L'anniversario

Il giullare del Lago Maggiore, che vinse un Nobel

A dieci anni dalla morte di Dario Fo, la sua memoria continua a essere divisiva – Lui in qualche modo lo aveva previsto, in un'intervista che ripubblichiamo
28.02.2026 20:00

A cent’anni dalla nascita (Sangiano -Va, 24 marzo 1926) e a dieci dalla morte (Milano 13 Ottobre 2016) la Feltrinelli, rimanda in libreria un libro autobiografico di Dario Fo, «Il paese di Mezaràt» (224 pp.) in cui racconta «I miei primi sette anni (e qualcuno di più)».

Il libro, la cui pubblicazione è inserita nelle iniziative editoriali della Fondazione Fo Rame, nel 2002 Dario Fo, subito dopo l’uscita, lo presentò a Bologna spiegando che: «Il paese di Mezaràt è Sangiano, a ridosso del Lago Maggiore, dove mia madre, cosa della quale la ringrazio, scelse di farmi nascere. I mezaràt sono i pipistrelli, i mezzi topi, quelli che vivevano la notte. Anche a Sangiano tutti vivevano di notte: gli operai delle fonderie, i contrabbandieri, i pescatori. Al paese c’erano due bar che stavano aperti giorno e notte, e poiché non chiudevano mai, avevano tolto le porte».

Premio Nobel nel 1997, Dario Fo, è conosciuto soprattutto come attore acclamato da numerose platee, coscienza polemica della vita nazionale, ma è stato anche regista, grande drammaturgo autore di testi teatrali satirici e graffianti (quasi un centinaio), che si rifanno alla commedia dell’arte italiana e che rappresentò in molte parti del mondo.

A Bologna, quando presentò alla libreria Feltrinelli «Il paese dei Mezaràt» considerato il suo primo romanzo, fu accerchiato letteralmente da un pubblico entusiasta, per lo più formato da giovani studenti. Brillante, acuto, un po’ istrionico e sinceramente calato nel ruolo dello scrittore, che cerca nel tempo i valori della letteratura, Fo parlò a ruota libera, sprizzando simpatia da tutti i pori, e questa è la cronaca di quel giorno culturalmente scanzonato.

«Ho trovato dei testi che provenivano dai greci, dai romani e dal Medioevo, e anch’essi raccontavano la passione che ho dovuto apprendere per raccontare il gioco della fabulazione. Non esiste epoca indenne da fermenti sociali, drammi, ingiustizie, violenze. Non c’è una sola storia che non nasca da una dimensione tragica. Le vicende più comiche, le più buffe, hanno sempre il tragico all’origine. Tutte le commedie di Aristofane hanno una partenza tragica. Ci sono massacri, guerre, disperazione».

La rievocazione della sua infanzia, procede su percorsi memoriali pieni di episodi teneri ma anche drammatici che hanno il respiro della grande storia.
«Andando avanti nel racconto mi soffermo al tempo terribile della guerra in cui sono andato a Brera: era il momento in cui i tedeschi avevano preso in mano tutto quanto e i fascisti erano soltanto decorativi. Fu il tempo in cui dovetti scappare, nascondermi, andare a vivere alla giornata. Un periodo che è durato cinque mesi, ma che nella memoria è diventato un tempo lunghissimo della mia vita, decine d’anni, tanto era intenso il dramma che stavo vivendo, tra fucilazioni e massacri, la disperazione di centinaia di persone e degli ebrei sconcertati che cercavano di fuggire in Svizzera».

I suoi «primi sette anni e qualcosa di più», come recita il sottotitolo del romanzo, spaziano in modo uniforme sulla storia recente, ma non si limitano a raccontare solo i momenti bui dell’Italia.
«Ci sono anche momenti felici nel mio libro, i più felici che abbia avuto nella mia vita, e coincidono con il dopoguerra, con l’esplosione della gioia e della creatività di cui ho goduto, e con la soddisfazione di leggere per la prima volta testi che erano stati proibiti dal fascismo. Scoprire la letteratura americana, francese, russa e persino quella tedesca vietata dal nazismo, è stato straordinario. Ogni giorno m’immergevo in una nuova scoperta, quasi una nuova coscienza. E poi la spinta ad inventare, quasi a prendere di petto le situazioni. Ci trovavamo, come ha detto un grande poeta italiano, in un momento in cui ognuno aveva un enorme foglio bianco davanti a sé dove poter scrivere, inventare, parlare, raccontare la storia non soltanto quella che stavamo vivendo, ma quella che ci avevano raccontato al tempo del fascismo e che avevamo sotterrato con infamia e menzogna».

