Cultura

Il sogno di Brignoni diventato realtà

Il Museo delle Culture di Lugano compie quarant'anni – Ne ripercorriamo la storia con il direttore Francesco Paolo Campione
Lugano, 20 novembre 2024 - L'uomo e il clima mostra MUSEC Lugano. © CdT/Gabriele Putzu
Prisca Dindo
24.05.2026 23:00

«La gioia più grande? Aver concretizzato il sogno di Serge Brignoni». Francesco Paolo Campione non nasconde la sua soddisfazione. Lui ha avuto il privilegio di conoscere l’anima del Musec, il Museo delle Culture nella storica Villa Malpensata a Lugano, che da vent’anni dirige con grande lungimiranza. «Era il 1992, sette anni dopo la donazione della sua preziosa collezione d’arte etnica al Comune di Lugano. Brignoni intendeva far capire al mondo che non sarebbe mai esistita l’arte del Novecento, senza le altre arti. Non soltanto quelle etniche, ma anche le arti delle civiltà orientali, l’arte infantile, l’arte popolare, come pure le creazioni dei «matti», come li chiamava lui. Voleva dare dignità alle nuove fonti dell’arte. Oggi, a quarant’anni di distanza dalla nascita del museo, possiamo affermare con orgoglio di aver portato a termine la missione. Il Musec è ormai un punto di riferimento di tutta «l’altra» arte, e non soltanto a livello locale».

La visione di un precursore

Nato a Chiasso nel 1903, Brignoni fu innanzitutto un artista di talento. «Una sua gallerista, Berthe Weill, fu una pioniera nel mercato dell’arte francese del primo Novecento. Fu lei a vendere il primo Picasso» ricorda il direttore del Musec. A Parigi, l’artista ticinese, ormai parte della cerchia degli avanguardisti, condivise l’appartamento con Alberto Giacometti «e la sua prima mostra la fece con Miró».

Serge Brignoni fu ossessionato da un’altra meravigliosa passione: collezionare arte etnica. Fu tra i maggiori mercanti del genere del Novecento, «uno che investiva ogni guadagno della vendita delle sue opere per acquisire capolavori che avevano visto la luce in terre lontane». Maschere africane, sculture dell’Oceania, tessuti giapponesi, elementi architettonici indonesiani.

Scambiava opere con i direttori dei musei etnologici. Allora si poteva fare. Loro collezionavano in base alle culture di origine, lui in base a un giudizio estetico. Brignoni aveva capito che occorreva privilegiare la qualità, non la provenienza. Fu un precursore: «se oggi sappiamo che Picasso non sarebbe mai esistito senza «l’art nègre», è anche merito di collezionisti illuminati come lui. Il valore delle opere collezionate con grande sensibilità e donate al Comune di Lugano quarant’anni fa è a dir poco straordinario».

Gli anni bui

Purtroppo, però, questo tesoro non fu subito compreso. Mal recepito e forse anche mal spiegato, il museo (inaugurato nel 1989 negli spazi dell’Heleneum) faticò a trovare la sua strada. Le oltre seicento opere della monumentale collezione rischiarono persino di finire sul mercato. Nel 2005, Campione, fresco di nomina, presentò un piano delle attività dettagliato. Da quel momento, la collezione fondativa trovò finalmente la sua giusta collocazione all’interno di una visione museale ben precisa e definita. «Mi resi subito conto che avevo a che fare con una raccolta di importanza internazionale abbandonata a sé stessa in modo apparentemente inspiegabile. Mi rimboccai le mani e iniziai a lavorare a un concetto all’altezza della situazione».

Una formula vincente

Oggi il Musec è il secondo museo del Ticino, sia per dimensioni sia per attività. È il museo che organizza il maggior numero di esposizioni temporanee all’anno ed è diventato un «player» internazionale, grazie alla sua capacità di esportare molte delle sue produzioni all’estero, consentendo al museo di rientrare nelle cifre nere. «Una delle nostre mostre più acclamate all’estero? «Pigen og Parasollen», - ricorda Campione - un’esposizione temporanea di fotografia giapponese dell’800 presentata al Museo Nazionale di Copenhagen. Ha attratto trecentomila visitatori! E la Collezione Brignoni? «La presentiamo periodicamente al pubblico. Tra due anni tornerà a Villa Malpensata per una grande mostra sull’arte dell’Oceania».

Il Club delle Culture

Campione sottolinea che anche l’identikit del visitatore è cambiato nel tempo. «Oggi abbiamo visto un aumento sia dei giovani sia degli habitué, che usufruiscono della tessera annuale che abbiamo introdotto».

Il Musec organizza diverse attività collaterali pensate per le giovani famiglie: corsi di ceramica, cucina, cucito e ricamo. Il museo vanta pure una sua casa editrice, che cura e pubblica, per sé e per altri, cataloghi e libri: «in vent’anni hanno scritto per noi oltre quattrocento autori provenienti da trentatré Paesi diversi. Siamo arrivati a nove mostre l’anno. L’obiettivo ora è far crescere il nostro Club delle Culture: portare la logica del teatro, con il suo abbonamento annuale, al mondo dell’arte».

La qualità degli allestimenti

Ma è la qualità degli allestimenti a fare davvero la differenza. «Noi produciamo tutto internamente, dalla ricerca fino alla realizzazione della mostra. Ogni esposizione temporanea ha persino uno specifico progetto di ambientazione sonora. Si tratta di allestimenti eleganti e raffinati, e non lo dico io, ma i colleghi di altri musei che vengono qui a studiarli. Tutte le centocinquanta mostre passate negli ultimi vent’anni al Musec, sono state progettate da noi, dalla A alla Z. È un lavoro di ricerca e di approfondimento che varia da due a sei anni. Ciò non significa che escludiamo le collaborazioni, anzi».

I Guriner, gli altri del Ticino

Lo scorso marzo s’è conclusa «Arte Walser. La tradizione di Bosco Gurin», l’esposizione che ha raccontato l’identità culturale della comunità walser di Bosco Gurin, l’unica enclave alloglotta ticinese. Centoventi opere, tra oggetti d’uso quotidiano, arredi, giocattoli e arte sacra, che esploravano la creatività e la spiritualità di una cultura alpina profondamente legata al territorio. «Abbiamo impiegato quattro anni per prepararla. Ma gli sforzi sono stati ripagati: la mostra è stata un enorme successo, risultando tra le più visitate. Abbiamo ricordato la dignità di una cultura antica, da sempre «assediata» da popolazioni di lingua lombarda. A loro modo, i Guriner sono stati per secoli «gli altri» del Ticino».

Storie, innanzitutto

Ma alla fine cosa rappresenta il Musec? Sicuramente un museo di antropologia e arte, ma è anche un luogo che esplora la creatività con un approccio multidisciplinare. «In futuro – spiega concludendo Campione - i musei si distingueranno non soltanto per le loro collezioni ma soprattutto per la loro metodologia, per la loro capacità di raccontare storie. Noi, per farlo, abbiamo scelto il metodo scientifico dell’antropologia dell’arte. È una strada che ci sta premiando e che, alla fin fine, ha premiato il coraggio di chi, prima di noi, accolse la Collezione Brignoni e, vent’anni dopo, mise a disposizione le risorse per avviare una crescita che sorprende anche me.

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