Jean-Jacques Langendof: «Sulla neutralità si rischiano pericolosi controsensi»

Giurassiano per parte materna, nato in Alta Savoia, professore a Ginevra e in Tunisia, poi ricercatore all’Istituto di strategia comparata a Parigi, Jean-Jacques Langendorf ha oggi ottantotto anni. Lo si può considerare tra i decani della letteratura elvetica. Sposato tre volte e padre di cinque figli, è a suo agio in Europa - vive in Austria - come nel mondo arabo. Solo di recente, per le Edizioni Settecolori, è uscito in italiano il suo romanzo Scende la notte, Dio guarda (Prix Michel-Dentan 2001). Ma è autore anche di un’altra trentina di libri, tra cui un celebre saggio sulla postura della Confederazione durante i conflitti del Novecento: Neutrale contro tutti (pubblicato vent’anni fa in italiano sempre da Settecolori). Un testo studiato dai politici elvetici di ogni schieramento che ha prodotto intense riflessioni. Andiamo a conoscere meglio l’autore.
La sua vita è stata avventurosa ancora prima di iniziare… ce ne vuole parlare?
«Mio padre, tedesco e giornalista antinazista, fuggì dal regime nel marzo del 1933, rifugiandosi in Francia e poi in Spagna, dove conobbe mia madre, di nazionalità svizzera, che sposò in piena guerra civile. Quando i tedeschi arrivarono in Francia, dove sono nato, riuscì a raggiungere gli Stati Uniti dove si arruolò nell’esercito, mentre mia madre tornò in Svizzera con me. Vidi mio padre per la prima volta nell’autunno del 1944, al confine franco-svizzero, presso Saint-Julien-en-Genevois. Dopo essere sbarcato in Provenza, aveva risalito la valle del Rodano con la sua unità di Psychological Warfare, di cui facevano parte anche Marlene Dietrich e uno dei figli di Thomas Mann».
Fu il primo americano a entrare a Monaco, vero?
«Sì, arruolandosi nell’esercito USA era infatti diventato cittadino statunitense. Gli fu affidato il compito di democratizzare e riorganizzare la stampa bavarese, una ventina di quotidiani. Nel 1946 mi invitò a trascorrere le vacanze con lui. Fui così testimone della Germania devastata e umiliata di quell’epoca, uno spettacolo davvero orribile. Ma vi sperimentai anche il potere assoluto dell’esercito americano, nella cui caserma avevo alloggiato».
Cosa avvenne al suo ritorno in Svizzera?
«A Ginevra continuai i miei studi e subii l’influenza di un uomo eminente: fin dal 1940 mia madre aveva infatti trovato lavoro come governante per il direttore d’orchestra e teorico musicale Ernest Ansermet. Fino all’età di 16 anni, è stato per me come un padre. Gli ho dedicato diversi libri, tra cui una biografia, pubblicata anche in italiano. Questo spiega il posto centrale che la musica occupa nella mia vita: ascolto tutto il giorno la classica, le canzoni, il jazz, il folk, il country e così via».
Che svolta le impressero i suoi studi?
«Fui subito attratto dalle idee dell’anarchismo: Bakunin, Proudhon, Kropotkin. Nel 1958, io e tre compagni compimmo un attentato contro il consolato spagnolo: questo ci portò davanti ai giudici e a un anno di prigione. Subito dopo, avendo conseguito la laurea in Filosofia, mi stabilii per tre anni a Kairouan, in Tunisia, in qualità di insegnante di quella materia e continuando lì i miei studi di arabo. A Tunisi ho presentato una tesi su un argomento di filosofia araba».
Com’è approdato alla storia militare?
«Al mio ritorno a Ginevra, sono stato inviato in Medio Oriente per condurre ricerche sull’architettura militare degli Arabi e dei Franchi. Successivamente, sono vissuto in Francia, Italia, Germania, trascorrendo inoltre cinque anni a Cipro del Nord. Gradualmente, gli affari militari sono diventati il mio interesse e la mia area di studio principale».
