L'intervista

La donna che gira il mondo, di isola in isola

Silvia Ferrara le studia per mestiere – Da Creta all'isola di Pasqua, passando per le Maldive – «Sono ecosistemi da proteggere e il turismo può essere un problema»
Una veduta dell'isola Bohey Dulang
15.03.2026 17:40

Il fascino delle isole conserva nel tempo una sorta di magia che conchiude al suo interno il segreto d’una bellezza in cui ancora riecheggiano i fasti della creazione. Su una rotta che include Creta e le Maldive, Isole Caroline in Micronesia, isola di Pasqua, Papua Nuova Guinea e dall’altra parte del pianeta nelle Filippine e il Borneo, Silvia Ferrara, docente ordinaria di filologia micenea e civiltà egee dell’università di Bologna, ha viaggiato con il suo team per svelare «Il segreto delle isole» (Feltrinelli, 208 pagine) attraverso «Storie di linee, memorie nascoste e mondi inventati» in cui ancora resiste una meraviglia infinita. La professoressa ha esplorato, studiato e valutato isole quasi leggendarie, e le ha raccontate da filologa esperta nelle loro infinite risorse naturali e culturali con una coinvolgente narrazione iconica attraverso i sistemi di scrittura nati nei siti. I mondi visitati e analizzati, «sono tutte isole che si immergono nella creazione, per rendersi visibili. Sono isole che scrivono».

Professoressa Ferrara, un libro di territori e linee di confine il suo, ma oltre ad essere una ricognizione geografica affascinante, nello stesso tempo è una verifica ecologica e sociologica e uno studio linguistico delle parlate isolane molto dettagliato: in quale misura si rapporta ad ognuno dei quattro aspetti della sua «esplorazione»?
«Premetto che la geografia mi interessa a livello globale e mi sono specializzata su sistemi di scritture dell’Egeo di Creta e di Cipro e da anni estendo a livello planetario tutte le traiettorie che hanno portato all’invenzione, all’adattamento delle scritture e alle preferenze che vediamo in alcune zone e in diverse altre. Per me la geografia non ha confine. Per quanto riguarda l’aspetto sociologico, lo stesso è in relazione all’impeto e alla fortissima voglia di esibire la differenziazione nella creazione dei sistemi di scrittura, dei codici grafici e dei simboli, che ho visto in tanti anni nelle isole che ho visitato».

Quali invece i suoi interessi ecologici?
«Ho visto delle isole che sono in sofferenza da un punto di vista di processi di inversione lentissima e graduale ma molto potente; ho visto isole in cui l’ecosistema è davvero in un equilibrio molto precario e delicato. L’isola di Pasqua è un esempio di tutto questo. Quest’isola ha avuto dei percorsi che hanno aumentato l’ecocidio, e anche se adesso c’è una fortissima tendenza alla sostenibilità, alla conservazione permane un equilibrio precario che ha anche delle cadute politiche. Ma non solo nell’isola di Pasqua ci sono difficoltà».

In quali altre isole ha riscontrato simili problemi?
«Stessa cosa l’ho vista in Indonesia nell’isola Sulawesi che non è stata ancora toccata dal turismo di massa, e la situazione m’è sembrata ancora più pericolosa di quello che ho visto sull’isola di Pasqua. L’isola di Bali invece è sotto pressione da una invasione turistica di massa che non mi aspettavo così distruttiva».

C’è una sorta di dichiarazione identitaria attraverso lo sviluppo delle scritture e del linguaggio?
«La scrittura non è solo qualcosa che registra una lingua: è un filtro attraverso cui le persone che le creano vengono al mondo e quindi si ispira moltissimo all’ambiente intorno e ai gruppi che queste scritture le creano. È fortissima la tendenza a volersi differenziare e chi inventa o ricrea un sistema di scrittura lo fa da un lato per registrare una lingua locale, ma anche perché questi sistemi tracciano la storia dei gruppi che le inventano. Non è un segreto delle isole, ma il potere delle isole. E lo fanno in maniera unica rispetto al continente. Sono quasi dei fenomeni culturali di differenziazione. Delle trecento e più scritture create nella nostra evoluzione culturale, c’è una netta tendenza all’omologazione e alla convergenza e l’85% delle scritture che noi utilizziamo oggi è in estinzione».

