«Il tempo mite aiutò i romani, il fango sconfisse Napoleone»

L’eruzione esplosiva del Vesuvio che nel 79 d.C. seppellì Pompei sotto otto metri di ceneri incandescenti ed Ercolano sotto un’enorme colata di fango, fu una catastrofe collegabile alla meteorologia? E l’impero romano crollò sotto l’invasione dei barbari migranti a causa del raffreddamento climatico del Nord Europa? Napoleone sarebbe stato sconfitto a Waterloo se un temporale non avesse trasformato il campo di battaglia in un mare di fango? Sono solo alcuni esempi delle storie che il professor Vincenzo Levizzani, fisico dell’atmosfera e climatologo, collaboratore di ESA e NASA, racconta in un saggio: «Storia del mondo in 10 tempeste», (Il Saggiatore,218 pagine).
Professore qual è l’importanza delle esplosioni vulcaniche nella formazione del clima, oltre alla formazione dell’atmosfera primordiale?
«Le eruzioni vulcaniche esplosive, stromboliane, vulcaniane o pliniane (da Plinio che le studiò tra i primi), immettono in atmosfera gas, ceneri (diametro inferiore a 2 mm), lapilli (diametro tra 2 e 64 mm) e bombe (diametro superiore a 64 mm). Ciò che ha più effetti sul clima sono i gas e le ceneri (o polveri). In particolare, le polveri possono essere iniettate a grandi altezze, sopra i 10-12 km di quota».
Come fu l’anno senza estate col sole oscurato dai gas vulcanici?
«L’anno senza estate o anno della povertà fu il 1816. Gravi anomalie al clima estivo distrussero i raccolti nell’Europa settentrionale, negli stati americani del nord-est e nel Canada orientale. Le ricerche più recenti portano a concludere che le aberrazioni climatiche furono causate dall’eruzione vulcanica del Tambora, nell’isola di Sumbawa dell’attuale Indonesia (allora Indie orientali olandesi), avvenuta dal 5 al 15 aprile 1815: eruzione che immise colossali quantità di cenere vulcanica negli strati superiori dell’atmosfera. Il vulcano Soufrière nell’isola di Saint Vincent nei Caraibi nel 1812, e il monte Mayon nelle Filippine nel 1814, avevano già eruttato abbondanti polveri e gas pesanti nell’atmosfera. La temperatura globale si abbassò notevolmente. Il ghiaccio durò fino in estate e tempeste di neve imperversarono fuori stagione provocando numerose vittime, il tutto condito da alluvioni dei maggiori fiumi. Il prezzo dei cereali si alzò a dismisura. In alcuni luoghi, la neve che cadde era rossa, si pensa a causa della cenere vulcanica in essa contenuta».
Ci sono differenze tra i cambiamenti climatici attuali rispetto a quelli storici trattati nel libro?
«Una sola: i cambiamenti climatici attuali non sono tutti naturali, ma in larga parte sono provocati dall’azione dell’uomo. Sono quindi molto più eclatanti e veloci. Non occorrono più secoli per vederne gli effetti, ma bastano pochi decenni. Il problema è gravissimo e ogni ritardo nel diminuire l’immissione di gas serra (anidride carbonica e metano soprattutto) si ripercuote su tutti noi e sulle generazioni future. Non c’è più tempo e il negazionismo climatico non paga, anzi ci danneggia tutti direttamente».
Tutte le civiltà sono state influenzate dagli eventi metereologici e climatici?
«Si può sicuramente affermare che tutte le civiltà in tutte le epoche della storia del mondo sono state influenzate in modo evidente dagli eventi meteorologici e climatici. Si hanno tracce ovunque di queste influenze, spesso sconvolgenti. Riguardo, poi, ad affermare con sicurezza che le civiltà sono state aiutate nel loro sorgere e nel loro sviluppo dal clima e dalle condizioni meteorologiche favorevoli, la risposta è senz’altro positiva. Condizioni favorevoli per il fiorire di civiltà «vincenti» sulla scena della storia sono quasi sempre associate a condizioni meteo-climatiche favorevoli».
Un esempio?
«L’ascesa dell’Impero romano. Questa fu aiutata moltissimo dal clima che caratterizzò il cosiddetto optimum climatico, cioè un periodo essenzialmente caldo e mite che durò dal 200 a.C. al 150 d.C. circa. Sulla caduta delle civiltà in relazione alle condizioni climatiche bisogna, invece, andarci un po’ più cauti. Alcune civiltà in Mesopotamia e nella Valle dell’Indo sono state colpite da eventi climatici avversi che hanno contribuito sostanzialmente alla loro scomparsa. Per altre la cosa è più complessa e sfumata e si può dire che il clima ha contribuito, ma non si è certi se lo abbia fatto in maniera del tutto determinante».
Il diluvio biblico è presente anche nei testi di molte altre religioni: com’è spiegabile questa coincidenza?
«Il termine «diluvio» si riferisce in realtà a un periodo di piogge molto intense, addirittura estreme. Queste piogge, come del resto accade anche ai giorni nostri, hanno fatto sì che la terra non potesse alla lunga più assorbire l’acqua in caduta e sono iniziate estese inondazioni. Non stiamo parlando di inondazioni di un piccolo corso d’acqua che si risolvono in poche ore o pochi giorni, ma di inondazioni enormi, di grandi fiumi. Ai nostri giorni riusciamo a prevederle con un buon grado di attendibilità, ma i popoli dell’antichità erano del tutto inermi di fronte a esse».
Da qui deriva il mito del diluvio universale?
«Il Mito e la leggenda di un Dio che è infuriato con gli esseri umani e li vuole punire affogandoli «nella melma di grandi acque», come dice la Bibbia. Questi eventi, ahimè sono tutt’altro che infrequenti e quindi si comprende facilmente come abbiano caratterizzato la storia di molti popoli e regioni della Terra. I popoli antichi li interpretavano come «fine del mondo» perché rappresentavano la fine del loro piccolo mondo come lo avevano conosciuto fino ad allora. Non avevano strumenti per capire e interpretare gli eventi. La fine del mondo, quella vera, ha a che fare con l’esaurirsi della nostra stella, il Sole, ma questa è un’altra faccenda».
Lei mette in evidenza - cosa che spesso si confonde con facilità - che meteorologia e clima sono due cose ben diverse: qual è la differenza?
«La meteorologia studia le condizioni atmosferiche di breve periodo e le condizioni del tempo in rapida variazione. Questo vuol dire che, considerando le attuali limitazioni delle previsioni numeriche del tempo, con la meteorologia non andiamo oltre i 3-4 giorni nel futuro, anche se una previsione attuale a 4 giorni è molto più accurata di una previsione a 1 giorno di 30 anni fa. In breve, la meteorologia si estende dal nowcasting (previsioni valide per 3-12 ore) alle previsioni numeriche che hanno validità di 3-4 giorni. Per di più, la natura caotica dei processi atmosferici modellati limita le previsioni accurate a un massimo di 14 giorni».
E la climatologia?
«La climatologia si focalizza sulle tendenze di lungo periodo e sulle variazioni su periodi di tempo più lunghi di almeno 30 anni. I modelli climatici non forniscono previsioni sullo stato del clima nelle future decadi o secoli, ma producono scenari che derivano dai dati che sono stati inseriti e dalle variazioni delle variabili rilevanti, soprattutto le emissioni dei gas serra in atmosfera da parte dell’uomo».