Il melting pot che combatte per Vladimir Putin

I numeri «parlano»: oltre un milione di morti, feriti e dispersi russi nella guerra in Ucraina. Un conflitto che devasta il territorio nemico ma impone un prezzo pesante in vite umane. Un’operazione speciale pensata per durare poche settimane e trasformatasi in una crisi senza fine, una macchina distruttrice. Nel quarto anniversario dell’invasione c’è un altro dato interessante: Mosca ha bisogno di 30-35 mila uomini ogni mese, carne da cannone necessaria per rimpiazzare i caduti. Una cifra alta che i reclutatori stentano a raggiungere con regolarità nonostante il dispositivo messo in piedi. L’esercito, da un lato, offre incentivi, cerca di attirare elementi, ma, dall’altro fa pressioni e continua a pescare nelle prigioni, uno dei tanti serbatoi di fanti. Di solito detenuti con pene minori, disposti a indossare una divisa e a prendersi tutti i rischi.
Lo spirito patriottico, la propaganda nazionalista e i metodi sbrigativi non bastano a risolvere il problema e così le autorità, sempre per obbedire agli ordini, cercano altre strade per ampliare i ranghi dei reparti. Alcune di queste portano all’estero, in paesi poveri, dove è facile attirare persone con la promessa di un lavoro e una futura cittadinanza. Molti di questi stranieri sanno cosa li aspetta, sono consapevoli che finiranno per andare a combattere dentro trincee e villaggi. Ma sono altrettanto numerosi gli ingannati: individui convinti di trasferirsi in Russia per impieghi nel settore della sicurezza ma poi dirottati nell’unità chiamate ad affrontare prove sanguinose.
Sono molte le testimonianze e le inchieste emerse negli ultimi mesi sul fenomeno dei «volontari» arrivati da «fuori», una vera Legione straniera composta da cubani, indiani, nepalesi, cingalesi, camerunensi, iracheni, giordani, sudafricani. Sono queste alcune delle nazionalità censite dai servizi segreti occidentali oppure dagli stessi Stati di appartenenza. Di recente è emerso il caso dei kenyoti convinti a partire per l’Europa orientale da facilitatori. Ad attirarli gli stipendi: 2.650 dollari per chi è pronto per la prima linea, 2.150 a coloro che restano nelle retrovie, 880 per quelli assegnati a compiti logistici in zone lontane dalla battaglia. Tanti non sono tornati indietro, caduti sotto il fuoco in assalti condotti da piccole unità, sorpresi dalle cannonate e più sovente dai droni kamikaze, l’arma preferita dai due contendenti.
Frequenti i racconti rilanciati dai familiari, spesso sorpresi di scoprire che i loro congiunti non svolgevano il ruolo di guardie private ma erano stati inseriti nei battaglioni impiegati nelle ripetute e costose offensive.
Particolare il compito assegnato poi alle operaie sudamericane: le hanno mandate a lavorare nelle fabbriche belliche, specie negli impianti che realizzano le copie dei droni iraniani Shahed. Lo stipendio, secondo fonti ucraine, varia tra i 600 e i 1.700 dollari.
Ben documentata, infine, la partecipazione del contingente inviato dalla Nord Corea. Oltre 10 mila soldati delle forze speciali, alternati con rotazioni. Inizialmente hanno dovuto sfidare i proiettili per riconquistare la regione di Kursk, poi hanno partecipato ad operazioni di sminamento, hanno usato l’artiglieria pesante, si sono occupati di manovre più complesse. Una missione celebrata dal leader Kim Jong Un che ha ordinato la costruzione di un grande mausoleo dedicato a quanti sono stati spazzati via dal tiro avversario. In cambio del loro sacrificio il dittatore potrebbe ottenere da Vladimir Putin un aiuto tecnologico per sviluppare armamenti nucleari ed un sostegno diplomatico.
