Il coraggio in redazione

Era il 1969 e il 1981 il Corriere del Ticino fu protagonista a livello cantonale di un importante mutamento nel modo di comunicare. Guido Locarnini, fresco di nomina alla direzione del quotidiano, promosse infatti un nuovo approccio al giornalismo. Un approccio non più basato su comunicati ufficiali ma sulla ricerca di fonti proprie che documentavano i fatti. Enrico Morresi, suo braccio destro al giornale, racconta questa avventura nel volume di recente pubblicazione Guido Locarnini, giornalismo e impegno pubblico (Quaderni di Coscienza Svizzera in collaborazione con la Fondazione per il Corriere del Ticino). L’impegno pubblico di Locarnini andò comunque oltre il giornalismo ed esplorò vari ambiti analizzati, nella pubblicazione, dallo storico Fabrizio Panzera.
Operatori di un cambiamento
«Con una punta di autostima che oggi tendo a giudicare eccessiva - osserva Morresi - noi ci ritenevamo operatori di un cambiamento importante, lo stesso che in Ticino si stava operando anche in altri ambiti a lungo stretti dal corsetto della tradizione, primo fra tutti il tentativo di Marco Solari, nuovo responsabile del turismo, di mandare in soffitta il grottino e le ‘paesanelle’ fin lì considerati immagini tipiche del Cantone meridionale. Locarnini condivideva quello spirito, lui stesso si sentiva un segnale del cambiamento».
L’innovazione di Locarnini si estese anche alla politica con la «P» maiuscola. I suoi studi a Berna ed Heidelberg, nonché le prime esperienze lavorative nella capitale elvetica, lo avevano avvicinato a un liberalismo moderno, che distingue i diritti del privato da quelli dello Stato, ma allo Stato riconosce il potere di limitare l’esercizio della proprietà quando è in gioco l’interesse pubblico. Una visione che si sposava con un’apertura della Svizzera verso il mondo, se voleva evitare le «catastrofiche conseguenze» di una politica isolazionista.
Dal vecchio al nuovo
L’impostazione del giornale, prima dell’arrivo di Locarnini, è definita da Enrico Morresi, studioso della storia del giornalismo nella Svizzera italiana, di un «moderatismo piccolo borghese». I grandi temi, spiega, non venivano trattati dal direttore, ma da collaboratori esterni, «tutti appartenenti all’area alto-borghese». Dal suo predecessore Giovanni Regazzoni, che diresse il giornale per 11 anni tra il 1958 e il 1969, Locarnini «ereditò una pattuglia eterogenea di redattori». Il nuovo direttore si mise subito al lavoro per dare una struttura più professionale alla redazione assumendo nuovi profili, che furono soprannominati i «Locarnini boys». L’obiettivo era di permettere ai nuovi arrivati di specializzarsi, una novità a quei tempi per il Ticino, nei vari settori della cronaca, della politica nazionale, di quella estera, della cultura, degli spettacoli e dell’economia.
Il direttore ci «incoraggiava ad essere coraggiosi», scrive Morresi. «Ci spronava ad affiancare nostri commenti alla cronaca, affinché i nostri articoli andassero oltre all’esercizio di verbalizzare le riunioni di cui riferivamo, come era invece in voga a quei tempi. Da Locarnini imparammo a prestare attenzione alle conseguenze dei nostri scritti. E la scuola funzionava. Per questo, oso concludere, sono importanti i direttori che prendono sul serio la propria funzione di leader: e Locarnini tale fu per noi, giovani del mestiere». Il merito maggiore di Locarnini, conclude il suo capo redattore in «un bilancio» nell’ultima pagina del saggio, «fu la conduzione intelligente e rispettosa di un gruppo di giornalisti che aderiva a un’etica della professione modernamente intesa. Al «modello Locarnini» non si giurava fedeltà: si costruiva e rinnovava, a confronto con la società. Come tale, era il più vicino al modello di giornalismo utile alla democrazia come lo idealizzano i filosofi John Rawis e Jürgen Habermas».