Come nascono i suoi libri?
«Per quanto riguarda la narrativa, all’inizio c’è una piccola idea in testa che finisce per imporsi e che poi sviluppo. Scende la notte, Dio guarda è un ampliamento della storia dell’incrociatore Emden. Per i lavori scientifici cerco invece di colmare delle lacune. Non esisteva nulla di valido su Jomini (Antoine-Henri, 1779-1869, svizzero, ufficiale al servizio di Napoleone e poi dello zar, nonché teorico rivale di Clausewitz, ndr). Per questo mi sono dedicato a lui».
Però nella sua concezione della guerra si nota una netta cesura...
«Il mio interesse per la guerra arriva fino al 1914. Per me il XIX secolo è l’era classica della guerra. È il secolo che ha creato i grandi pensatori della materia militare: Clausewitz, Jomini, Ardant du Picq (Charles, 1821-70, ufficiale francese e padre della psicologia militare moderna, ndr), Mahan (Alfred Thayer, 1840-1914, ufficiale e storico navale statunitense, teorizzatore del primato strategico delle flotte, ndr), e altri...».
In Scende la notte, Dio guarda vicende e personaggi storici si intrecciano con il racconto di un angelo che smarrisce il suo legame con il divino. Suggestioni gnostiche à la Roberto Calasso, scrittore ed editore suo amico?
«Conoscevo bene Calasso. È stato lui a pubblicare i miei libri giovanili presso Adelphi. È stato l’amore per la letteratura e per la Mitteleuropa a unirci. Ma non condivido affatto la sua visione filosofica».
Che rapporto ha con l’Italia, invece?
«Mio nonno materno era italiano. Durante la guerra, mia madre si lamentava di non poter andare in quel Paese benedetto, che a me sembrava un paradiso. A 17 anni scappai dal collegio dove alloggiavo per vagabondare alcune settimane in Toscana, fino a quando i carabinieri non mi catturarono e mi separarono dalla ragazza siciliana che avevo conosciuto. Per anni, ho vissuto sei mesi a Vienna e gli altri sei in Toscana. Non mi sono mai recato in Ticino, perché passavo sempre per il Brennero e la strada che confluisce verso il Veneto».
Quando un italiano legge le pagine sue e di Pierre Streit (pubblicate da Armando Dadò) sul generale Guisan e il «ridotto nazionale», il pensiero corre a Mussolini e al «ridotto alpino». C’è un nesso?
«Gli italiani erano molto interessati a tutte le fortificazioni alpine della Svizzera. Ne seguirono da vicino lo sviluppo».
Come valuta la neutralità della Confederazione, anche in relazione agli attuali conflitti in corso in Europa e nel Medio Oriente?
«Ammiro la Realpolitik praticata dalla Svizzera durante la Seconda guerra mondiale. Se nei miei libri ho preso posizione, è stato per rispondere a critiche oltraggiose ed esagerate. Oggi, l’adesione della Svizzera alle sanzioni europee, in parte per opera di un criticabile ticinese, costituisce un pericoloso controsenso. Riuscirà la Confederazione, circondata da robusti e rumorosi cagnolini, a resistere a lungo? Non ne sono così sicuro».
Perché vive in Austria e non in Svizzera?
«Mi sono trasferito a Vienna perché lì mia moglie vi dirigeva una grande azienda. Una volta lì mi sono poi imbattuto nel Kriegsarchiv e nella sua prodigiosa biblioteca militare, probabilmente la prima in Europa. Conserva tutto quanto è stato stampato sulla materia dal Rinascimento al 1914».
A quale progetto si sta dedicando attualmente?
«Sto lavorando a un libro intitolato Clausewitz e la Svizzera, che si articola in tre parti: Clausewitz in Svizzera, Clausewitz sulla Svizzera, La ricezione di Clausewitz in Svizzera».