«In Ticino è difficilissimo vivere fuori dai partiti presi»

Se non ricordo male, in Doppia vita (Doppelleben, 1950) Gottfried Benn spera per un momento di poter andare a vivere in uno di quei luoghi che per lui sono il punto d’incontro tra il «nord» e il «sud» dello spirito europeo: il lago di Costanza o il lago di Garda. All’epoca si poteva ancora ragionare con queste categorie (oggi il mondo s’è infemminato e la metafisica, di conseguenza, è scomparsa dalla scena spirituale). L’autore di Flutto ebbro, ad ogni modo, non indica il lago di Lugano. Accontentiamoci di essere, come talvolta si dice, il punto di congiunzione tra la civiltà del burro e quella dell’olio di oliva.
Comunque. La scorsa vigilia dell’Epifania, di rientro dalla Baviera, ho imbarcato l’auto sul traghetto a Friedrichshafen e durante la traversata fino a Romanshorn sono rimasto all’esterno, a prua, nell’aria gelida e cristallina e pulita che tira nel mezzo del Mare Svevo. Lo faccio sempre - d’inverno. È un bel respirare.
Di questo breve viaggio mi sono ricordato l’altrieri mattina mentre intervistavo Renato Martinoni, professore emerito di letteratura italiana all’Università di San Gallo, dov’è stato ordinario per decenni, nonché saggista e romanziere. Conversare con Martinoni è fare una libera e trasparente traversata, andata e ritorno, di quelle che Benn avrebbe apprezzato, dalla Svizzera italiana alla tedesca. Egli non è uomo di partito, di ideologie, di ristrettezze territoriali, non è campanilista, se deve parlare dei difetti dei ticinesi, ne parla con serenità ma senza ironia (che tutto lava via). Si rilegga, per dire, l’urticante intervista che rilasciò sul CdT del 9 marzo 2023. Son pochi così, in Ticino.
Uno spin-off di successo
Motivo dell’intervista: il primo assaggio, per così dire il trailer, della settima edizione del FestivaLLibro, dal 5 all’8 marzo prossimi. Oggi a Muralto, infatti, il romanziere italiano Paolo Giordano, quello della Solitudine dei numeri primi per intenderci, terrà una conferenza in dialogo con il direttore artistico del festival, appunto Martinoni. A cui abbiamo chiesto, in primis, qual è la natura della kermesse, quali gli obbiettivi, se quest’anno ci sono correzioni di rotta, novità salienti o nomi ragguardevoli.
«Mi piace ricordare - dice Martinoni - che FestivaLLibro è uno spin-off del Locarno Film Festival. Ne ebbe l’idea Marco Solari, a suo tempo. Stefano Gilardi, sindaco di Muralto, la sostenne e la prima edizione fu nel 2019. L’obiettivo primario è ancora quello di dare all’editoria della Svizzera italiana una vetrina dove promuovere e vendere le proprie pubblicazioni. Intorno a questo nucleo, organizziamo una serie di eventi per adulti, ragazzi e bambini. Tutto diventa un’occasione d’incontro, emozioni, ascolto. Sperando che, dopo, le persone continuino a leggere per conto proprio. Il fine ultimo è proprio questo. Lo stiamo ottenendo, a mio parere, facendo in modo che chi viene al festival ricordi il piacere di esserci stato e gli stimoli ricevuti. Ma, come la scuola, un festival di editoria non può fare tutto. Noi cerchiamo di attirare e di incuriosire, anche invitando, va da sé, nomi di peso dall’estero. Quest’anno ci saranno Andrea Bajani, premio Strega, Wanda Marasco, premio Campiello, e Laura Pariani, premio Campiello alla carriera. Ma ci sarà pure Giacomo Poretti, sì, proprio lui, del trio Aldo, Giovanni e Giacomo, dal momento che con sua moglie Daniela Cristofori ha curato una raccolta inedita di poesie di Alda Merini: Il mio labirinto di assurdo silenzio, per l’editore Manni».
