L'analisi

Il petrolio è ancora troppo importante

Vale un terzo del consumo mondiale di energia – E il blocco di Hormuz rischia di accrescere l'inflazione mondiale
©MARTIN DIVISEK
Lino Terlizzi
15.03.2026 15:00

L’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran ha aggiunto un altro conflitto bellico in Medio Oriente ed ha al tempo stesso aperto un nuovo capitolo nella lunga storia del petrolio. L’area mediorientale è tra le più rilevanti per il greggio e anche per il gas naturale, non è dunque sorprendente che l’accumularsi di conflitti - tra i quali, occorre ricordare, c’è sempre quello non risolto su Gaza - abbia conseguenze anche sui prezzi di queste materie prime energetiche, spinti al rialzo quando tensioni e scontri crescono marcatamente. In quest’ultimo caso, poi, alle perdite umane e ai danni alle strutture e alle infrastrutture dovuti alla guerra si affianca il blocco di fatto dello stretto di Hormuz, dentro uno dei maggiori percorsi per queste fonti di energia.

Le fonti di energia

Già con l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, per rimanere a questi ultimi anni, si erano viste impennate dei prezzi dell’energia, in particolare per il gas naturale ma anche per il petrolio. Lì c’erano poi state graduali discese, con i prezzi di queste fonti energia ricondotti dentro argini più normali, per così dire. Ma le guerre, specie se toccano direttamente le aree di produzione e distribuzione di materie prime energetiche, possono sempre far scattare nuovamente i prezzi di queste. A monte di tutto ciò, ci si può chiedere come mai il petrolio sia ancora così importante, dopo i molti anni di diversificazione dell’energia, con l’espansione tra l’altro anche delle fonti rinnovabili, per una maggiore tutela dell’ambiente.

Il fatto è che il petrolio, da tempo definito oro nero, pur non essendo più ai picchi di decenni passati mantiene comunque una quota di rilievo, anche in conseguenza del suo ampio impiego nel binomio carburanti-trasporti. I dati relativi alle quote percentuali nei consumi mondiali di energia (fonte: Our World in Data) indicano che il petrolio aveva nel 2024 il 31%, molto al di sotto del picco del 49% del lontano 1973, ma ancora al primo posto. Il carbone dal canto suo è rimasto al 26%, la stessa quota del 1973, mentre il gas naturale è salito nello stesso periodo dal 17% al 23%. L’idroenergia (importante in Svizzera) è passata dal 5% al 6%, il nucleare dallo 0,8% al 3,9%, l’eolico da zero al 3,4%, il solare da zero al 2,9%, altre fonti rinnovabili dallo 0,1% all’1,4%.

Inflazione e crescita

Il petrolio fa quindi ancora quasi un terzo dei consumi mondiali di energia, il gas naturale ne fa quasi un quarto. Sommate, queste due fonti di energia fanno oltre la metà sul lato del consumo globale. Ne consegue che quando salgono in modo consistente i prezzi di una o di entrambe queste fonti di energia, gli equilibri economici più complessivi vengono in qualche modo messi in discussione. Ed è appunto quanto accade quando si acuiscono e/o si moltiplicano i conflitti in aree che sono cruciali per queste fonti di energia tradizionali. Secondo il Fondo monetario internazionale (FMI), un aumento persistente del 10% del prezzo del barile di petrolio si può tradurre in 40 punti base (0,4%) di maggiore inflazione a livello mondiale e in una crescita economica globale minore in ragione di 0,1%-0,2%.

Non bisogna farsi trarre in inganno dal fatto che i numeri citati siano degli zero virgola, i valori assoluti che stanno dietro queste percentuali sono molto rilevanti. Inoltre, bisognerà vedere a quali livelli si assesterà realmente nei prossimi mesi la quotazione del petrolio, che all’inizio dell’attacco all’Iran è salita molto più del 10% ed è poi in parte scesa. È chiaro che la durata e l’intensità dei conflitti bellici, specie in Medio Oriente, saranno elementi decisivi anche per i prezzi di petrolio e gas naturale. Se il prezzo del greggio si stabilizzasse a ben più del 10% di aumento rispetto al pre attacco all’Iran, le conseguenze negative per l’economia mondiale potrebbero essere ovviamente superiori a quelle delineate con comprensibile prudenza dall’FMI per inflazione e crescita.

I mercati finanziari

Pe ragioni anzitutto umanitarie, poi geopolitiche, poi anche economiche, è assolutamente auspicabile che i conflitti bellici, compresi quelli del Medio Oriente, vadano verso un rientro. Non è facile, ma l’auspicio è ora ancor più necessario. In questo quadro molto segnato da scontri geopolitici e incertezze economiche, non desta sorpresa neppure il fatto che i mercati finanziari registrino alcuni scossoni. Le Borse mondiali nel complesso sono ancora a livelli alti, ma i ribassi nelle ultime settimane hanno preso più spazio e le discese degli indici sono diventate più frequenti, in particolare in coincidenza con il nuovo conflitto tra USA-Israele e Iran. Non occorre avere grandi capacità di previsione per affermare che con minori tensioni geopolitiche per le Borse sarebbe meno difficile riaffermare la loro tendenza di fondo al rialzo.

In questo articolo: