La Colombia esporta mercenari in Yemen

Una volta la Colombia era la meta di avventurieri, specialisti di contro-guerriglia, consulenti per la sicurezza. Alcuni finirono per assistere i cartelli della droga. Adesso e da qualche anno la Colombia ha rovesciato lo schema: esporta mercenari. Pronti a lavorare per chi offre il salario migliore. Lo raccontano storie diverse da luoghi diversi. I segnali, evidenti, del fenomeno sono emersi in modo crudo nell’estate del 2021. Il 7 luglio viene ucciso ad Haiti il presidente Jovenel Moise, omicidio durante un’operazione che vede coinvolti numerosi elementi arrivati dalla Colombia e reclutati da un personaggio locale con connessioni in Florida. L’episodio si lega ad altri, sempre con colombiani, presenti in Libia e successivamente in Ucraina. Non gli unici, tanti ex militari di altre nazioni hanno trovato nuovi fronti ma i sudamericani presentano migliori garanzie, sono disponibili e numerosi.
Il salto arriva con l’interesse degli Emirati Arabi Uniti. La piccola confederazione del Golfo è impegnata in molte crisi al fianco di alleati - di solito movimenti secessionisti -, ha bisogno di una forza di intervento e non vuole rischiare propri uomini. Ecco che i colombiani diventano una soluzione vantaggiosa. Soldati che hanno fatto esperienza contro trafficanti e insorti hanno la possibilità di offrire il loro «sapere» bellico. Gli emiratini li impiegano prima nello Yemen, teatro complesso e frammentato. Assistono una delle componenti governative in lotta con altre fazioni, partecipano a missioni speciali, curano il training. Arriva in seguito il compito più ampio, questa volta in Sudan, altro paese sconvolto dalla guerra civile. La monarchia sunnita è al fianco delle milizie ribelli RSF e alcune centinaia di mercenari diventano fondamentali per aumentarne le capacità.
A reclutarli un ex generale basato a Dubai, ufficiale italo-colombiano, con buone entrature e appoggi all’estero. Uno dei suoi «uffici» era in un piccolo appartamento londinese vicino allo stadio della squadra di calcio del Tottenham, un altro in Spagna mentre erano articolate le vie per far arrivare gli arruolati in zona. Di solito attraverso aeroporti spagnoli oppure con rotte alternative. La manodopera - passateci l’espressione - non manca, visto che a partire dal 2022 sono stati centinaia i colombiani che hanno lasciato il servizio attivo. La prospettiva era una magra pensione, l’alternativa è stata una paga di alcune migliaia di dollari garantita dai committenti stranieri. E così è cresciuta la pipeline: i soldati di ventura sono apparsi anche in zone del Corno d’Africa, sempre parte dei disegni emiratini che hanno coltivato relazioni con Somaliland e Puntland. Da qui alcuni sarebbero stati poi dirottati verso il Sudan. Tutto ciò non è passato inosservato. Gli avversari di Abu Dhabi hanno dato risalto alla connessione, il Tesoro Usa ha sanzionato alcuni dei protagonisti.
Siamo, però, in un mercato senza confini. La polizia francese ha arrestato qualche settimana fa a Lione un commando composto da colombiani: dovevano compiere un omicidio su ordine di un boss francese, Karim ben Addi, alias Fiston o El M7, detenuto attualmente a Bogotà e in attesa dell’estradizione. Un personaggio rilevante, sulle spalle precedenti pesanti, con agganci rinsaldati tra le celle del penitenziario. Secondo gli inquirenti alcuni network criminali avrebbero arruolato ex militari sudamericani come sicari da impiegare nelle faide. Anche qui è emerso un percorso rodato: prima tappa uno scalo iberico, quindi il trasferimento in località minori per dare meno dell’occhio, infine le direttive per eliminare il bersaglio.
