L'analisi

Javier Cercas: «La crisi abitativa ha contaminato tutta l'Europa»

In Spagna si è accesa una miccia che sarà difficile spegnere - L'analisi di uno degli scrittori più impegnati del paese
Francesco Anfossi
25.10.2026 21:30

Con i suoi romanzi storici Javier Cercas ha analizzato a fondo i demoni della storia e della politica spagnola, dal golpe di Tejero, l’ultimo tentativo di restaurazione franchista, alla crisi catalana. L’attuale convulso scenario politico in Spagna, caratterizzato da una forte polarizzazione tra destra e sinistra e dal riaffiorare dei nazionalismi, non lo sorprende. La bocciatura da parte del Parlamento di due decreti con cui il governo del primo ministro socialista Pedro Sánchez voleva rafforzare le protezioni per chi vive in affitto e limitare la speculazione immobiliare ha portato a manifestazioni in oltre cinquanta città del Paese, a cominciare dalla capitale, Madrid. «In Spagna abbiamo sempre avuto un problema enorme: la casa. La crisi abitativa sta lacerando il Paese», commenta l’autore di Anatomia di un istante. «Quello che succede in Spagna, in fondo, è quello che succede in Europa. Con sfumature diverse, ma sostanzialmente è lo stesso problema. Viviamo in un periodo di depressione democratica partita dalla crisi finanziaria del 2008, una crisi profondissima, fondamentale, paragonabile a quella del 1929, che ha portato alla Seconda guerra mondiale. Il disastro del 2008 ha provocato il consolidamento di un certo potere, l’apparizione del nazionalpopulismo, che non è fascismo, ma che ha i tratti del fascismo. Il ritorno del nazionalismo è la vocazione autoritaria. Il suo simbolo, per me, oggi, ovviamente, è Donald Trump».

Il nuovo e furbo nazionalpopulismo

Secondo lo scrittore contemporaneo più popolare della Spagna «questo fenomeno può essere più pericoloso del fascismo, perché il fascismo andava apertamente, anche violentemente, contro la democrazia. Questo nazionalpopulismo, invece, è più furbo. Sostiene di difendere la democrazia, ma la svuota dal di dentro o, ancor peggio, va contro la democrazia in nome della democrazia stessa. Come con l’invasione del Campidoglio, il 6 gennaio 2021. La gente che è entrata là dentro sfasciando tutto diceva di farlo in nome della democrazia. E invece stava semplicemente attuando un golpe. Era tutto falso, era un attacco alla democrazia in nome della democrazia. Una sorta di autoritarismo mascherato che ancora non ha mostrato la sua vera faccia».

Cercas individua un momento preciso in cui questo autoritarismo mascherato potrebbe gettare la maschera: l’eventuale avvento all’Eliseo di Marine Le Pen, leader del Rassemblement National: «A quel punto avremmo Trump in America, Putin in Russia e questa signora nel cuore dell’Europa. Non voglio neanche pensarci».

Attualmente in Spagna c’è un governo di sinistra, ma «è solo una definizione formale, poiché Sánchez si appoggia alla destra, anzi alla destra più radicale, quella peggiore, come si è visto con la bocciatura dei decreti sulla casa. L’economia va bene, ma solo in termini macroeconomici, perché questi miglioramenti non sono percepiti dalla gente. La casa è solo il problema più elementare». C’è poi un altro aspetto da considerare: l’ombra del franchismo, morto formalmente con la Costituzione del 1978, tre anni dopo la morte di Franco, che sancisce la monarchia parlamentare. In realtà, simbolicamente, si può dire che il franchismo muoia il 23 febbraio 1981, quando il colonnello Antonio Tejero irrompe sparando in Parlamento, con l’ultimo tentativo fallito di un colpo di Stato tradizionale.

«Il passato non è mai passato»

«Lì non finisce solo il franchismo, finisce la guerra civile spagnola. In fondo è il tema ricorrente dei miei libri: il passato non è mai passato, è una dimensione del presente senza la quale il presente è mutilato. Abbiamo questa idea assurda, stupida, del presente come soltanto dimensione dell’oggi, dell’attualità, ma il presente è molto, molto più grande dell’oggi. Noi stessi, in fondo, siamo un collage di ricordi. William Faulkner diceva che il passato non è mai morto. La nostra guerra mondiale è stata la guerra civile. La guerra civile è il primo atto, il prologo della guerra mondiale. In questo senso io detesto questa idea che la Spagna sia diversa, con la sua guerra civile differente, esotica, particolare, perfino romantica. La guerra civile spagnola non è stata una guerra romantica, è stata una guerra atroce. Per questo il franchismo fa parte del presente, come il fascismo. Dobbiamo sempre tenerlo in considerazione. L’estrema destra, peraltro, è molto più pericolosa del franchismo».

Lo stesso ragionamento torna parlando di Ucraina. Cercas ha definito più volte l’invasione russa «la nostra guerra di Spagna». Non perché la storia si ripeta identica: «La storia non si ripete mai esattamente. Gli errori sono gli stessi, ma le maschere cambiano». Negli anni Trenta, ricorda, Hitler e Mussolini sostennero Franco, mentre le democrazie europee abbandonarono la Repubblica spagnola. «Oggi le democrazie europee non hanno abbandonato l’Ucraina. Questa è la differenza fondamentale». Per lui Putin rappresenta una forma di autoritarismo che individua nella democrazia europea il proprio avversario. Per questo, sostiene, «dobbiamo sostenere l’Ucraina».

«C’è una fobia dell’immigrazione»

Poi si parla delle migrazioni, altro terreno sul quale Cercas non usa mezzi termini. Ha scritto su El País, il principale quotidiano spagnolo, un fondo su questo argomento. «C’è una fobia dell’immigrazione. È uno dei temi fondamentali del nazionalpopulismo». Prima ancora che economica o politica, per lui la questione è morale: «Abbiamo l’obbligo di accogliere la gente». Ma aggiunge anche una considerazione molto concreta: senza il lavoro degli immigrati, sostiene, molte economie europee entrerebbero in crisi. «I migranti hanno bisogno di noi, ma noi abbiamo bisogno dei migranti. Per non diventare una banda di briganti». Infine, il ruolo dello scrittore. Qui Cercas traccia un confine netto tra letteratura e propaganda. «La letteratura non è propaganda, non è pedagogia. Il romanzo mostra la complessità, le sfumature, i paradossi». Ma uno scrittore è anche un cittadino. «L’idea dell’artista semidivino che vive nella torre d’avorio mi sembra ridicola». Per questo rivendica il diritto, e quasi il dovere, di dire ciò che pensa, senza obbedire alla logica delle appartenenze. «Non essere settari è la condizione minima dell’onestà intellettuale».

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