Il reportage

Il difficile ritorno alla vita di Crans-Montana: «Turisti e giornalisti vanno via, noi dobbiamo restare»

Saracinesche abbassate con le foto delle vittime, l'albero di Natale che ancora illumina la piazza: sono passate tre settimane dalla tragedia, ma il tempo sembra ancora essersi fermato alla notte di Capodanno – Ne abbiamo parlato con gli abitanti, che convivono con il dolore mentre provano a tornare alla quotidianità
© CdT/Gabriele Putzu
Mattia Sacchi
25.01.2026 06:00

Le luci di Natale sono ancora accese a Crans-Montana. L’albero illumina una piazza che, a quest’ora della sera, è quasi completamente vuota. Le luminarie disegnano lo stesso scenario delle settimane precedenti, ma il loro bagliore sembra fuori tempo, come se fosse rimasto acceso per inerzia. Forse non è una priorità dei servizi comunali intervenire ora. O forse è semplicemente uno di quei dettagli che, dopo una tragedia come quella vissuta lo scorso Capodanno, perdono improvvisamente importanza. Eppure, proprio quelle luci natalizie raccontano più di molte parole: non solo un tempo che qui si è inceppato, mentre il resto ha dovuto ripartire, ma anche un paradosso. Perché quella luce natalizia – che normalmente scalda e rassicura, riconducibile alle feste con i propri cari – oggi finisce per coprire un buio diverso, non fisico ma interiore: l’ombra lunga di una notte che ha spostato i confini del «possibile» e che continua a stare addosso alle cose, anche quando tutto sembra funzionare.

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Quando cala la sera, Crans-Montana torna a essere quieta. Ma è una quiete che non assomiglia alla calma consueta delle località di montagna fuori stagione: più densa, quasi trattenuta, come se il paese avesse imparato a misurare il rumore. Dopo cena il comune si svuota rapidamente. Le strade si fanno deserte, i locali notturni – discoteche, night club, molti dei quali interrati come il Constellation, alcuni addirittura con esposte locandine non rimosse di feste con bengala accesi – restano chiusi. È una chiusura che non ha bisogno di cartelli: basta guardare le serrande abbassate, le insegne spente, le entrate che fino a poche settimane fa erano punti di ritrovo e oggi sono solo soglie mute.

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Anche i ristoranti, raccontano, lavorano con un’aria diversa. «Sono sere più vuote rispetto a Capodanno», spiega Rachele, cameriera in un ristorante italiano. «Ma non è solo per quello che è successo. Qui c’è sempre un momento di flessione tra la fine delle feste e l’ondata di febbraio». Poi, però, aggiunge il dettaglio che pesa più del dato stagionale: «Nei giorni della tragedia eravamo pieni in un modo strano. Non solo clienti: anche soccorritori e giornalisti. Alcuni avevano praticamente trasformato i tavoli in piccole redazioni mobili, computer aperti, telefoni, chiamate continue. In sala si lavorava e intanto si capiva che fuori stava succedendo qualcosa di enorme». Oggi quelle «redazioni» non ci sono più. È tornato il servizio normale, ma con una tensione di fondo che non si spegne: «Servi un piatto, porti una pizza, sorridi. E poi ti ritrovi a pensare che basta un titolo sul telefono per riportarti lì».

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Il Casinò è aperto, ma dentro ci sono pochi turisti, seduti ai tavoli con una concentrazione che sembra più abitudine che svago. Qualche bar rimane aperto per l’ultimo bicchiere prima di andare a dormire, senza musica, senza rumore, con conversazioni a bassa voce. Anche il cinema, proprio accanto al Constellation, sembra essersi fermato: la programmazione è ancora quella del 13 gennaio. I titoli sul tabellone non sono stati aggiornati, come se anche lì il tempo avesse deciso di arrestarsi. Dettagli, certo. Ma in questi giorni i dettagli hanno un modo tutto loro di farsi notare: piccole anomalie che ricordano quanto la routine sia tornata, sì, ma non del tutto.

