L'analisi

Il gioco a tre fra Trump, Kim e sua sorella

La Casa Bianca è aperta al dialogo con la Corea del Nord - Ma per ora Pyongyang si fa desiderare, seguendo una strategia precisa
Guido Olimpio
06.09.2026 16:30

Diplomatici e spie, nonostante le tante crisi in corso, non perdono di vista la Nord Corea. Per una buona serie di ragioni. Donald Trump ha rilanciato l’idea di un dialogo diretto, Seul non ha escluso che possa tenersi un vertice con il Maresciallo Kim in qualsiasi momento, anche se i segnali arrivati da Pyongyang sono stati un mix di prudenza e freddezza.

Seguendo un rituale consolidato è stata Kim Yo jong, la sorella del leader, a stemperare l’apertura di The Donald. Con un intervento pubblico è parsa lanciare un messaggio: non abbiamo fretta, non ci sono ancora le condizioni. Ma tutto può sempre cambiare, visto che parliamo di un regime a gestione familiare. Nel vero senso della parola. Perché qui conta solo il numero uno, Kim, e sotto di lui stanno costruendo un futuro di successione per Kim Ju-ae, la figlia adolescente. Nel mezzo, invece, c’è proprio la sorella. Una donna dal profilo interessante.

Nata nel settembre del 1987, ha studiato per un certo periodo insieme al fratello in una scuola di Liebefeld, cantone di Berna. Un momento di formazione e di apertura ad un mondo diverso vissuto sotto una falsa identità. Tornata in patria è finita nell’ombra, anche se raccontano che il padre l’aveva sempre considerata «una piccola principessa». Ma è riemersa, progressivamente, quando Kim è salito al potere nel 2011. Ed ha iniziato, pur con qualche pausa, a percorrere una carriera importante in un sistema dove è facile cadere, finire sotto processo, morire fucilati. Un esempio su tutti la fine dello zio e della zia dei Kim, accusati di tradimento.

Kim Jo ha accompagnato il presidente in manifestazioni, visite ai reparti, eventi rilevanti. In un’occasione è stata vista raccogliere le cicche delle sigarette fumate dal fratello ma spesso era dietro una colonna a sorvegliare che tutto si svolgesse nel modo migliore. Infatti, è diventata la «regista» delle apparizioni ufficiali del leader, per poi assumere la guida del Dipartimento Propaganda del partito. Anche se appare di rado nelle foto diffuse dalle autorità, potete essere certi che lei c’è, defilata, in secondo piano, quasi a voler ribadire che la scena è riservata solo all’imponente Kim.

In realtà Kim Jo è stata spesso usata per rampognare gli Stati Uniti, ammonirli, metterli in guardia, condannarli per i rapporti con la Sud Corea. Quasi fosse la custode dell’ortodossia diplomatica, una figura resa ancora più sacra dal vincolo di sangue con il Maresciallo. Che, bisogna ammetterlo, vive una fase estremamente positiva.

Se nelle campagne nordcoreane se la passano male, la stessa cosa non si può dire per il cuore dell’apparato. Pyongyang ha incassato vagonate di milioni di dollari vendendo armi alla Russia, proiettili e missili impiegati contro l’Ucraina. L’invio di undicimila soldati al fianco dell’Armata ha portato altre risorse e non è escluso che sia imminente la partenza di un contingente più robusto. Tanto paga Putin. A completare il quadro - secondo diverse fonti - traffici di vario tipo e incursioni hacker attraverso le quali i nord coreani hanno messo mano su veri tesoretti. Grazie a queste risorse il Nord ha lanciato programmi ambiziosi ostacolati, però, da carenze denunciate dallo stesso leader.

Non sarebbe alla fine così strano che Kim, forte del successo internazionale, decidesse di vedere cosa ha da offrire l’imprevedibile Trump.

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