Il peso della toga (accademica)

La toga ha un alto valore emblematico ancora oggi. Simbolo di giustizia, ricorda che avvocati e giudici meritano rispetto. In antichità la potevano indossare come copertura (il nome deriva infatti da «tegere», coprire) soltanto personalità di prestigio e precise professioni. L’indumento ha subìto profonde modifiche nel colore, nel taglio, nella lunghezza, per determinare una funzione sociale altolocata, diventando un’icona. La toga accademica, oggi diffusa anche presso i giovani laureati da una moda anglosassone, è propria del mondo universitario in occasioni solenni, come la discussione di una tesi, o come la fine o l’inizio dell’anno accademico, a seconda delle tradizioni dei singoli Paesi.
Visione strategica e comunità
In Ticino il Dies academicus è l’occasione per vedere sfilare con questa veste le rettrici e i rettori degli altri atenei elvetici, che accompagnano, quasi a formare un coro, quello dell’Università della Svizzera italiana. Portare quel singolare abito è difficile perché è un monito per un professore di carriera che assume funzioni dirigenziali e amministrative. Un rettore ha l’autorità di rappresentare non solo la propria visione strategica, ma anche quella di tutta una comunità, composta da decani, docenti, studenti, amministrativi. È un onore, ma anche un onere, che spesso assume chi ha già consuetudine con i meccanismi universitari e che abbandona per un periodo la ricerca e l’insegnamento per dedicarsi a portare una sede a distinguersi dalle altre. Bisogna essere pronti a dedicare molto tempo per essere presenti sul territorio, dialogare con le istituzioni, relazionarsi con gli altri atenei.
Dimissioni non inaspettate
Molte sono infatti le poste in gioco, dai finanziamenti federali alle assegnazioni della ricerca competitiva, alle alleanze. Tra qualche mese vedremo nuovamente la sfilata, con un Ticino che si presenta con un rettore ad interim, viste le improvvise ma non inaspettate dimissioni della rettrice, che con meno di tre settimane di preavviso ha lasciato il timone prima di Natale. Tanti ringraziamenti da parte sua e da parte del Consiglio sono stati letti come uno sbrigativo e formale saluto di commiato. A parte qualche autorevole voce, ha suscitato in molti costernazione l’assordante silenzio su un tema così importante per il territorio. La politica si è mossa con un’interrogazione parlamentare, che ha il vantaggio di porre all’attenzione pubblica un argomento cruciale. Pone alcune domande, ma forse non quelle essenziali.
Il rischio di nuovi errori
L’università e il Consiglio hanno fretta di trovare un nuovo rettore prima dell’inizio del prossimo anno accademico, ma il rischio è quello di reiterare i precedenti errori. Prima di procedere alla nomina andrebbe rivista la struttura, rileggendo i regolamenti. Questo per definire in modo chiaro chi fa che cosa, alla luce di un sistema di pesi e contrappesi che, in modo intelligente, sancisca l’autonomia della figura apicale tracciando i confini. Sarebbe infatti utile avere un rettore libero di esprimere la propria strategia (entro i termini economici del contratto di prestazione ) e una presidenza di rappresentanza, capace di attrarre fondi, di tessere relazioni. Oggi ai vertici non c’è l’accademia ma la politica e i ruoli, spesso fraintesi, hanno creato dolorosi attriti. Non va nemmeno dimenticata la figura del direttore amministrativo (ruolo oggi vacante dopo la partenza di persona più che competente), che dovrebbe essere selezionata dal rettore, non sottoposta da agenzie esterne. Tutti auspichiamo un risultato finale positivo, di buon governo, che potrà manifestarsi solo se chi consegna la toga ne conosce bene il peso e ne prepara adeguatamente le condizioni e chi la riceve, pur riconoscendone la responsabilità, si senta di portarla in modo leggero ed elegante.