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Nei giorni immediatamente successivi alla tragedia, Crans-Montana è stata travolta. Dal dolore, prima di tutto. Poi dalle domande, dalle telecamere, dalle richieste di spiegazioni. Oggi, invece, l’assalto mediatico si è ritirato. Giornalisti e troupe televisive se ne sono andati. I turisti del primo momento, pure. Ed è rimasto il vuoto, forse è solo adesso che la comunità ha davvero lo spazio – e il tempo – per elaborare quanto accaduto.

Anche perché, fuori da qui, il racconto è cambiato. Le cronache sono passate dal descrivere la tragedia al seguire un caso giudiziario che sta facendo discutere, quasi più dei fatti stessi. Il baricentro si è spostato a Sion, negli uffici della magistratura, mentre a Crans si resta con una sensazione spoglia: ciò che per giorni è stato «qui» – sirene, shock, domande – adesso si è trasferito altrove, e chi rimane deve continuare a vivere dentro un luogo che per altri è diventato un fascicolo.

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Resta una comunità che deve provare a rimettere insieme i gesti quotidiani. Anche perché, come ripetono in molti, «non c’è alternativa». La normalità non è una scelta, è una necessità. Lo dice senza giri di parole il gestore di un’hamburgeria proprio di fronte al Constellation. «Dobbiamo comunque pagare l’affitto e i salari. Io terrei chiuso volentieri», racconta al Corriere del Ticino. «Ma non posso». È una frase che ritorna spesso, detta con rassegnazione più che con rabbia. Ed è forse anche per questo che la voglia di parlare con i giornalisti è minima: c’è la stanchezza di chi è stato osservato, interpellato, chiamato a dire qualcosa quando avrebbe voluto solo lavorare o restare in silenzio.

In un bar a pochi metri da dove si trovava il memoriale, una barista lo spiega in modo secco: nei giorni scorsi hanno aperto solo per i soccorritori e per le famiglie delle vittime. Ora preferirebbero lavorare solo con i residenti. Ma non è possibile. «Se volete un caffè, ve lo faccio volentieri», dice. «Ma parlare di questa vicenda, no. Ci ha feriti». Non è reticenza: è una forma di difesa, quasi un tentativo di impedire che la tragedia diventi l’unica identità del posto.

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La vita qui è andata avanti da subito. Doveva andare avanti. Christophe lo racconta con semplicità. Lavora in un negozio a pochi metri dal Constellation. «Anche il giorno dopo la tragedia siamo rimasti aperti», dice. «Non si poteva stare chiusi, non offrire il servizio ai clienti». Ogni momento di calma era un momento passato sul telefono, a cercare aggiornamenti. «Mio fratello fa il cameriere nel ristorante messicano poco distante. Ha aiutato nei soccorsi. Ci sentivamo appena possibile». Un altro amico, dopo aver prestato aiuto tutta la notte, è andato direttamente al lavoro agli impianti di risalita. «C’erano centinaia di turisti arrivati da tutto il mondo, ignari di quanto successo poche ore prima. Non si poteva non esserci, anche se era straziante».

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Ed è proprio la presenza dei turisti a rappresentare uno dei nodi più delicati. La paura diffusa è quella di perderli. Che la reputazione di Crans-Montana venga macchiata in modo irreversibile, come è successo ad altre località rimaste per anni associate a tragedie di cronaca nera. Cogne è il nome che torna più spesso nei discorsi, quasi come uno spettro. «La paura c’è, ovviamente», racconta Luigi, salernitano da trent’anni a Crans. «Ma Crans ha una dimensione internazionale che non è paragonabile a quella di Cogne. Molti turisti arrivano dagli Stati Uniti, dai Paesi arabi, dall’Asia. Probabilmente molti di loro non ne sanno nulla già adesso. Figuriamoci tra qualche mese».

Luigi lavora come greenkeeper al campo da golf che ospita ogni anno gli Omega European Masters, uno degli appuntamenti più prestigiosi del calendario europeo. Alla domanda se esista il rischio che il torneo venga annullato, scuote la testa. «Non credo. È una tappa amatissima sia dagli appassionati che dagli stessi golfisti, con contratti importanti già in essere». Anche Omega, main sponsor dell’evento, contattata dalla redazione, ha fatto sapere che al momento non è in valutazione un’ipotesi del genere.

Diverso il discorso per le gare di Coppa del mondo di sci, in programma dal 30 gennaio al 1° febbraio. Qui qualcosa è già cambiato. La FIS, in accordo con Swiss-Ski e con gli organizzatori locali, ha deciso di mantenere le competizioni, ma di ridimensionare tutto il contorno. Gli eventi collaterali in piazza Ycoor sono stati annullati. «Anche qualche festa all’interno degli hotel è saltata», confida la receptionist di un cinque stelle. «Ospitiamo diverse nazionali di sci. Avevamo in programma una piccola festa di compleanno per un membro dello staff di un team, nulla di eccessivo. Ci hanno però chiesto di fare qualcosa di molto più sobrio: una torta, un brindisi».

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Non si tratta però di un esodo, come qualcuno ha raccontato. Le telefonate con richieste di prenotazioni interrompono spesso la conversazione. «Siamo pieni per settimane a febbraio», spiega la receptionist. «Le vere disdette riguardano gruppi che avevano organizzato compleanni, lauree, feste. Una perdita, certo, ma non capisco come si possa dire che i turisti stiano scappando». La stessa impressione arriva da Giulia, bolognese, cameriera in un tre stelle vicino alla pista di pattinaggio. «Qualche disdetta c’è stata, ma la situazione non è quella catastrofica che si legge». Tra stagionali si conoscono un po’ tutti, e lo shock è stato forte anche perché alcuni ragazzi sono rimasti coinvolti. «Ma se vivessimo solo dentro l’hotel, senza seguire le notizie o sentendoci tra di noi su Whatsapp, penseremmo che non sia successo nulla. La gente arriva sorridente, fa colazione, va a sciare, rientra e cena tranquilla». E in questa frizione – tra chi arriva per una settimana e chi resta per tutto l’inverno – sta una parte del trauma: la tragedia non si vede sempre, ma c’è.

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E infatti Crans-Montana, di giorno, appare quasi normale. I negozi sono aperti, la gente cammina con le borse della spesa. A pochi passi dal luogo della tragedia, un uomo contratta ad alta voce il prezzo di un orologio di lusso di fronte alla vetrina di una boutique, rompendo l’assordante silenzio che permeava quell’area. Non si vede più neanche il memoriale, spostato per permettere il traffico e la regolare attività commerciale vicino alla cappella di San Cristoforo. Ma lì il passaggio è continuo. Fiori, pupazzi, candele. Il libro delle dediche si riempie ogni giorno di nuovi messaggi, in lingue diverse, firmati da sconosciuti e da chi qui vive da sempre. C’è chi lascia un nome e chi lascia soltanto una frase. C’è chi si ferma, chi si fa il segno della croce, chi ormai si è abituato alla sua presenza e lascia solo uno sguardo commosso.

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Sotto questa apparente normalità, però, la ferita resta. È una comunità che si sente osservata, talvolta accusata, per la morte di ragazzi arrivati da altri Paesi, mentre sta ancora affrontando il lutto per i propri. Molti commercianti hanno vittime o dispersi tra i loro dipendenti. Sulla saracinesca abbassata, un negozio espone un cartello con una preghiera per Pauline. «È il nostro raggio di sole che lotta per rimanere in vita. È per lei che restiamo chiusi». Il cartello, in fondo, è un gesto di appartenenza: dire che quella ragazza non è «una notizia», ma una persona che qui aveva un posto, un volto, una quotidianità.

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Dal punto di vista economico, molte attività probabilmente reggeranno. Ma nulla sarà come prima. «Per anni ho organizzato le feste di compleanno dei miei figli al Constellation», racconta una residente. «Ora è il luogo dove hanno perso la vita amiche di mia figlia. A differenza dei turisti noi non abbiamo altra scelta che restare. E imparare a convivere con tutto questo dolore».

Torna la sera, le strade tornano vuote, Crans-Montana prova a respirare. La vita va avanti, sì. Ma come sulle sue strade ghiacciate di un inverno ancora più gelido del solito, lo fa con l’attenzione e il timore di chi sa che ogni movimento va ben calibrato. E sotto le luci di Natale ancora accese, resta una consapevolezza: anche quando tutto sembrerà tornato come prima, qui nulla lo sarà davvero.

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