In Yemen la guerra è infinita

Lo scontro furioso in corso nello Yemen è solo l’ultimo atto di una storia «antica». Oggi il movimento filoiraniano Houthi è contrapposto ai lealisti sostenuti dall’Arabia Saudita e da uno schieramento che include Pakistan e Turchia. In appoggio anche Usa e forse, in modo più discreto, Israele. I russi e cinesi, invece, aiutano con l’intelligence la milizia sciita. Giochi preceduti da altre sfide attorno alla via d’acqua del Mar Rosso.
Torniamo allora agli anni ’60 quando la monarchia yemenita, della quale fanno parte anche esponenti sciiti, viene rovesciata dai militari. È guerra civile. Nel tempo interverranno protagonisti esterni. Gli israeliani manderanno armi ai governativi islamici (incluso il capostipite degli attuali Houthi), l’Egitto schiererà un contingente al fianco dei rivoluzionari. Battaglie sanguinose, uso di armi chimiche da parte degli egiziani che, però, lamenteranno perdite ingenti. Una conferma di come la regione sia una trappola ad alto rischio. Una volta dentro è difficile uscirne senza pagare pegno.
Lo Yemen sarà diviso in due stati, il Nord e il Sud, quest’ultimo amico di Mosca e dei movimenti marxisti. Infatti, ospiterà anche i guerriglieri palestinesi, permetterà alle frange più radicali di creare piccole basi e campi d’addestramento. Arriveranno qui Wadi Haddad, il regista dei dirottamenti aerei, e un buon seguito di fedayn. Passerà attraverso questi rifugi Ilich Ramirez Sanchez, meglio noto come Carlos lo Sciacallo, terrorista venezuelano messosi a disposizione dei palestinesi e, poi, dei regimi arabi diventando un killer a pagamento.
È una realtà eversiva importante, disseminata tra il territorio interno e alcune delle isole sulla rotta di Bab el Mandeb. Posizione strategica e tattica formidabile. Lo rivela un episodio. L’11 giugno 1971 la petroliera israeliana Coral Seal finisce sotto attacco, la colpiscono con razzi anticarro. A spararli un commando a bordo di un barchino «calato» da un peschereccio. I danni sono lievi, conta il gesto.
L’attentato è opera dei seguaci di Haddad, probabilmente hanno usato degli RPG donati dall’URSS. All’epoca il KGB considerava il capo palestinese alla stregua di un agente e per questo aveva organizzato una consegna d’armi speciale. Quell’incursione è un segnale allarmante perché indica un modus operandi e degli obiettivi relativamente facili. In questi mesi sia gli iraniani che gli Houthi hanno fatto lo stesso affidandosi però a missili o ai droni kamikaze, ben più efficaci di un semplice controcarro.
Tramontata l’epoca del terrore interpretato dai fedayn, è nata la stagione jihadista. E lo Yemen fa di nuovo scuola. Siamo al 12 ottobre 2000, golfo di Aden. Una cellula di al Qaeda centra con un barchino esplosivo guidato da un kamikaze la nave militare americana Cole. 17 marinai perdono la vita. Azione che precede l’assalto all’America e rivela la pericolosità del braccio yemenita della fazione fondata da Osama. Nei suoi ranghi un esperto di bombe tra i più letali, Ibrahim al Asiri, capace di usare il proprio fratello come attentatore suicida, con la bomba celata nel retto. Target (mancato) il ministro dell’Interno saudita. Questa componente qaedista non è mai scomparsa, racchiusa in alcune aree limitate. Altra prova della complessità di uno scacchiere dove gli aspetti economici si intrecciano con una molteplicità di attori tra alleanze fluide e ambiguità.
