Il settore orologiero limita i danni

L’industria svizzera degli orologi non è nel suo momento migliore, ma non è nemmeno in quella crisi profonda che viene da più parti indicata. Come spesso accade, la realtà sta nel mezzo. Da una parte il polo elvetico dei segnatempo deve certo affrontare, come e più di altri, un contesto economico e geopolitico molto complicato; dall’altra è sin qui riuscito a limitare i danni, grazie ai suoi prodotti e ad un’ampia diversificazione dei mercati. L’industria orologiera rossocrociata rappresenta più del 50% del fatturato mondiale del settore ed esporta oltre il 90% della sua produzione. I numeri sull’export sono quindi un indicatore rilevante, consentono di avere una fotografia significativa.
I dati sull’export
Le cifre pubblicate dalla Federazione dell’industria orologiera svizzera (FH) indicano che nello scorso mese di dicembre l’export è tornato a salire (+3,3% in valore rispetto a un anno prima), dopo quattro mesi consecutivi di flessione. È una risalita moderata, che però dà un po’ di ossigeno e contribuisce a limitare la contrazione per l’anno intero. Nel 2025 infatti le esportazioni sono state di 25,5 miliardi di franchi, l’1,7% in meno in rapporto a dodici mesi prima. Se si considera che nel 2024 l’export era stato di 25,9 miliardi di franchi, con una flessione del 2,8%, si può vedere come in questo difficile biennio il polo elvetico abbia perso terreno solo per pochi punti, mantenendosi sopra la soglia dei 25 miliardi.
Nel 2019, ultimo anno pre pandemia, le esportazioni di orologi svizzeri erano state di 21,7 miliardi; poi nel 2020 la forte caduta a 16,9 miliardi, causata appunto dalla pandemia. Già nel 2021 l’export di segnatempo elvetici era però risalito a 22,3 miliardi, superando dunque il livello del 2019. Nei due anni successivi poi l’ascesa è continuata, con i 24,8 miliardi del 2022 e soprattutto con il record di 26,7 miliardi del 2023. Il complesso delle cifre mostra quindi come le pur non gradite flessioni degli ultimi due anni abbiano comunque lasciato sin qui l’export di orologi elvetici a un livello più alto di quello di un buon anno come il 2022.
È naturalmente interessante anche vedere l’andamento dei singoli mercati, in particolare dei dieci maggiori, nell’ordine. Nel 2025 per gli Stati Uniti c’è stato un -0,5%, per il Giappone -5%, per la Cina -12%, per Hong Kong -6%, per il Regno Unito +0,1%, per Singapore +0,7%, per la Francia +1%, per gli Emirati Arabi Uniti +3%, per la Germania -6%, per l’Italia -0,5%. Nella top ten sei mercati hanno quindi avuto il segno negativo, mentre quattro hanno avuto il segno positivo. Certamente non si tratta di un quadro esaltante ma, di nuovo, tenendo conto del contesto internazionale il bilancio avrebbe potuto essere nettamente peggiore.
Gli Stati Uniti sono il maggior mercato ed è chiaro che i dazi voluti da Trump (per la Svizzera prima al 39%, poi al 15%), hanno influenzato negativamente le dinamiche dell’export nel 2025; tuttavia, una flessione annuale così piccola conferma la forza del prodotto-orologio svizzero. Bisognerà poi naturalmente vedere le evoluzioni di questa guerra dei dazi. Il Giappone ha lasciato punti ma resta un mercato di tutto rilievo, ormai al secondo posto. La Cina e Hong Kong da tempo non hanno più la velocità di anni passati, ma le quantità e i valori che nonostante tutto muovono non sono proprio secondari. Mercati come Singapore ed Emirati Arabi Uniti stanno mantenendo il loro peso. In Europa, Regno Unito e Francia hanno tenuto le posizioni nel complicato 2025, mentre qualche difficoltà in più hanno avuto Germania e Italia.
Ostacoli e forza
Il rallentamento economico internazionale, la forza del franco che rende di fatto più cari i prodotti svizzeri, i dazi americani che frenano i commerci globali sono tre ostacoli di taglia larga anche per l’industria orologiera elvetica. Dalla sua quest’ultima ha soprattutto la qualità dei suoi prodotti (con leadership nella gamma alta ma con presenze anche nelle gamme media e di base) e una presenza molto articolata nei mercati mondiali (quando alcuni vanno meno bene, si può cercare di puntare di più su altri e così via).
Dunque, contesto difficile ma anche frecce al proprio arco per il polo elvetico. L’obiezione secondo cui le quantità prodotte nel corso del tempo hanno subito più volte contrazioni coglie un aspetto che è reale ma solo in parte evitabile. Sulle quantità e sui prezzi molto bassi sono leader i produttori asiatici; sul fatturato è invece leader il polo svizzero, con prodotti appunto di qualità e di valore nella media elevati. Quella attuale non è una fase di grandi obiettivi possibili, ma se l’industria svizzera riuscisse a tenere le posizioni nel 2026, sarebbe già una buona base per future ripartenze in contesti migliori.
