L'analisi

Il paradosso degli Stati Uniti

Puntano su dazi e operazioni militari – E intanto anche la loro economia frena
Lino Terlizzi
03.05.2026 06:00

Gli Stati Uniti sono tra i Paesi che più hanno beneficiato della globalizzazione nei decenni passati, ma paradossalmente sono oggi tra quelli che più ostacolano lo sviluppo degli scambi economici. È un prevalere della chiusura politica, anche sugli interessi economici. Con l’Amministrazione Trump, in particolare, gli USA hanno varato dazi a ripetizione nei confronti del resto del mondo; c’è stato un successivo parere negativo della Corte suprema americana che ha posto limiti, ma i dazi non sono scomparsi dalla scena e Washington pare intenzionata a tornare alla carica utilizzando altre norme. Inoltre, gli Stati Uniti formato Trump hanno attuato una serie di operazioni militari, tra le quali la più rilevante sinora è la guerra contro l’Iran, che hanno contribuito a frenare ulteriormente gli scambi. Il rallentamento economico globale si sta accentuando e a rimetterci è la crescita mondiale, ma anche quella americana.

L’andamento del PIL

Il Fondo monetario internazionale (FMI) nel suo scenario meno negativo, basato sull’ipotesi che la guerra iniziata a fine febbraio da USA e Israele contro l’Iran duri ancora settimane e non di più, prevede una crescita economica globale del 3,1% nel 2026 e del 3,2% nel 2027, dopo il 3,4% del 2025. È chiaro che se la guerra dovesse durare più a lungo la crescita mondiale rallenterebbe in modo più consistente. Come sempre, i tassi di crescita più alti sono quelli dei maggiori Paesi emergenti, che pure rallentano ma hanno più terreno da guadagnare. I Paesi avanzati hanno tassi minori, perché sono già più avanti e non possono aggiungere più di quel tanto, anche in tempi normali. La media prevista per quest’anno per le economie emergenti e in via si sviluppo è 3,9%, quella delle economie avanzate 1,8%.

Ad abbassare la media di queste economie non sono solo l’Eurozona, il Giappone e altre aree alle spalle degli USA, sono anche quest’ultimi. Secondo l’FMI, sempre nello scenario meno negativo, gli Stati Uniti dovrebbero crescere del 2,3% quest’anno e del 2,1% il prossimo. È vero che nel 2026 ci sarebbe un lieve miglioramento rispetto al 2,1% del 2025, ma è anche vero che ci sarebbe una ridiscesa nel 2027 e che la tendenza rimarrebbe al rallentamento. Nel 2018 gli USA crescevano al ritmo del 3% annuo, poi hanno avuto una frenata al 2,6% nel 2019, prima della pandemia che ha mandato anche loro in recessione nel 2020. C’è stato quindi un forte rimbalzo nel 2021, ma già nel 2022 l’aumento del Prodotto interno lordo (PIL) americano è tornato al 2,5%, prima del 2,9% del 2023 e del 2,8% del 2024. Il 3% non si è più rivisto. Il primo protezionismo di Trump tra il 2017 e il 2020, solo in parte diminuito da Biden tra il 2021 e il 2024, e poi il secondo protezionismo trumpiano dal 2025 ad oggi, non hanno contrastato il trend di rallentamento, al contrario.

L’inflazione e il lavoro

C’è poi il discorso dell’inflazione. Gli Stati Uniti hanno da sempre un rincaro tendenzialmente più alto di quello dell’Eurozona (e della Svizzera, naturalmente, che ha un tasso molto basso) e questo fattore non è venuto meno. Gli USA hanno avuto un’inflazione del 3% nel 2024 e del 2,7% nel 2025, quest’anno dovrebbero avere un 3,2%. L’Eurozona ha avuto rispettivamente 2,4% e 2,1% e quest’anno dovrebbe avere 2,6%. Anche qui, è vero che l’FMI prevede per il 2027 una pausa e una discesa al 2,1% per gli USA e un aumento al 2,2% per l’Eurozona, ma è altrettanto vero che le proiezioni sul 2031 sono di maggiore inflazione per gli Stati Uniti e di minore inflazione per l’area euro. È molto difficile pensare che i dazi voluti dall’Amministrazione Trump non spingano i prezzi negli USA e d’altronde, parlando della situazione attuale, gli stessi USA non sono al riparo dagli effetti della guerra in Medio Oriente che, anche a causa dei blocchi dello stretto di Hormuz, hanno portato direttamente ai rincari di petrolio e gas e indirettamente ai rialzi dei prezzi di altri beni e servizi.

Per quel che riguarda la disoccupazione, gli Stati Uniti continuano a star meglio dell’Eurozona, ma hanno avuto in questi ultimi anni una pur contenuta tendenza all’aumento; erano infatti al 3,6% nel 2023, al 4% nel 2024, al 4,3% nel 2025, e sono previsti al 4,4% nel 2026 e al 4,2% nel 2027. L’Eurozona sta peggio ma ha un trend di seppur lieve diminuzione: 6,5% nel 2023, 6,4% nel 2024, 6,3% nel 2025, previsioni di 6,2% quest’anno e di 6,1% il prossimo. La Svizzera gioca una partita sua e diversa, secondo l’FMI con un tasso di disoccupazione in contenuto aumento e però sempre basso nel raffronto internazionale: 2% nel 2023, 2,4% nel 2024, 2,8% nel 2025, previsioni di 3% quest’anno e di 2,9% il prossimo. Gli USA puntano a una marcata riduzione della loro disoccupazione, ma anche su questo versante la presunta età dell’oro trumpiana sin qui non si è vista.

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