L'analisi

La guerra cortese tra Emiri e Sauditi è un disastro umanitario

Dalle Primavere arabe al caos in Yemen, le due potenze del Golfo sono arrivate a un passo dallo scontro diretto
©YAHYA ARHAB
Marco Alloni
Marco Alloni
28.02.2026 06:00

Tutto comincia con le primavere arabe del 2011, quando il vecchio presidente Ali Abdullah Saleh cade sotto i colpi della rivoluzione, cedendo il potere al suo vice Abdrabbuh Mansour Hadi. Da allora lo Yemen è conteso (oltre che da infiltrazioni di Al Qaeda e SI, l’ex Isis) da due agguerriti gruppi antagonisti, capaci di portare in pochi anni il paese alla condizione di «più grande catastrofe umanitaria del pianeta»: il movimento ribelle zaydita degli Huthi, fedeli a Saleh e sostenuti dall’Iran sciita, e le forze filogovernative di Hadi, che dopo la presa di Sanaa da parte dei primi, nel 2014 è costretto all’esilio.

Il ritorno del (vice) re

Da quella data la spaventosa guerra civile che conosciamo, che per quanto sembri non doverci riguardare divampa ormai fuori da ogni controllo. E che non solo è costata oltre 350.000 morti in una decina d’anni - e lo sfollamento dalle proprie case di quasi 5 milioni di profughi, tra cui 2 milioni di bambini - ma in un’escalation sempre più vertiginosa e cruenta si è presto trasformata in conflitto regionale, con ben 9 stati arabi, in prevalenza sunniti, schierati a contrastare gli Huthi per il ritorno al potere di Hadi.

Stati capeggiati, fino a pochi mesi fa, da Arabia Saudita (che la vive come una sorta di proxy war contro l’Iran) ed Emirati Arabi, la cui alleanza è però di recente venuta a crollare. Motivo: l’accusa, da parte di Riad, di aver sostenuto Abu Dhabi il movimento separatista Transizione Meridionale, che attraverso il suo leader Aidarous Al Zubaidi vorrebbe ripristinare la separazione tra uno Yemen del Nord e uno del Sud, come fu tra il 1967 e il 1990. E le cui azioni di guerriglia sul confine saudita indeboliscono giorno dopo giorno la coalizione anti-Huthi capeggiata dalla monarchia wahabita, che non solo mira a una riunificazione totale del paese, ma alla definitiva sconfitta degli Huthi.

Dunque un conflitto, a un tempo civile e regionale, a suo modo internazionale, che sta condizionando i destini dell’intero tavolato mediorientale. E che la tragedia palestinese ha ancor più esacerbato, profilandosi di fatto gli Huthi, agli occhi di una parte consistente del mondo arabo, come i soli «veri difensori» dei Palestinesi e - spalleggiati dall’Iran che ne sostiene gli attacchi sul Mar Rosso, come rappresaglie contro lo Stato sionista - i più autentici e legittimi promotori della lotta «anticoloniale».

Tante domande

In questo quadro, che ha portato lo Yemen a uno stato di collasso non solo economico ma sanitario - dilagano colera, difterite e malnutrizione tra larghissime fasce della popolazione - gli interrogativi si assommano gli uni agli altri. Tanto per cominciare: qual è il vero nucleo conflittuale tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi? Al di là della questione yemenita, sono implicati anche Sudan, Somalia e Qatar, con cui entrambe le monarchie cercano alleanze strategiche? In secondo luogo: quanto è determinante l’approvvigionamento del petrolio yemenita in questo conflitto? In terzo luogo: quanto rischia di essere di nuovo decisivo il ruolo intrapreso da Stati Uniti e Israele nello sviluppo degli scontri? Infine: quali mosse ha in serbo l’Iran, ora che le sommosse divampano all’interno della sua stessa terra?

A queste domande se ne intrecciano altre, delineando l’immagine di uno Yemen che non soltanto paventa di frantumarsi ancor più di quanto già accaduto fin qui, ma di trascinare con sé fronti di tensione e guerra che potrebbero presto tracimare fino alle coste mediterranee.

Il disastro umano

E in mezzo, come sempre, gli uomini. A partire dai civili di ogni sesso ed età per arrivare ai bambini e alle bambine. Quei bambini che un giorno su due muoiono per una mina inesplosa, mentre cercano nel gioco uno scampo alla guerra. Quei bambini che a milioni sono stati costretti ad abbandonare la scuola per rifugiarsi, dietro le ombre di genitori o fratelli, in qualche disperata marcia d’esilio. Quei bambini che insieme alle famiglie vivono, come tre quarti dell’intera popolazione, sotto la soglia di povertà. Quei bambini che la tragedia economica dello Yemen ha obbligato a farsi braccianti e operai per aiutare i grandi nella sopravvivenza. Quei bambini che non hanno più un futuro e vedono lacerato il proprio passato. Quei bambini a cui delle parole «sciismo» o «sunnismo» non importa nulla e della «guerra per procura» tra Arabia Saudita e Iran non interessa alcunché. Quei bambini che del nome «Israele» non hanno mai sentito parlare, ma che sotto le bombe muoiono, assurdamente, come se fosse anche colpa loro.

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