Perché è importante salvare i linguaggi minacciati da una omogeneizzazione linguistica selvaggia?
«Nel mondo parliamo circa 7000 lingue - c’è moltissima varietà linguistica -, ma i sistemi linguistici sono molto meno rispetto alle lingue che parliamo. Nel sud-ovest dell’Oceano Pacifico, in Melanesia, 2500 chilometri in linea d’aria dalla Papua Nuova Guinea, l’arcipelago ha circa 300.000 abitanti che parlano 138 lingue diverse, tutte del ceppo austronesiano. Non tutte le lingue inventano un loro particolare sistema di scrittura. L’uniformarsi è una perdita graduale delle lingue e delle scritture che sono rappresentate in maniera marginale. Nel mondo ci sono lingue che parlano solo qualche decina di persone».

Le isole sono sinonimo di mondi diversi?
«Per me l’ingrediente chiave è la linea che definisce il confine dell’isola. Quando abbiamo delle linee noi abbiamo la possibilità di guardare dentro e oltre quella linea. Le isole sono esattamente questo. Si guardano dentro e creano al loro interno ma sono sempre estese verso l’esterno. C’è questa tensione interno-esterno che è bellissima, ed è da quella linea che noi riusciamo ad identificare le cose che vengono create dentro le isole».

L’isolamento, il distaccamento dal mondo che lei ha sperimentato nei suoi viaggi nelle isole, che cosa produce nell’intimo?
«Ricerca, sperimentazione, domande su di sé, sul nostro mondo, domande su cosa produca quel distaccamento rispetto al continente, e quanto il continente possa influenzare qualcosa che è lontana, relegata e confinata. Una poesia di John Donne diceva che nessun uomo è un’isola, io invece penso che tutti gli uomini e le donne siano delle isole con delle contraddizioni caratteristiche che derivano da sé, dal distaccamento rispetto agli altri che però è sempre in connessione con gli altri».

Dove le colonizzazioni sono riuscite a cambiare le tradizioni degli isolani?
«La lenta colonizzazione messa in atto dagli europei in tutto il sud est asiatico si sente fortissimo. L’arrivo dell’alfabeto latino è stata una rivoluzione dirompente che ha marginalizzato e messo all’angolo moltissime delle articolazioni di creazione delle scritture sulle isole. Forte è stato l’input degli europei che hanno colonizzato. Ci sono però altri fenomeni che agiscono contro questa colonizzazione. Mi viene in mente l’isola di Pasqua in cui fino a poco tempo fa si pensava che la scrittura Rongorongo fosse stata creata su input dell’influenza dei colonizzatori, ma in realtà contiene elementi che sono situabili nella situazione preistorica dell’isola che hanno portato nella scrittura come invenzione».

Le isole, sempre laboratori di evoluzione come rilevato da Darwin alle Galapagos?
«Certo. L’effetto dell’isola è fortissimo, è un effetto creativo di articolazione originale di fortissima innovazione. Non voglio utilizzare la biologia come parametro o metodo di studio di un’evoluzione culturale che interessa me, però vedo che ci sono delle regole e delle leggi che vengono seguite nell’evoluzione naturale che vanno di pari passo con l’evoluzione culturale».

In Indonesia (17.000 isole di cui solo 7000 circa abitate e quasi 750 lingue) in qualche parte del Borneo, ha per caso incontrato Sandokan nato dalla fantasia di Salgari, un uomo che non si è mai mosso da casa?
«Lui no, ma ho incontrato tante persone però che me lo hanno ricordato. Leggere le descrizioni che Salgari fa di queste località, è strabiliante. Leggere ciò che ha scritto di Mompracen è esattamente quello che ho visto nel Borneo: ho trovato i riscontri con una precisione esatta. Anche se non c’è mai stato, Salgari studiava moltissimo. Il Borneo è ancora tutto da esplorare. Anche tra le foreste di quest’isola sono state scoperte grotte con figure di banteng, che è un tipo di bue selvatico, raffigurate in pigmento rosso-arancione. Alcune di queste pitture sono state datate a 40.000 anni fa e oltre. Come le immagini di Lascaux o Chauvet in Francia».

Quando arriva in una nuova isola, che cosa l’attrae di più?
«Essere a contatto con persone del posto, perché la cosa più sorprendente per me e le persone della mia équipe, è renderci conto come tutti gli esseri umani abbiano le stesse tecniche cognitive, gli stessi meccanismi linguistici per inventare la scrittura e usino gli stessi elementi della ricetta che è stata inventata cinque o seimila anni fa in Mesopotamia, in Egitto e poi in Mes America con i Maja».

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