«In Cina la competizione è tutto, devi essere il numero uno»

Lang Lang è uno di quegli esecutori il cui linguaggio del corpo e le cui espressioni facciali riflettono il funzionamento più intimo della musica. Il suo modo di suonare, con quel viso che guarda in alto come se montasse a cavallo di un purosangue, è quasi imperioso, mentre affronta passaggi tecnici mostruosi come il Quinto concerto di Beethoven o il Rach 3. Questo pianista cinese, dotato di riserve inesauribili di energia, è diventato il simbolo della determinazione del suo Paese a conquistare un posto di rilievo nella musica classica attraverso artisti del calibro di Yuja Wang, Bruce Liu o Yundi Li. Nato a Shenyang nel 1982, la leggenda vuole che avesse due anni quando decise il suo destino osservando estasiato Tom, del cartone animato Tom & Jerry, suonare la Rapsodia ungherese n. 2 di Franz Liszt. I suoi genitori, entrambi musicisti, dedicarono tutte le loro energie a coltivare quel talento precoce. A cinque anni vinse una competizione locale; dai nove frequentò il Conservatorio di Pechino; a undici conquistò il primo premio al Quarto Concorso Internazionale per Giovani Pianisti di Ettlingen, in Germania. La svolta arrivò nel 1999, quando sostituì all’ultimo momento André Watts, indisposto, eseguendo il Concerto di Èajkovskij al Ravinia Festival, vicino a Chicago.
«Che emozione alla cerimonia olimpica»
I suoi successi hanno suscitato un entusiasmo travolgente nella sua Cina natale, spingendo milioni di giovani connazionali ad avvicinarsi allo studio del pianoforte. La cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina ha parlato al mondo anche attraverso la musica. Sul palco di San Siro, accanto alla voce del mezzosoprano di fama internazionale Cecilia Bartoli, il pianoforte di Lang Lang ha dato forma a un’idea precisa: la musica classica come linguaggio universale, capace di unire epoche, culture e popoli diversi. Un evento «perfettamente in linea con la missione di noi musicisti classici: la grande musica come sottofondo di un profondo messaggio di pace» ci spiega il grande virtuoso, seduto in pantaloni e bianchi maglione rosso tra i pianoforti della Sala Steinway di Milano, mentre concede quest’intervista per il Corriere del Ticino. «È stata la mia prima cerimonia olimpica invernale. Avevo suonato a Pechino per le Olimpiadi estive, ma questa era la prima volta. A Pechino mi sembrava di suonare per l’universo intero. Era il più grande evento mai ospitato in Cina. È stata una notte incredibile per me, soprattutto perché l’idea centrale dello spettacolo era rappresentare una nuova generazione che si affaccia alla vita: alla fine avevo accanto a me una bambina e l’ho incoraggiata a suonare.
In Piano Book II una idea di inclusione
Qui l’emozione era diversa: ero nello stadio di San Siro, la Scala del calcio. Lo avevo visto solo in televisione assistendo a qualche partita di Champions. Entrare lì ed essere parte di questo momento storico mi ha emozionato molto. I giganteschi cinque cerchi che avanzano nello stadio resteranno impressi nella mia memoria. Ma a Pechino come a Milano le Olimpiadi uniscono i cuori delle persone e mettono insieme musica, arte e sport». La stessa idea di inclusione attraversa il nuovo album Piano Book II, pubblicato da Deutsche Grammophon, dopo che il primo Piano Book ha superato il miliardo di stream diventando uno degli album classici più venduti del 2019. «Con questa raccolta desidero presentare più musica per tutti coloro che amano il pianoforte, sia che siano alle prime armi, che riprendano dopo molti anni o che suonino semplicemente per il piacere di farlo». Brani brevi, accessibili, ma tutt’altro che minori: «Sono capolavori in miniatura. Molti pensano che questi pezzi siano solo per studenti, ma basta guardare un rondò di Mozart o una variazione di Beethoven per capire che sono opere straordinarie». Oggi, se dovesse scegliere un solo compositore da portarsi su un’isola deserta, Lang Lang risponde senza esitazioni: «In questo momento della mia vita direi Beethoven, di cui sto preparando una registrazione in studio di alcune sonate. Ma a pensarci bene anche Mozart e Bach». Da giovane, però, la risposta sarebbe stata diversa: «Da adolescente avrei detto Rachmaninov. Il Terzo Concerto, che suonavo a 12 anni, era il mio preferito».
«È bene cominciare presto»
Oggi, ragiona Lang Lang, «lo considero uno dei più importanti ma non l’unico, perché i gusti cambiano con il tempo. Per fortuna in quel periodo suonavo anche l’integrale degli Studi di Chopin, e questo mi aiutava ad affrontare i passaggi più ardui. È bene iniziare presto: così, più avanti, quando li suoni sul palco, non ne hai paura. Ma non puoi basarti solo sul Terzo di Rachmaninov o sul Primo di Èajkovskij. Molto presto tutti vorranno che tu suoni brani artisticamente più importanti, come i concerti di Mozart o Beethoven».
La sonatina in do maggiore di Mozart
Nel disco Piano Book 2 convivono classica e contemporanea: Ludovico Einaudi, La La Land, il giovane e talentuoso compositore canadese Tony Ann. Proviamo a chiedergli qualche curiosità sulla sua privacy. Di suo figlio Winston, che ha 5 anni, avuto dalla giovane e bella moglie di origine coreana, la musicista Gina Alice Redingler, sposata in una sontuosa cerimonia a Versailles (i due sono residenti a Parigi), dice che suona già la sonatina in do maggiore di Mozart ma gli piacciono anche i Beatles. Da messaggero di Pace dell’Onu, impegnato in numerosi progetti educativi, Lang Lang guarda ai giovani con realismo: «La vita non è mai facile, soprattutto oggi. Le nuove generazioni affronteranno sfide ancora più dure». Ma c’è un punto fermo: «In Asia, in particolare in Cina, Giappone o Corea, i genitori perseguono questo tipo di educazione ambiziosa. Si aspettano che tu partecipi alle competizioni e, se sei il numero uno, sei grande. Fa parte della mentalità cinese: essere numero uno in questo, numero uno in quello, numero uno come pianista, numero uno come scienziato.
Quando ero bambino al Conservatorio, ogni audizione prevedeva una classifica. I primi otto andavano alla competizione nazionale. Quando sono arrivato in America il mio insegnante Gary Graffman mi disse di dimenticare queste stupide classifiche e di concentrarmi solo sul lavoro che dovevo fare sulla musica. Ma anche da bambino, nonostante tutto, c’era l’amore per le note, oltre ogni competizione. È quello che mi ha salvato. Oggi, quando non suono, riservo la mia energia alla mia Fondazione rivolta ai giovani. Abbiamo creato 240 scuole in Cina, Stati Uniti, Inghilterra e ne stiamo per aprire nuovi centri di formazione in altri Paesi. Si insegna gratuitamente a suonare ai 400 mila giovanissimi che provengono da famiglie disagiate e povere. Se qualche accademico stringe le spalle, non posso farci nulla».