Medicina

«In Ticino non mancano le competenze, ma il dialogo tra istituzioni»

Solange Peters è un punto di riferimento nell'oncologia svizzera: «Contro il cancro cure più efficaci, senza scordare la qualità di vita»
Solange Peters (Keystone)
Paolo Rossi Castelli
21.06.2026 06:00

Non basta togliere il tumore con un intervento chirurgico, o «bruciarlo» con la radioterapia, o annientarlo con i farmaci di ultima generazione. Bisogna portarlo via anche dalla mente delle persone colpite da questa malattia, curare il danno che il cancro produce nella percezione della vita e del futuro. E naturalmente bisogna utilizzare fin dall’inizio del percorso di cura (e non solo nelle fasi terminali) tutte quelle terapie di supporto (così si chiamano) che permettono di ridurre, e a volte di prevenire, gli effetti collaterali negativi dei trattamenti oncologici, come il vomito, la stanchezza cronica (fatigue), le neuropatie (danni ai nervi periferici), i deficit cognitivi, la cachessia (alterazioni metaboliche, infiammazione sistemica).

Sembra ovvio e necessario che questo mix di empatia e di terapie di supporto trovi un ampio spazio nella gestione del cancro, eppure non tutti gli ospedali lo applicano, per varie ragioni, organizzative, ma anche di «mentalità»: si pensa, cioè, che una certa serie di conseguenze, anche molto pesanti, legate alle cure oncologiche siano inevitabili, da accettare, pur di combattere il tumore.

L’attenzione su questi temi, e su queste «oscurità», è stata rilanciata nelle settimane scorse a Lugano (il 16 maggio) dal Premio Fondazione San Salvatore (uno dei più importanti in Svizzera nell’ambito oncologico), che è stato attribuito alla professoressa Karin Jordan, direttrice del Dipartimento di ematologia, oncologia e medicina palliativa presso l’Ospedale Ernst von Bergmann di Potsdam (Germania): una protagonista della «rivoluzione culturale» per un approccio molto più empatico e attento alla qualità della vita dei malati di tumore.

È stata un’altra donna, Solange Peters, presidente del Comitato scientifico della Fondazione San Salvatore, a insistere perché il Premio (conferito ogni anno a un oncologo di particolare valore) venisse assegnato proprio alla Jordan. «Il suo approccio - ha scritto nella laudatio - rappresenta un esempio di come le cure oncologiche avanzate possano rimanere profondamente umane e centrate sul paziente».

Solange Peters è una figura di riferimento dell’oncologia svizzera, professoressa ordinaria all’Università di Losanna e direttrice del Servizio di oncologia medica al Centre hospitalier universitaire vaudois (CHUV). Fa parte anche del Consiglio dell’Università della Svizzera italiana, e dal 2020 al 2022 ha guidato l’ESMO (European Society for Medical Oncology), una delle più importanti società scientifiche oncologiche del mondo, con 50’000 membri.

Professoressa Peters, perché le terapie di supporto, che hanno un ruolo così importante per il benessere dei pazienti oncologici, vengono tenute troppo spesso nell’ombra?
«In realtà queste terapie - risponde - sono oggi molto più integrate nella pratica oncologica rispetto al passato. Per quanto riguarda la nausea e il vomito legati alla chemioterapia, ad esempio, la situazione è cambiata in modo molto significativo negli ultimi 15-20 anni. I nuovi farmaci antiemetici (in particolare i cosiddetti «setroni», associati a corticosteroidi, antagonisti NK1 e ad altre strategie) vengono ormai somministrati in modo quasi sistematico nei protocolli oncologici standard. Questo ha ridotto moltissimo la frequenza e l’intensità della nausea severa, che un tempo rappresentava una delle tossicità più temute dai pazienti. Detto questo, persistono ancora differenze importanti: in alcune aree geografiche l’accesso ai farmaci più moderni resta limitato per ragioni economiche e organizzative, e ci sono ancora pratiche non completamente adeguate, soprattutto fuori dai grandi centri specialistici».

Oltre alle terapie contro la nausea e il vomito, come sta evolvendo la ricerca in questo settore?
«Le cure di supporto si sono sviluppate enormemente negli ultimi decenni e devono (dovrebbero) accompagnare il paziente lungo tutto il percorso oncologico. Comprendono oggi la prevenzione delle infezioni, il trattamento delle tossicità immunologiche, neurologiche e metaboliche, il supporto nutrizionale e psicologico, oltre alla riabilitazione. In molti casi permettono di mantenere le cure oncologiche più a lungo e in condizioni migliori».

E la terapia del dolore?
«Esiste tuttora una componente culturale molto forte, che spesso associa gli oppioidi, come la morfina, alla dipendenza, alla perdita di controllo o alla fase terminale della vita. Questo può creare preoccupazioni sia nei pazienti, sia talvolta negli stessi medici, portando a un uso limitato delle terapie antidolorifiche che, se ben prescritte e monitorate, sarebbero invece fondamentali per la qualità della vita».

Lei studia da molti anni il cancro. Che idea si è fatta delle cellule tumorali e del loro progetto «folle», anarchico, di ricostruire interi organi senza rispettare le regole che invece ogni altra cellula dell’organismo deve accettare?
«Le cellule tumorali non seguono un progetto consapevole, ma rappresentano il risultato di una perdita progressiva dei meccanismi di regolazione. In un organismo sano le cellule cooperano secondo regole precise di equilibrio e comunicazione. Le cellule tumorali acquisiscono, invece, capacità di proliferazione, adattamento e sopravvivenza che sono indipendenti dai bisogni dell’organismo. È questa estrema plasticità biologica che rende il cancro, a volte, così difficile da controllare».

In molti casi sembra che le cellule tumorali abbiano una sorta di «intelligenza collettiva», che permette loro di sfuggire al sistema immunitario, di ingannarlo, e di sfruttare in ogni modo possibile le risorse dell’organismo. Naturalmente non può esistere un’intelligenza nelle cellule, ma come si spiegano questi fenomeni di «alleanza»?
«Le cellule tumorali non possiedono un’intelligenza nel senso umano del termine, ma evolvono attraverso processi di selezione molto efficienti e riescono ad attivare quella che gli oncologi chiamano «fuga immunitaria». I tumori possono, per esempio, «spegnere» alcune cellule immunitarie, produrre sostanze immunosoppressive o rendersi meno riconoscibili, applicando una sorta di mimetismo biologico. È proprio su questi meccanismi che agiscono oggi le immunoterapie moderne, cercando di «riattivare» il sistema difensivo dell’organismo contro il tumore».

Passiamo alla Fondazione San Salvatore, che sostiene in modo importante la ricerca oncologica, con finanziamenti annui di circa un milione di franchi, oltre al Premio (50’000 franchi). Qual è il vostro orientamento, nella scelta dei progetti da supportare?
«La Fondazione San Salvatore finanzia progetti caratterizzati da un’elevata qualità scientifica, da un forte livello di innovazione e da un potenziale impatto clinico per i pazienti. Un’attenzione particolare è inoltre dedicata ai giovani ricercatori e alle collaborazioni interdisciplinari».

Dal suo punto di osservazione, cosa potrebbe fare di più la ricerca ticinese?
«Il Ticino possiede competenze scientifiche molto solide, ma deve rafforzare la collaborazione tra istituzioni accademiche, cliniche e tecnologiche. Le grandi sfide scientifiche richiedono oggi massa critica, interdisciplinarità e reti internazionali».

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