Il piacere in primis
Una scelta indiscutibilmente pop. «Ma in linea con il FestivaLLibro, nell’ambito del quale vivo il mio compito come un servizio sociale. In accademia posso organizzare un convegno specialistico su follia e letteratura, per restare alla Merini, ma a Muralto voglio portare più persone possibile a prendere in mano un libro pubblicato negli ultimi dodici mesi. Non ho mai perso di vista tale differenza di ambiti».
Questo poggiarsi su un rilassato piacere di incontrare e ascoltare un autore è uno dei tratti peculiari del FestivaLLibro e gli dona una sua raffinatezza, peraltro molto «locarnese», come si evince dal fatto che gli incontri letterari sono spesso accompagnati da proiezioni cinematografiche. Non di rado alle kermesse letterarie, specie nella vicina Italia, c’è invece un’atmosfera di eccessivo engagement, tira un’aria «da fine del mondo», la politica sbuca da tutte le parti, le urla dilagano (si veda l’ultimo Salone del libro a Torino, a maggio dell’anno scorso, nel bel mezzo dei massacri a Gaza, o la polemica farlocca sulla presenza della casa editrice «di destra» Altaforte a Più libri più liberi a Roma, poco più di un mese fa). Si smarrisce, alla fine, l’edonismo della lettura, la brama di passar qualche ora con Teofilo Folengo o James Joyce o Sebastiano Vassalli.
L’editoria come una stufa
Certo, il FestivaLLibro perde così l’occasione di «profilarsi», attività o meglio maquillage politico-culturale che oggi va tanto di moda, nel tentativo di farsi notare o di soddisfare certi narcisismi morali. «Ma che significa poi profilarsi? riflette Martinoni. Bisogna stare attenti a non imbrigliarsi. Si rischierebbe di creare disinteresse o di suscitare un interesse di nicchia. Non vuol dire che, tra gli editori, non ve ne saranno alcuni che coprono i campi della diversità e dell’anarchia. Le racconto una cosa». Prego. «Quest’anno sono entrato, con il mio ultimo romanzo (Ricordi di suoni e di luci, Manni, ndr), nella dozzina dei finalisti al premio Strega e ho capito come questi eventi culturali trasferiscono energia a tantissimi altri attigui. Un premio letterario non riguarda solo il vincitore e la sua casa editrice, ma trascina e sospinge numerosi altri settori e professionalità. Per questo non so come organizzerò il programma dell’anno prossimo, quale sarà il tema conduttore, quali gli invitati. È tutto aperto, anche alle suggestioni dell’epoca. Profilarsi sarebbe controproducente».
Fra le righe, Martinoni ha sollevato un problema cospicuo dalle nostre parti. Gli chiedo: l’editoria libraria in Ticino, ben sovvenzionata, non manca forse di reale competitività? Si pubblica parecchio e si promuove poco, fuori cantone non si percepisce affatto quella che potrebbe essere, se sciogliessimo le briglie, una possibile «influenza culturale» ticinese. E a tal proposito, non sarebbe l’ora di avere un vero premio letterario di statura cantonale, nello stile dell’italiano Campiello, nato nel 1962 con il sostegno degli industriali veneti? «Riguardo la prima questione, vale ciò che mi disse una volta un mio collega italiano: l’editoria libraria è come una stufa, deve continuamente restare accesa, bruciare, non importa se legna buona o cartone. Da noi scarseggia la valutazione critica delle opere. Da una parte, mancano gli strumenti. Dall’altra, in Ticino è difficilissimo vivere fuori dai partiti presi, dalle consorterie, e poter esprimere giudizi realmente indipendenti. Certo, l’istituzione di un premio letterario di riferimento, con stringenti criteri di selezione delle opere e magari un’alta dotazione economica, sarebbe un’operazione enormemente divisiva, a rischio di implosione. Ma sarebbe anche uno stimolo importante, e uno strumento di riflessione e di conoscenza critica».
