Il ritorno di C.P. Company: «A Mendrisio ho riscattato il nome di mio padre»

Ogni tanto la vita viaggia come una barca a vela che si riprende il vento con una brusca strambata. E così capita di ritrovarsi inaspettatamente al timone dell’azienda che molti anni prima aveva fondato tuo padre e che per una serie di circostanze aveva perso, soffrendo come un matto perché lì dentro c’era tutta la sua vita. E anche la tua. È quello che è capitato a Lorenzo Osti che anni fa ha riconquistato un marchio storico della moda internazionale: C.P. Company . Un brand che oggi ha sede legale a Mendrisio, creato da Massimo Osti il designer che ha bruciato i tempi proponendo già negli anni ’70 giacche realizzate con le tende della doccia o capispalla con lenti incorporate, brand che ha attraversato generazioni diventando patrimonio di culture alternative (e subculture) e ancora oggi è strettamente connesso ai cambiamenti sociali.
«Mio padre Massimo aveva ceduto il marchio che aveva creato e nel 1993 era stato escluso dall’azienda per contrasti con i finanziatori. Per lui era stato un colpo basso, non era più riuscito a ricreare la formula vincente con altre aziende. Tanto è vero che è morto a 61 anni. Io e mia sorella abbiamo sempre fatto altro, anche perché mio padre ci ha sempre tenuti lontano dal suo mondo professionale. Finiti gli studi ho aperto una agenzia di pubblicità e marketing», racconta Lorenzo Osti che sarà protagonista del prossimo evento («Trasformare l’archivio aziendale in valore strategico») organizzato dal Lifestyle Tech Competence Center che si terrà il 10 giugno (dalle 14), presso Dagorà Innovation Hub di Lugano. «Raccontavo, appunto, che l’azienda era passata ad altri imprenditori sino a quando, nel 2015, il precedente proprietario Enzo Fusco mi aveva chiesto di collaborare con lui. Io - racconta Osti - non sono né designer e neppure stilista. Ho detto no, ma il discorso è andato avanti».
L’incontro con una terra lontana
Lorenzo Osti allora stava collaborando con un imprenditore cinese: Peter Wang, a capo di una holding quotata in borsa a Hong Kong, appassionato dei capi di C.P. Company. «Gli ho raccontato che c’era la possibilità di comprare la ditta. Ha detto subito sì e dall’inizio è stato molto onesto e trasparente con me: mi ha detto che se l’avesse presa solo lui avrebbero detto che un marchio storico italiano era finito in mani cinesi, con me invece avrebbe avuto una inattesa continuità. Così inizialmente io ho preso il 5 per cento delle azioni del brand, lui con la sua società ha rilevato il 95% di C.P. Company». In pochi anni il fatturato da 7 milioni è passato a 120 milioni.
E qui si potrebbe chiudere la storia. Invece no, perché è l’inizio il capitolo più interessante. Un capitolo che parte simbolicamente da una fotografia, una fotografia del 1985 che ha fatto storia e ha come sfondo il Duomo (inserito con un abile montaggio in un secondo momento): è stata scattata dalla giornalista Adriana Mulassano e ritrae, per la prima e unica volta insieme, i più grandi stilisti del Made in Italy, si va da Giorgio Armani a Valentino, da Krizia a Gianni Versace, da Laura Biagiotti a Gianfranco Ferrè. Marchi che oggi in gran parte non sono più italiani. Massimo Osti in quella foto non c’è. Perché lui, definito lo «stilista discreto e timido», non ostenta, non fa sfilate, non rientra nel giro milanese, nonostante nel suo successo ci sia traccia di una subcultura molto milanese: i Paninari che si vestivano proprio con Stone Island, il secondo marchio di famiglia (oggi di Moncler), nato nel 1982 e chiamato così in omaggio ai romanzi di Joseph Conrad, al mare e i tessuti tipici di questa linea di abbigliamento, e alla Sardegna, «la nostra seconda terra, il luogo delle nostre vacanze e della nostra felicità, dove da sempre abbiamo casa», dice Lorenzo Osti.
