Il parroco di Gaza: «La tregua è fragile, non resta che pregare»

Dal cuore di Gaza, dove la guerra ha trasformato le strade in distese di polvere e macerie, la voce di padre Gabriel Romanelli arriva pacata, quasi sommessa. Ma è proprio quella sobrietà a colpire. Non c’è retorica, non c’è enfasi. Solo la cronaca, nuda, di una resistenza quotidiana che si gioca tra fede e sopravvivenza. Questo sacerdote argentino che ha deciso di vivere la sua missione in Palestina dorme cinque ore a notte, il resto è impegnato per le sue incombenze pastorali: la Messa, la catechesi, gli incontri con i fedeli, le confessioni, i funerali, l’oratorio dei bambini, le feste religiose, gli aiuti alla popolazione che arrivano attraverso il Patriarcato latino di Gerusalemme del cardinale Pierbattista Pizzaballa, con cui è in costante contatto: un lavoro instancabile.
Scelta strategica? No, evangelica
«La gente qui ha bisogno di ogni cosa», commenta. «Ma soprattutto ha bisogno di non sentirsi sola». È una frase che dice tutto: la fame, la paura, la perdita. Ma anche la richiesta più profonda, quella di non essere dimenticati. «I cristiani di qui hanno una fede intensa: si sentono protetti quando hanno il Signore come vicino. Ogni volta che c’è una guerra accade la stessa cosa: vengono a rifugiarsi qui in parrocchia».
Padre Romanelli guida la parrocchia della Sacra Famiglia, l’unica chiesa cattolica della Striscia, nel quartiere di Zeitoun, nella parte orientale, uno dei più antichi di Gaza City. Un luogo che, con il passare dei mesi, è diventato rifugio, casa, ospedale improvvisato. «Abbiamo accolto tante persone», racconta. «Cristiani e musulmani, ma anche atei. Qui dentro cerchiamo di proteggerli, di stare insieme». Non è una scelta strategica, ma evangelica: stare accanto. Lo ha scritto in un diario degli eventi seguiti nella Striscia da quel 7 ottobre 2023, che è diventato un libro, insieme al giornalista di «Le Figaro», Guillaume de Dieuleveult (Le rovine e la luce, edito da Piemme).
Eppure la vita continua
La guerra, però, presenta il conto. E lo fa senza sconti. «Durante questi mesi è morto il 5 per cento dei fedeli», spiega con una lucidità che disarma. Non è un dato astratto. Sono nomi, volti, relazioni. «Alcuni sotto i bombardamenti, altri perché non si riusciva a curarli». La morte, qui, non ha una sola causa. È diffusa, capillare. Dall’inizio della guerra sono morti 70 mila civili, di cui 17 mila bambini. Quello che lui chiama «il Golgota di Gaza».
Eppure la vita della comunità continua. Si stringe attorno alla liturgia, che diventa più essenziale, più necessaria. «Traiamo forza dalla preghiera», dice il parroco. «Preghiamo per la pace, qui e nel mondo». Non è una fuga dalla realtà. È un modo per attraversarla senza esserne schiacciati. «Come missionario in Medio Oriente, ripongo le mie speranze nella certezza che la giustizia è nelle mani del Signore. Gesù non era un ideologo. L’amore, con Lui, passa attraverso l’azione e il perdono». Il legame con la Chiesa universale è stato, in questi mesi, un filo prezioso. «Papa Francesco ci è sempre stato vicino», ricorda Romanelli. «Ci telefonava quasi ogni sera. Anche pochi giorni prima di morire». Non era una formalità. Era una presenza concreta. «E anche adesso lo sentiamo vicino», aggiunge, lasciando intendere che quella relazione non si è interrotta.
Gli aiuti non bastano
Gli aiuti arrivano, ma con fatica. E soprattutto non bastano. «Ora almeno non sono bloccati dall’esercito israeliano, ma non sono sufficienti», ammette senza esitazioni. «Mancano tante cose: cibo, medicine, carburante». E senza carburante, anche gli ospedali si fermano.
La tregua, quando c’è, è fragile. «Temiamo che finisca», dice. Non è pessimismo, è esperienza. Chi vive dentro la guerra sa che la pace non si annuncia, si costruisce. E soprattutto, si difende».
Nel frattempo, la vita continua a organizzarsi attorno a piccoli gesti. «La gente si aiuta», osserva il sacerdote. «Chi ha qualcosa lo condivide». È una solidarietà elementare, ma decisiva. Senza quella rete informale, tutto crollerebbe più in fretta.
C’è anche una dimensione personale che emerge tra le righe. Romanelli è argentino, lontano dalla sua terra. Viene da una famiglia della classe media di Buenos Aires, nel quartiere di Villa Lura. A 18 anni è entrato nel seminario di San Rafael de Mendoza, ai piedi della cordigliera delle Ande. Voleva andare in Russia, ma i suoi superiori lo hanno destinato al Medio Oriente. Ha studiato arabo al Cairo, poi si è trasferito a Gerusalemme e infine a Gaza. Ma non parla mai di distanza. «Questa è la mia comunità», lascia intendere. E in effetti, la sua presenza lì non è temporanea. È una scelta radicata. Le celebrazioni non si fermano. Anche nelle condizioni più difficili. «Celebriamo sempre», dice. «Anche quando è complicato». È una fedeltà che ha qualcosa di antico, quasi ostinato. Come se la liturgia fosse l’ultimo baluardo contro la disgregazione.
È arrivato qui da Buenos Aires
E poi c’è la speranza. Non quella facile, ma quella che resiste. «Il Signore è la nostra speranza», ripete. Una frase semplice, che in altri contesti potrebbe suonare scontata. Qui no. Qui pesa come una scelta. Alla fine, ciò che resta è questa presenza silenziosa. Un parroco che non se ne va. Una comunità che continua a pregare. Una chiesa che resta aperta. In mezzo a tutto il resto che crolla.
Non ci sono conclusioni solenni nelle parole di padre Romanelli. Solo una linea di continuità: restare, accompagnare, condividere. In un luogo dove tutto spinge a fuggire, questa è già una forma di testimonianza. «Quando attraverso Gaza rimango sconvolto dalla quantità di macerie in luoghi che ho tanto amato. In mezzo a questa distruzione metodica dobbiamo continuare a fare il bene, la mia parrocchia è un punto di luce, è stata anche bombardata, io sono rimasto ferito, ma è rimasta un’oasi di pace. Dobbiamo continuare a fare il bene, per servire la comunità cristiana e tutti gli uomini che hanno bisogno di noi: cattolici, musulmani, ortodossi, ebrei atei. Ci vorranno anni per guarire tante ferite. Ma bisogna mettersi all’opera fin d’ora».