Il teatro fu la svolta della sua vita.
«Racconto anche il periodo in cui ho cominciato a fare teatro pur parlando solo di sguincio del recitare. Ne parlo come momento di scoperta di alcuni elementi che sono stati importantissimi al momento in cui ho cominciato a recitare. Entrando in teatro però, non ho mai dimenticato quella che era la mia mente di fondo: la pittura e l’architettura. Da ragazzo, infatti, volevo fare il pittore, e questa passione non mi ha mai abbandonato. Quando frequentavo le medie ero negato alla matematica, non riuscivo ad amarla, ma al Politecnico ho preso una tale sbalestrata per la matematica e la geometria, che i primi esami sono stati proprio quelli scientifici».

Nei testi teatrali, ma anche in questo libro, è evidente la sua capacità nel dissezionare le parole, l’arte di far intuire diversi aspetti dello stesso argomento come fosse arrivato a una metamorfosi.
«Volevo mantenere sempre vigile l’attenzione del pubblico, che per la gente di teatro è una bella e brutta belva allo stesso tempo. Il pubblico, lo ecciti, lo fai divertire, ma se poi lasci che se ne vada per conto suo, ti distrugge, ti massacra, e non lo trattieni più. Bisogna avere il coraggio di imporre al pubblico un ritmo. Prima stimolarlo, indicare l’andamento, e poi a freddo impostare il ritmo. Qual è il ritmo? Sembrerà forse un’espressione un po’ azzardata, ma una delle chiavi fondamentali è avere dentro il testo un andamento musicale. Bisogna che il pubblico sia preso in questo gioco e vada con i ritmi dell’attore, dentro questa specie di catarsi».

Dopo aver scritto un’infinità di commedie, ammette che è stato eccessivamente impegnativo scrivere un romanzo.
«Ho penato a scrivere questo libro che ho iniziato sei anni fa. Ho avuto una prima crisi e mi sono fermato; poi ho ripreso per qualche mese dopo il Nobel, poi altra crisi, poi l’ho ripreso ancora in mano e ho continuato spaccando, sfasciando, rifacendo. Se avessi pubblicato tutto quello che ho scritto, sarebbe venuto fuori un libro di seicento pagine. La cosa più impegnativa, più importante per me, era scriverlo come se lo dovessi raccontare a una persona semplice, a un bambino, in modo che non ci fossero forme contorte, bellurie letterarie, esibizioni gratuite delle parole usate con compiacimento: bisognava graffiare senza lacerare il velluto della storia. Ricordo una frase di Brecht che diceva: gli eruditi sono quelli che nello scrivere usano termini raffinati, pieni di terzi, quarti valori che scivolano dentro lo spazio del discorso, e alla fine ti accorgi che non hanno detto niente. Bisogna usare le parole che si usano tutti i giorni, e solo così si riesce a dire cose profonde. Questo concetto l’ho tenuto sempre ben presente: parla come mangi».

Nel 1997, quando gli fu comunicata la notizia dell’assegnazione del Premio Nobel, la sua prima reazione fu di incredulità.
«Adesso chissà quanta gente s’incavolerà. Ci scherzo, ma in quanti hanno detto che insomma, delizioso, caruccio, divertente, ma Fo non è una persona seria. Anche se ho scritto tanto teatro e sono stato amico di attori che a loro volta hanno scritto teatro, non sembravo avere tutti i requisiti per il Nobel. Un po’ come Eduardo De Filippo che mi raccontava le sue idee attorno a un testo, le soluzioni. Parlava con me del piacere dello scrivere, ma anche delle umiliazioni, degli insulti che ebbe, soprattutto nella prima parte della sua vita. Poi divenne importante e lo fecero persino senatore, però rimase sempre uno fuori del coro degli accademici».

Un po’ come Dario Fo.
«La mia vita è come un testo legato particolarmente alla memoria, al guaio terribile per molta gente della non conoscenza rispetto a quello che sta accadendo. E questo viene da lontano, dal fatto che ci siamo dimenticati la storia, il mondo operaio, le lotte, le stragi, tutte le ruberie, le trappole, i processi saltati per aria, le infamie, lo sfottò, le ironie. Alla fine la gente dimentica, purtroppo, ma il malandazzo ai danni dei cittadini non si è mai fermato».

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