Un approccio dirompente
L’approccio di Locarnini al Corriere del Ticino fu dirompente in un Cantone abituato a un giornalismo di comodo. Come spiegò nel 1983 in un intervento a Coscienza Svizzera la sua visione si ispirava a quella di Ralf Dahrendorf, uno dei maggiori pensatori del neoliberalismo, che attribuisce alla stampa una funzione anticiclica: «Dire ciò che non è stato detto, o non si vuole dire, e chiedere ciò che non è mai stato chiesto, o, nelle sfere ufficiali, non si vorrebbe fosse chiesto». Secondo Locarnini i giornali dovevano essere «un forum di dibattito, non condizionato da pressioni partitiche o religiose, nel quale il Paese reale possa regolarmente trovare libera espressione delle sue denunce, delle sue perplessità, delle sue istanze e delle sue proposte che il Paese ufficiale dovrà accogliere come voce genuina e diretta dei propri amministrati, di noi tutti, dunque».
Le reazioni al «nuovo»
Come accolse il Ticino di cinquant’anni fa un approccio così innovativo al giornalismo? Un approccio, che ancora oggi stenta ad essere accettato e che allora il Corriere condivise con le redazioni del Giornale del Popolo e della RSI, anch’esse alla ricerca di un nuovo modo di comunicare? A giudicare dalle cifre i lettori apprezzarono la nuova impostazione del quotidiano. La sua tiratura durante il decennio di direzione Locarnini, passò infatti da 16’652 a 26’767 copie: un incremento quindi di mille copie all’anno. Meno entusiastica, per usare un eufemismo, fu invece la reazione dei partiti politici, rimasti fedeli - come spiega Morresi - «a un modello di giornalismo più vicino alla propaganda che alla narrazione di fatti e situazioni». La redazione «era accusata di sottacere il valore dell’azione di governo dei partiti, di offrire spazio alle contestazioni».
E la classe dirigente come reagì? Il Ticino del dopoguerra aveva conosciuto un rapido sviluppo economico, spesso frutto di comportamenti spregiudicati e immorali dei quali un giornale serio doveva riferire, toccando tasti delicati e spiacevoli. Come si può facilmente intuire questo atteggiamento critico non venne gradito e Locarnini fu sottoposto a moltissime pressioni. Morresi racconta che, «alle sedute del Rotary di Lugano del lunedì, Locarnini dovette sopportare quello che a noi pareva un «processo al giornale», anche se la maggior parte delle critiche, mosse in quella sede al quotidiano, dopo «defatiganti verifiche» si dimostrava comunque infondata alla luce delle regole di un giornalismo indipendente».
L’impegno pubblico
Oltre al giornalismo, come riferisce nel volume lo storico Fabrizio Panzera, Locarnini svolse un’intensa attività come saggista, direttore di Corrispondenza politica svizzera, ispiratore della nascita dell’Associazione degli industriali ticinesi, oggi AITI, presidente di Coscienza Svizzera e direttore dei corsi di giornalismo.
Locarnini, racconta la figlia Nicoletta nella prefazione, è cresciuto a Berna «tra due lingue, due culture, due mondi che ne plasmarono la personalità e ne indirizzarono gli interessi». Dalla nonna, nativa della Germania, ereditò l’amore per la lingua e la cultura tedesche, mentre dal papà, molto legato al territorio ticinese, ricevette in eredità il senso della responsabilità e l’interesse per la cosa pubblica. Queste radici lo portarono a vivere da una parte come missione la salvaguardia dell’italianità linguistica e identitaria della Svizzera italiana, dall’altra a sottolineare l’importanza dei contatti con Berna e dell’apporto che la nostra cultura poteva dare a un Paese in cui convivono etnie diverse. Molte delle sue energie - spiega Fabrizio Panzera - vennero profuse per la «difesa spirituale del Ticino, intesa a far conoscere ai confederati l’anima ticinese». L’importanza dell’incontro e del dialogo fra culture diverse e la preoccupazione di un possibile soffocamento economico e culturale del Ticino da parte della maggioranza etnica svizzero tedesca furono all’origine di numerosi articoli e saggi, a iniziare dalla sua tesi di laurea. Convinto che la soluzione della maggior parte dei problemi del nostro Cantone doveva venire risolta sul piano della politica federale, Locarnini fu un costruttore di ponti tra il nord e il sud delle Alpi.
