Il cuore è un organo fatto per il movimento

Nati per correre (Born to run) non è solo una canzone di Bruce Springsteen: è anche un’evidenza biologica ed evolutiva. Ne è convinto Mauro Capoferri, cardiologo con studio a Chiasso e tra gli ideatori di CardioWalk Ticino: «Per la maggior parte della nostra evoluzione siamo stati cacciatori-raccoglitori: ci muovevamo continuamente per procurarci il cibo o per non diventare noi il cibo di qualcun altro. Il nostro corpo è una macchina creata per essere in movimento. Rende quando si muove, proprio come qualsiasi mezzo di trasporto. Noi tendiamo a pensare che fare attività fisica significhi essere sani. In realtà fare movimento dovrebbe essere la normalità».
Eppure oggi la sedentarietà sembra essere diventata la regola. «In fondo è soltanto negli ultimi centocinquant’anni che siamo diventati sedentari. Prima, anche vivendo in città, se dovevi comprare qualcosa dovevi andare a piedi: il nostro corpo è una macchina che funziona al meglio quando rimane “oliata”, cioè in movimento».
Le linee guida raccomandano almeno trenta minuti di camminata per cinque giorni alla settimana. «Quei trenta minuti non rappresentano un traguardo: sono il minimo indispensabile per fare ciò per cui siamo stati predisposti. È il minimo sindacale per evitare di iniziare a subire i danni della vita sedentaria. È la sedentarietà che fa male, non il movimento».
Che cosa succede al cuore quando camminiamo o corriamo? «Durante l’attività fisica aumenta la frequenza cardiaca e si dilatano i vasi sanguigni periferici, soprattutto quelli dei muscoli. Di conseguenza il cuore viene maggiormente sollecitato. Successivamente, però, si attivano i meccanismi del sistema parasimpatico e il sistema cardiovascolare si rilassa e recupera».
È anche per questo che gli atleti hanno pulsazioni molto basse a riposo? «Gli sportivi professionisti presentano frequenze cardiache ridotte proprio come compensazione dei momenti in cui, durante l’allenamento, il cuore viene sottoposto a sforzi intensi».
I benefici del movimento non riguardano soltanto il muscolo cardiaco. «No. L’attività fisica ha anche un importante effetto antinfiammatorio. L’infiammazione è uno dei principali meccanismi che provoca i danni cardiovascolari ai tessuti e sappiamo che il movimento contribuisce a ridurla».
Lei ama ripetere una frase che può sembrare provocatoria: «Sì, better fat but fit: meglio in sovrappeso ma allenati. Una persona fisicamente attiva, anche se ha qualche chilo in più, presenta spesso un profilo metabolico e infiammatorio migliore rispetto a una persona magra ma completamente sedentaria».
Percezione dello sforzo: la scala di Borg
Negli ultimi anni si è parlato molto dei 10.000 passi al giorno. Che cosa ne pensa? «Il problema della divulgazione è che inevitabilmente si tende a semplificare e a creare regole che abbiano un forte impatto comunicativo. Ma la realtà è più complessa. È molto meglio fare 5.000 passi a un ritmo sostenuto, che aumenti la frequenza cardiaca e il lavoro del cuore, piuttosto che farne 10.000 passeggiando lentamente con il cane che si ferma quasi in ogni momento. Oppure basta cambiare il modo di camminare. Ad esempio, compiere 5.000 passi con i bastoncini da nordic walking. In quel caso si mettono in movimento anche gli arti superiori e il tronco: la massa muscolare coinvolta quasi raddoppia e l’effetto è decisamente maggiore rispetto a una lunghissima passeggiata affrontata con estrema calma. Invito sempre i miei pazienti a non fissarsi troppo sui numeri o sulle semplificazioni. Bisogna vivere l’attività fisica con saggezza. Più la si pratica, e meglio la si pratica, tanto maggiore sarà il beneficio».
Vale anche per chi si allena molto? «Quando eseguo i test cardiopolmonari vedo spesso persone molto allenate che vanno ben oltre la soglia anaerobica e quasi non percepiscono lo sforzo. All’inizio questo tipo di allenamento migliora certamente le prestazioni. A lungo andare, però, può provocare dei danni: il cuore tende a dilatarsi, aumentano le aritmie e, in alcuni casi, possono comparire anche forme di insufficienza cardiaca».

Come si fa a capire se si sta lavorando all’intensità giusta? «Bisogna mantenersi prevalentemente in un lavoro aerobico e utilizzare la scala di Borg, la stessa riportata sui cartelli dei percorsi CardioWalk Ticino. È un sistema molto semplice: da uno a dieci si valuta la percezione della fatica. Uno è lo sforzo che stiamo facendo adesso mentre conversiamo, dieci è quando la fatica è tale da far venire quasi la nausea. La zona ideale è intorno a 5-6, al massimo 7. Bisogna sentire che si sta facendo uno sforzo, ma riuscire ancora a parlare con la persona che ci cammina accanto. Quella è l’intensità giusta».
Se dovesse lasciare ai lettori un messaggio su questo tema, quale sceglierebbe? «Mi piacerebbe venisse evidenziato questo: pragmatismo e saggezza, non estremismo, non competizione a tutti i costi».
