Inflazione, l'allarme che rimane

L’attenuarsi dell’inflazione negli Stati Uniti in giugno è stata una buona notizia, ma l’allarme rincaro non è rientrato. Soprattutto appunto negli USA, che sul versante dei Paesi sviluppati restano tra i più esposti all’inflazione. Prima dei rincari legati alla guerra di USA e Israele contro l’Iran - con i conseguenti blocchi allo Stretto di Hormuz che hanno fatto salire i prezzi di petrolio, gas, altre merci - oltreoceano si erano già fatti sentire gli effetti dei dazi sull’import voluti dall’Amministrazione Trump. Una parte dei dazi è stata poi bloccata dalla Corte Suprema americana, ma un’altra parte è rimasta e bisognerà vedere cosa farà Washington sui commerci di qui in poi. Il sommarsi dell’effetto dazi e dell’effetto Hormuz ha comunque spinto nettamente i prezzi americani.
Riflettori sugli USA
Il 3,5% di inflazione su base annuale (indice prezzi al consumo CPI) registrato negli USA nel mese di giugno ha fatto tirare a molti un sospiro di sollievo, visto che si veniva dal 4,2% di maggio. Dopo il sospiro, però, ci sono i ragionamenti. Si tratta in ogni caso di un’inflazione non bassa, che mantiene gli Stati Uniti ancora ben lontani da quel 2% di media annua che è l’obiettivo sia della banca centrale americana, la Federal Reserve (Fed), sia di altri istituti importanti, come la Banca centrale europea (BCE) e la Banca d’Inghilterra (BoE); la Banca nazionale svizzera (BNS), dal canto suo, ha come obiettivo (raggiunto) un’inflazione più bassa, nella fascia 0%-2%.
Inoltre, la frenata dell’inflazione in giugno negli USA è stata sì consistente e anche migliore delle attese, ma è stata ottenuta anche grazie al calo del prezzo del petrolio determinato dalla tregua con l’Iran, che nei giorni scorsi è però venuta meno, con rincari immediati del greggio. Neppure i consumatori americani sono al riparo dalle risalite dei prezzi di benzine e carburanti, di altre merci e anche dei servizi, e l’incertezza dovuta ai conflitti bellici e ai contrasti nei commerci lascia ovunque interrogativi sulle prospettive dell’inflazione.
Il quadro europeo
Le stime flash per l’Eurozona hanno indicato un’inflazione del 2,8% in giugno, in calo rispetto al 3,2% di maggio. Anche nell’area euro l’obiettivo del 2% di media annua non è vicino, ma è meno lontano. D’altro canto la BCE ha già agito contro l’inflazione, alzando nelle settimane scorse di 0,25 punti i tassi di interesse di riferimento, mentre la Fed in questi mesi non si è mossa a livello di tassi e lo stesso dicasi per la BoE. A proposito di quest’ultima, l’ultimo dato disponibile, quello di maggio, indica un’inflazione (CPI) britannica del 2,8%, stessa percentuale di aprile. Ricordiamo che la Svizzera, caso a parte, ha un livello molto basso di inflazione, anche grazie alla forza del franco, che rende meno caro l’import; a giugno il rincaro elvetico è stato dello 0,5%, dopo lo 0,6% di maggio; la BNS non ha bisogno di alzare il tasso di riferimento, che è a zero.
La crescita economica mondiale sta subendo un rallentamento, ciò non è in sé positivo ma ha tra i suoi effetti collaterali una minore spinta ai prezzi. Ma questa minore spinta da sola non basta a garantire che l’inflazione ridiscenda e si stabilizzi al 2% o meno nelle aree maggiori, perché le tensioni geopolitiche, i conflitti bellici, i contrasti nei commerci spingono invece all’insù i prezzi. Si tratta dunque di un quadro contrastato e il timore è che la media dell’inflazione in molti Paesi non scenda o salga. Le previsioni del Fondo monetario internazionale (FMI), pubblicate la scorsa settimana, indicano un’inflazione globale in aumento al 4,7% nel 2026, dopo il 4,1% del 2025; per l’FMI si potrebbe poi scendere al 3,9% nel 2027. Questa eventuale frenata dell’anno prossimo è però collegata a uno scenario di base, in cui il quadro geopolitico non peggiori in modo marcato. E questo è possibile, ma non certo.
I tassi di interesse
Il livello dell’inflazione dipende anche dalle mosse delle banche centrali. Tra le mosse principali ci sono appunto quelle sui tassi di interesse di riferimento: alzarli significa contrastare l’inflazione, per evitare che questa incida negativamente sia sui consumi sia sugli investimenti. Gli istituti centrali cercano però di mantenere un equilibrio, perché il rialzo dei tassi può al tempo stesso anche frenare la crescita economica e i mercati finanziari. Le maggiori banche centrali come detto hanno fatto sin qui percorsi diversi, con la BCE che ha rotto gli indugi ed ha alzato i tassi e con la Fed e altre che invece non hanno agito. L’andamento dell’inflazione nei prossimi mesi sarà decisivo anche da questo punto di vista. Se ci fossero miglioramenti nel rincaro, almeno una parte degli aumenti dei tassi si potrebbe evitare; se non ci fossero miglioramenti, aumenti diffusi sarebbero più probabili.
