«Il mio successo? Devo tutto a una bocciatura a 16 anni»

Il ragazzo d’oro della letteratura, che ha conquistato i primi posti nelle classifiche di vendita, si chiama Nelio Biedermann, ha 23 anni, è cresciuto a Thalwil, sul lago di Zurigo. È un biondino con una faccia pulita da adolescente, baffetti, e una serenità che sorprende: è incredulo, ancora non si rende conto d’essere al centro - dice - d’una «specie di favola». A Pordenonelegge, iniziativa giunta alla 27° edizione (694 voci della letteratura italiana e internazionale per 447 incontri in 52 sedi), è stato assediato dai fan giovani e no che hanno letto il suo libro: «I Lázár» (Guanda), in corso di pubblicazione in più di trenta paesi. Dua Lipa lo ha definito «Un romanzo da divorare». E Patti Smith ha scritto: Un nuovo autore di grande talento è arrivato tra noi».
Da dove parte questo successo?
«Ho iniziato a scrivere a sedici anni quando frequentavo il liceo. A quel tempo mi sono candidato all’unica scuola di scrittura della Svizzera, ma non mi hanno preso. È stata una grande delusione, ma guardando il libro ora col senno di poi penso sia stato positivo. Ho iniziato così a studiare letteratura e linguistica tedesca e anche cinematografia e sto cercando di concludere questi studi».
Che famiglia è la sua?
«Conduco una vita normale, i miei genitori lavorano nel settore turistico. Non sono nato in un castello, ma mio padre proviene dalla nobiltà ungherese, e i miei nonni si sono rifugiati in Svizzera negli anni Cinquanta; faccio sport, guardo film, vado al lago, esco con gli amici o con la mia ragazza. La gente pensa che io sia un ragazzo prodigio, come hanno scritto alcuni giornali. No, scrivere per me è una passione e non lo vedo come un lavoro».
Che lingua parla abitualmente? Le piace dove vive o vuole cambiare città?
«Nella vita quotidiana parlo Schweizerdeutsch, ma con mia madre solo tedesco. Della Svizzera adoro Zurigo, soprattutto d’estate: è una città dove non c’è molto da fare e si può stare a casa a lavorare, a scrivere. Però non siamo a New York e ho bisogno di viaggiare per trovare ispirazione».
Il romanzo ha avuto una maturazione lenta o questo best seller è nato da un’idea improvvisa?
«Ci sono alle spalle anni di tentativi che non sono andati a buon fine. E poi è stato veramente difficile riuscire a liberarmi del peso della storia della mia famiglia. Premetto che al di là dei personaggi storici, gli altri hanno una base di verità, ma per lo più sono inventati. Alla fine sono riuscito a scrivere liberamente nel momento in cui è comparso sulla pagina Lajos il bambino trasparente dagli occhi azzurri come il mare, e intravide per la prima volta l’uomo che, a lungo anche dopo la sua morte, avrebbe creduto essere suo padre. Quel bambino diverso (speciale?) è stato una sorta di elemento magico che entrava nella storia. E mi sono detto: adesso sì che è un romanzo».
Che cosa maggiormente l’ha sollecitata a scrivere questa saga familiare?
«Ho sempre avuto interesse per i personaggi un po’ diversi e tutta questa famiglia di cui racconto la saga è un po’ all’infuori e vive isolata ai margini di un bosco. Soprattutto Lajos è proprio isolato anche per via dei suoi tratti fisici che sono molto diversi da quelli delle persone normali. Racconto la storia di una famiglia aristocratica per la quale il passato, i cimeli, il sangue blu sono estremamente importanti, ma Lajos è una menzogna perché non è figlio del padre. L’idea era creare la storia di questo personaggio, dire qualcosa della sua vita interiore. Non è una cosa che ho deciso sin dall’inizio. I personaggi si svelavano un po’ alla volta. E più scrivevo più si vedevano nitidamente. Mi viene in mente una frase di Leone Tolstoj: una sera dopo cena ho visto l’immagine di un gomito. E quello era il gomito di Anna Karenina. Col dettaglio di qualcosa che appare dal nulla, si crea un mondo».
La descrizione della morte di Stalin nel romanzo è una metafora della morte del comunismo?
«I personaggi che si muovono dietro le quinte della Storia, rivestono un’importanza fondamentale. Poi volevo mostrare quelle che erano state le conseguenze della morte di Stalin per la famiglia Làzàr».
Le persone reali, quanto l’hanno ispirata nel corso della stesura del libro?
«Adesso mi capita spesso di voler rintracciare e capire le origini dei miei personaggi. Per il personaggio di Lajos mi ricordo che ero in vacanza in Portogallo: mi è venuta l’idea dell’incipit del romanzo e me lo sono scritto in testa».
Lo zio paterno, Imre, con la sua pazzia è una specie di ombra perenne che ogni tanto appare e scompare: il fantasma del passato perduto?
«Sì, assomiglia molto a un fantasma questa figura che si muove nell’ombra, e si capisce bene che questo personaggio non è assolutamente fatto per il ventesimo secolo».
Perché un giovanissimo come lei, anziché scrivere un romanzo sul suo tempo e le tante difficoltà per i giovani ha scelto di occuparsi del passato?
«Il passato assomiglia moltissimo al nostro presente, sono sorprendenti i parallelismi: pensiamo a quello che sta succedendo ora in Russia e in l’Ucraina, in Israele e in Palestina».
In Svizzera, dice uno dei suoi personaggi, «non c’è una guerra da più di cent’anni»? Ha paura?
«Sì naturalmente, ma intorno a me sento che c’è molta più preoccupazione per tante altre cose».
Come sta vivendo questo momento?
«Il successo è straordinario, ed è incredibile quello che mi sta succedendo, ma devo stare con i piedi per terra. Uno scrittore tedesco mi ha riferito una frase interessante: il successo può essere una cosa negativa per uno scrittore, ma anche l’insuccesso è una cosa altrettanto negativa. Il successo è una cosa meravigliosa, ma non mi lascia più tanto tempo libero come ne avevo prima. Non immaginavo assolutamente di andare tanto avanti per cui la contentezza è anche maggiore».
Mentre scriveva il suo romanzo, faceva leggere stralci a qualcuno della famiglia, magari per acquisire notizie storiche che forse non conosceva?
«Ho fatto leggere il testo ai miei familiari solo quando l’ho finito. Loro hanno capito immediatamente che si trattava di un romanzo e la famiglia rappresentava solo l’ispirazione, anche se c’era la figura del mio pro zio. Questa persona è stata importante per scrivere il mio romanzo, mi ha raccontato però solo le cose belle del passato e della famiglia, e perciò temevo un po’ il suo giudizio. Lui mi ha detto che avrebbe aspettato la traduzione in ungherese. Ora la traduzione in ungherese è uscita e gli ho mandato una copia, ma da lui non ho ricevuto ancora alcun riscontro. A breve sarò a Budapest, lo incontrerò, e voglio vedere che cosa mi dirà».