L'analisi

La guerra e l'aumento dei prezzi

L'Fmi ha delineato tre scenari sulla crescita globale, in base all'evoluzione della crisi in Medio Oriente - E le banche centrali sono chiamate a fare scelte non facili
Una petroliera in transito nello stretto di Hormuz ©FAZRY ISMAIL
Lino Terlizzi
19.04.2026 19:03

Il Fondo monetario internazionale (FMI) ha pubblicato nei giorni scorsi il suo nuovo Outlook sull’economia mondiale. La guerra di USA e Israele contro l’Iran, che si è aggiunta ad altri conflitti, gioca un ruolo di primo piano nell’aggiornamento di dati e previsioni. L’FMI delinea tre scenari, quello di base o di riferimento, quello avverso e quello grave. Il primo presuppone che la nuova guerra in Medio Oriente, che è iniziata a fine febbraio e che ha comportato anche i blocchi allo stretto di Hormuz, duri ancora settimane, non di più. Il secondo presume che gli aumenti dei prezzi di petrolio e gas siano maggiori e persistenti. Il terzo si basa su un conflitto molto più pesante e su rialzi delle materie prime energetiche ancora più ingenti. È ovvio che andando verso il secondo o il terzo scenario maggiori sarebbero le perdite economiche, oltre alle perdite umane, con ancor più alta inflazione e ancor più bassa crescita economica. 

La dinamica

Rimanendo al primo scenario, quello che fa da riferimento e che dunque per ora viene ritenuto più probabile, l’FMI prevede per le economie avanzate un’inflazione (variazione dei prezzi al consumo) pari al 2,8% nel 2026, dopo il 2,5% del 2025; nel 2027 si dovrebbe scendere al 2,2%. Per le economie emergenti e in via di sviluppo l’inflazione è nel complesso più alta e fa salire la media mondiale, così indicata: 4,1% nel 2025, 4,4% nel 2026, 3,7% nel 2027. Anche nella migliore delle ipotesi, quindi, quest’anno un aumento del rincaro dovrebbe rimanere. Interessante è vedere come gli USA, dove i dazi si sommano all’effetto guerra, potrebbero essere tra i Paesi avanzati con maggior inflazione quest’anno: 3,2%, dopo il 2,7% del 2025; nel 2027 per l’FMI potrebbero poi scendere al 2,1%.

L’inflazione dell’Eurozona dovrebbe essere del 2,6% nel 2026, contro il 2,1% del 2025; nel 2027 dovrebbe esserci un calo al 2,2%. Il Regno Unito dovrebbe andare contro corrente nel 2026, ma partendo da un’inflazione che è già alta: 3,4% l’anno scorso, 3,2% quest’anno, 2,4% il prossimo. La Svizzera rimane tra i Paesi a più bassa inflazione, con previsioni di uno 0,2% nel 2025 e di uno 0,5% sia nel 2026 sia nel 2027. Ancora una volta, la Confederazione ha le due facce della medaglia del franco forte: da una parte questo crea alcuni svantaggi ad un export che diventa più caro per chi acquista partendo da altre monete, dall’altra però ha il buon vantaggio di un import che costa meno in termini reali e che contribuisce a limitare molto il rincaro alle latitudini svizzere.

La crescita economica

Sia sull’inflazione sia sulla crescita economica l’FMI nello scenario di base è leggermente più ottimista dell’OCSE, che ha pubblicato le sue cifre a fine marzo (vedi Focus Economia dell’11 aprile). A proposito appunto di crescita mondiale, l’FMI indica questo rallentamento: 3,4% nel 2025, 3,1% nel 2026, 3,2% nel 2027. Nello scenario grave, per ora poco probabile, la crescita potrebbe scendere sino alla fascia di recessione globale. Restando allo scenario di riferimento, per gli Stati Uniti vengono indicati 2,1% per l’anno scorso, 2,3% per quest’anno, 2,1% per il prossimo. Per la Cina lo schema è 5% nel 2025, 4,4% nel 2026, 4% nel 2027. Per l’Eurozona siamo a 1,4% l’anno scorso, 1,1% quest’anno, 1,2% il prossimo. Per il Regno Unito questa la serie: 1,3% nel 2025, 0,8% nel 2026, 1,3% nel 2027. Per la crescita della Svizzera l’FMI dà per ciascuno dei tre anni sempre l’1,3%, serie da non disprezzare considerando il contesto. In tema di effetti della guerra, da notare che per l’Iran viene indicata questa serie: -1,5% l’anno scorso, -6,1% quest’anno, 3,2% il prossimo.

Le banche centrali

In questo quadro, le maggiori banche centrali sono chiamate ancora una volta a fare scelte non facili. Se davvero l’aumento dell’inflazione trovasse quest’anno il limite delineato dallo scenario di riferimento del Fondo monetario internazionale, per poi registrare una discesa l’anno prossimo, gli istituti centrali potrebbero anche adottare linee di attesa, evitando di alzare i tassi di interesse. Ma se subentrasse la previsione di un’inflazione più alta di quella ora delineata, allora le banche centrali dovrebbero scegliere tra lotta all’inflazione e sostegno alla crescita economica. I rialzi dei tassi sono infatti strumenti importanti per contrastare il rincaro (lo abbiamo visto anche nel 2022-23, dopo l’invasione russa dell’Ucraina) ma al tempo stesso tolgono appoggi alla crescita economica. È vero anche che alla lunga un’inflazione troppo alta può comunque frenare molto la crescita e che dunque occorre in alcune fasi agire con decisione contro il rincaro. I prossimi mesi saranno rilevanti e complessi anche per le principali banche centrali, che dovranno ancor più accentuare la loro capacità di scelta.

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