo sistema di democrazia diretta, offre un modello interessante, non perché immune dalle tensioni, pensiamo alle votazioni federali e a quanto spesso rivelino un paese diviso per valori e visioni del futuro, ma perché ha costruito strutture che costringono al dialogo, che rendono il compromesso non una sconfitta, ma una pratica istituzionale.

E poi, ogni tanto, arriva qualcosa che nessun programma elettorale riesce a produrre, una nazionale svizzera che batte i suoi avversari agli ottavi di finale dei Mondiali, e per qualche ora il Paese smette di essere diviso. Ma il fenomeno non è svizzero, è universale. Lo sport produce coesione in un modo che la politica raramente riesce a imitare. Sugli spalti siedono fianco a fianco persone che fuori dallo stadio non si parlerebbero, non si frequenterebbero, che votano diversamente, che abitano mondi magari diametralmente opposti. La politica deve fare questo, creare identità positive, un comune sentire. Non è una soluzione ai problemi strutturali, sarebbe ingenuo pensarlo, ma è un promemoria potente, le società tengono insieme quando trovano qualcosa da condividere, e il compito della politica è proprio quello di creare quelle condizioni anche fuori dallo stadio, ogni giorno, senza i riflettori accesi. È il lavoro più complicato, ma lo sport ce lo insegna, più grandi sono i sacrifici e più grandi saranno le soddisfazioni.

Scegli il miglior giocatore di ogni partita e vinci fantastici premi ogni giorno. Partecipa ora al gioco dei mondiali del Corriere del Ticino!

In questo articolo: