Il «fortino» delle auto classiche di Lugano

Auto leggendarie, rombo di motori, odore di benzina e tecnici al lavoro: questa è Scuderia Classiche, attrezzata officina luganese al servizio di collezionisti esperti di auto d’epoca e marchio leader nel settore dell’organizzazione di gare ed eventi. Una macchina del tempo che ci trasporta nel passato, in «mondi» lontani e di cui l’automobile ne è lo specchio perfetto. Dalle Alfa Romeo degli anni ’20 fino alle Mustang e le Rolls Royce di fine secolo. Ognuna di esse ha una storia, un valore sentimentale che va oltre il semplice prezzo.
Con curiosità ed emozione siamo entrati nella sede della società attiva nel restauro e anche nel noleggio delle vetture retrò. Ad accoglierci un vero appassionato, Paolo Pedersoli, proprietario di Scuderia Classiche e organizzatore del noto evento Lugano Elegance. Un tecnico delle quattro ruote che solo alla fine dell’incontro ci svela la sua preferita: «La numero uno è la Bugatti Atlantic anni ’20, estetica sofisticata, stile Art Déco, regina del design».
Quei teli che nascondono le opere d’arte
Un tour memorabile: quell’odore acre di lamiere e benzina derivante dall’insieme delle auto, ognuna delle quali porta una propria essenza dettata dal tempo, dai materiali e dalla vita stessa della vettura. Più ci addentriamo, più il sentore è forte e cominciamo a vedere qualcosa. I teli coprono opere d’arte, notiamo linee inconfondibili di marchi come Ferrari e Porsche. Sembra quasi di entrare in un caveau che oltre al valore materiale custodisce le glorie automobilistiche dei tempi passati: idee, progetti e modelli ingegneristici in quantità tali da far invidia ad un museo.

Ci viene descritto minuziosamente il lavoro svolto nella vasta sede e come i professionisti operano nell’universo delle corse. Scuderia Classiche non è una semplice officina specializzata ma si divide in 3 rami collegati. Il primo è la creazione e la gestione di eventi legati al mondo delle auto storiche, da qui l’esigenza di un secondo e di un terzo ramo: il supporto tecnico per preparare le gare e l’officina vera e propria, cioè il «fortino» dove tutto ha origine, dal restauro alla manutenzione.
Non è solo una questione di «cavalli»
Notiamo un’auto dalle sembianze americane posata su un sollevatore idraulico. È una Fiat 1100 TV Spider del 1955 dove «TV» sta per Trasformazione Veloce, era l’auto da «tuning» della Fiat dell’epoca, modificata per avere prestazioni migliori (42 cavalli). L’auto italiana, di proprietà della Scuderia Classiche è in preparazione per la Coppa Delle Alpi, una gara di regolarità tra le montagne di St. Moritz. Svariati bollini attestano la partecipazione ad altre competizioni a cui la vettura aveva partecipato in passato.
Parlando della sportiva anni ’50 ci soffermiamo sulle differenze stilistiche e tecniche tra le automobili europee ed americane del secolo scorso. In effetti la Fiat 1100 TV è un’auto che, stando alle intenzione, avrebbe dovuto conquistare il mercato americano, ma ciò non è avvenuto. Questo perché le case automobilistiche che cercavano di affacciarsi a un mercato diverso da quello di «casa» non facevano uno studio adeguato delle esigenze del mercato di altri Paesi. «Le aziende ideavano un’auto e montavano sulle vetture la meccanica che avevano a disposizione in quel momento senza studiare troppo le esigenze di un mercato diverso e del contesto sociale», ci spiega Pedersoli. «Oltre alla politica aziendale poco accurata si aggiungeva una differenza tra i componenti meccanici. I motori europei erano molto sofisticati ma spesso con cilindrate minori rispetto ai classici, più semplici, V8 americani. Questo portava il mercato americano ad avere un interesse minore per l’auto europea in generale». Un altro esempio di questo fenomeno è la Nash-Healy Roadster, la prima vera sportiva americana. Nata nel dopoguerra da una stretta collaborazione tra l’americana Nash e la britannica Healy e carrozzata da Pininfarina. Il risultato fu un mezzo che costava più di una Ferrari e questo portò alla vendita di sole 500 unità. Di queste perle rare firmate USA nel garage ce ne sono ben tre.

Una considerazione sorge spontanea: l’automobile non è solo un mezzo di trasporto, un’arte o un esercizio di stile, bensì è lo specchio del contesto sociale ed è quest’ultimo ciò che detta come le vetture devono essere e devono cambiare negli anni.
Dagli anni Venti ai Settanta
Continuiamo la visita addentrandoci in una sezione separata dell’officina. Il nostro accompagnatore ci mostra due mezzi di inizio secolo: una OM (Officine Milano) del 1926, nonché l’auto che vinse la pima Mille Miglia nel 1927, e una Bentley Vanden Plas del 1934. Due auto quasi centenarie; eppure, molto differenti tra loro. Nonostante i pochi anni di differenza il salto di qualità tecnico tra i due modelli è impressionante. La prima è del tutto manuale, con la meccanica facilmente accessibile ma decisamente complessa da guidare; la seconda ben più all’avanguardia, pensata con sistemi automatici per facilitare la guida e con un comfort di viaggio molto più elevato. Ogni auto racconta l’anno in cui è nata. «Vi voglio portare nel ’34!» esclama il manager passando dalla OM alla Bentley.
Non è tutto: sotto un telo che lasciava trasparire i cerchioni, ecco l’auto americana anni ’70 per eccellenza: una Mustang Mach 1 pronta per essere modificata per una delle gare più lunghe e difficili del Pianeta, la Pechino -Parigi. «La smonteremo completamente. Toglieremo tutto: via motore, cambio, sospensioni, cablaggio. Metteremo rinforzi strutturali ovunque. È un po’ un sacrilegio ma diventerà una macchina capace di attraversare i deserti», ci rivela Pedersoli.
Ci avviamo all’uscita lasciandoci alle spalle tutti questi luccicanti gioielli nuovamente coperti dai teli come li abbiamo trovati al nostro arrivo. Giunti alla fine della visita resta la sensazione di aver viaggiato per chilometri consapevoli che il vero valore di una vettura non sta nel prezzo, ma nel battito di quei motori. Un battito che Scuderia Classiche continua a tenere in vita, bullone per bullone.