Un consiglio che vale ancora di più durante le giornate di reiterate allerte canicola. «La prima regola è evitare di fare attività fisica nelle ore più calde. Il caldo rappresenta già di per sé un importante stress cardiovascolare: il cuore aumenta il proprio lavoro per cercare di disperdere il calore. Se aggiungiamo anche uno sforzo intenso, il carico diventa eccessivo. A questo si sommano la disidratazione e la perdita di sali minerali, che possono aumentare il rischio di aritmie».
«Il cuore è musica»
Dodici anni fa, con i colleghi del Cardiocentro avete concretizzato il progetto CardioWalk Ticino. Cosa ci può dire oggi? «L’obiettivo non era soltanto invitare le persone a camminare, ma invitarle ad ascoltare il proprio corpo. Volevamo trasmettere un messaggio molto semplice: fare attività fisica in modo corretto e imparare a conoscersi. Bastava anche solo misurarsi il polso con due dita. Oggi ci affidiamo agli smartwatch, ma sentire il proprio battito è un gesto semplice che permette di entrare maggiormente in relazione con sé stessi. I percorsi – a Chiasso, Lugano, Caslano, Ascona e Stabio - erano costruiti attorno a due concetti fondamentali: imparare a dosare l’intensità dello sforzo attraverso la scala di Borg e suddividere ogni attività in riscaldamento, esercizio e defaticamento. Non avevamo grandi ambizioni scientifiche. Era soprattutto un invito a muoversi. Ancora oggi incontro pazienti che mi raccontano di utilizzare quei percorsi e continuo volentieri a consigliarli».
Da quell’esperienza, arriviamo al tempo presente, al suo progetto Cardio Focus, brevi video postati sui social Facebook e Instagram. Perché ha sentito il bisogno di utilizzare questi strumenti di divulgazione? «In tutti questi anni mi sono accorto che i pazienti mi facevano sempre le stesse domande: posso bere un bicchiere di vino? Posso andare in montagna? Posso fare la sauna? Ho pensato che fosse utile rispondere attraverso brevi video, con informazioni corrette e basate sulle evidenze scientifiche. Anche per infondere serenità».
E se un lettore le chiedesse da dove cominciare dopo anni di indolente inattività? «Partire da piccoli passi: si può iniziare subito, persino mentre si legge questo articolo. Basta muovere le braccia, allungare il busto, sollevare le mani sopra la testa. Già questo farebbe una differenza. Poi arrivano i gesti quotidiani: fare le scale invece di prendere l’ascensore, parcheggiare un po’ più lontano, mettere la stampante a distanza. Gli studi dimostrano che anche interrompere periodicamente il tempo trascorso seduti produce benefici».
Lei è un cardiologo. Che cosa cambia più spesso nella vita di una persona dopo un serio problema di cuore? «Molto spesso cambia il modo in cui guarda sé stessa. Una persona cardiopatica vive un infarto o viene sottoposta a un’angioplastica e da quel momento in poi inizia a percepirsi come un malato di cuore. Io invece dico sempre: lei è un guarito di cuore. La malattia c’era prima. Oggi, nella maggior parte dei casi, dopo le cure il paziente sta meglio di prima e ha una prognosi migliore. Eppure rinuncia alla sessualità, evita una gita in montagna, smette di fare tante cose perché pensa di essere fragile».
Quanto conta conoscere la persona, oltre alla malattia? «Quando una persona entra nel mio studio non devo soltanto capire quale malattia abbia. Devo soprattutto capire chi è il paziente che ha quella malattia. Le patologie cardiache sono spesso simili; le persone, invece, sono tutte diverse. Ognuna porta con sé una storia, delle paure e un equilibrio emotivo che possono influenzare profondamente anche il decorso della malattia».
Il cuore è anche un organo intelligente. Cos’è per lei il cuore? «Per un attimo ho pensato non all’organo del corpo, ma all’organo musicale. Forse il paragone è proprio questo: il cuore è musica. Quando un musicista suona uno strumento vive un’emozione, la trasmette e la riceve, ma tutto questo passa attraverso qualcosa di materiale, cioè lo strumento. Per il cuore vale qualcosa di simile.
Il cuore è un organo, certo, ma è anche strettamente collegato alla nostra vita emotiva. È influenzato continuamente dal sistema nervoso: basta pensare al batticuore, alle palpitazioni, all’aumento della frequenza cardiaca quando proviamo paura o una forte emozione. E poi, nell’immaginario collettivo, il cuore è da sempre la sede dei sentimenti».
Mauro Capoferri esercita nel proprio studio di Chiasso, è consulente del Cardiocentro all’ospedale di Mendrisio, medico accreditato alla Clinica Moncucco, presidente dell’Associazione dei cardiologi ticinesi e membro del comitato direttivo della Società svizzera di cardiologia.
Dulcis in fundo, suona l’organo in chiesa in occasione della liturgia domenicale. «Sono proprio un organista della domenica (sorride). Non sono un virtuoso, ma mi piace molto e, in fondo, credo che aiuti anche a nutrire quella che abbiamo chiamato l’intelligenza del cuore».