Lo scenario e la linea storica
Va detto che sia in C.P. Company che in Stone Island c’è un segno preciso del percorso di Osti, un pioniere profondamente legato alle dinamiche storiche della società. Osti nel suo lavoro è andato oltre il concetto di «sportswear», ha usato linguaggi, colori e segni fuori dagli schemi, ha testardamente percorso una originale ricerca sui tessuti, firmato composizioni che prima degli altri hanno interpretato i gusti e il fermento culturale dell’epoca. «Mio padre era un figlio del 1968, della contestazione, della comunità hippy. E ha creato capi d’abbigliamento di rottura con tessuti slavati e nuove tinture, ha cucito giacche con forme irregolari, eppure coerenti ed eleganti, pantaloni e maglie che richiamano i marinai, ha sfruttato stoffe robuste e calde che ricalcano le uniformi militari, il contrario insomma della moda comunque dignitosa del Dopoguerra, quella dei suoi genitori. Ecco perché in quella foto con gli altri stilisti non c’era. Ne ho parlato a lungo con un amico semiologo: Massimo Osti era il volto delle periferie, non stava nell’allora scintillante «Milano da bere» ma in pianura, in Emilia, fuori dai circuiti ufficiali, quelli canonici, ma poi ha conquistato comunque il mercato. Questo vuol dire che il messaggio è stato capito». Non solo: Massimo Osti non veniva da un ambiente legato alla sartoria, ma era espressione di un preciso mondo fatto di contaminazioni: il suo mestiere aveva assorbito l’atmosfera delle mitiche osterie, la musica, le curve degli stadi, i fumetti e l’arte, i toni ribelli che richiamano l’irriverenza di Katharine Hamnett, il cinema e la letteratura di queste parti con le atmosfere della provincia tratteggiata da Pier Vittorio Tondelli o il teatro dirompente della nuova spettacolarità, insieme a tutto ciò che ruotava attorno al movimento colto e d’avanguardia del Dams di Bologna, senza dimenticare l’amicizia con Lucio Dalla. Osti era pure amico di grandi artisti come Andrea Pazienza, Filippo Scozzari e Tanino Liberatore. «Amava il fumetto. Mio padre non disegnava, prendeva in prestito le strisce dei fumettisti, ritagliava gli abiti dei personaggi e poi come in un collage costruiva una giacca o un pantalone». Capi storici che resistono nel tempo, generazione dopo generazione, e oggi sono indossati da rapper come Guè Pequeno. Il lavoro fatto da Massimo Osti ha affascinato persino William Gibson, lo scrittore di fantascienza statunitense e padre della letteratura cyberpunk, che ha scritto l’introduzione alla seconda monografia su Osti, realizzata sfruttando il suo ricco archivio storico.
La sede oggi è a Mendrisio
Questa storia umana e professionale oggi resiste, ancorata al concetto dell’italianità. Contrariamente, tornando alla famosa fotografia di Adriana Mulassano, di gran parte dei marchi che hanno fatto il successo del Made in Italy. Buona parte sono in mano francese. «Perché l’Italia, pur avendo una straordinaria fantasia e creatività, non ha - spiega Osti - la capacità di fare sistema, l’Italia ragiona per frammenti. I francesi invece hanno il lusso nel Dna, hanno avuto storicamente una nobiltà capace di apprezzare e dare senso all’abbigliamento di qualità, incarnano charme, hanno la capacità di percepire i particolari. Mio padre diceva sempre che è facile produrre vestiti per ricchi, più difficile fare moda con pochi mezzi, sperimentando per creare una bellezza democratica».
La storia iniziata nel 1971 con il marchio Chester Perry, poi cambiato in C.P .Company nel 1978 da Massimo Osti, oggi rivive a Mendrisio. «In Ticino - nota Lorenzo Osti - ci troviamo benissimo. La Svizzera è un Paese formidabile per fare impresa, perché ha poca burocrazia, e una agilità di adattamento che non si trova altrove. Quando c’è stato il Covid dal Cantone ci è arrivata una email dove si diceva che se avessimo avuto bisogno lo Stato c’era. In allegato ci hanno mandato un modulo, lo abbiamo riempito - e qui ho capito il valore del vantaggio competitivo - e in poche ore avevamo i soldi (in prestito) sul conto. In Italia sono serviti mesi».
«Ho restituito un po’ di giustizia»
Ultima domanda: cosa ha provato quando ha chiuso le trattative per ricomprare il marchio di famiglia? «Da questa vicenda umana e professionale - conclude Lorenzo Osti - mi è rimasta una lezione: è importante conservare e custodire la memoria. Oggi sono orgoglioso d’essere riuscito a far conoscere ai giovani la figura di mio padre, d’avere un archivio aziendale vivo e ben organizzato. Ho visto negli anni persone che si accaparravano impropriamente meriti e conquiste di mio padre. Ecco, ricomprando il brand è come se avessi restituito un po’ di giustizia a Massimo Osti e a una storia che pensavo d’avere alle spalle».
