L'analisi

La guerra in Iran e i nuovi «lupi solitari»

Dall'ambasciata americana a Oslo al sindaco di New York – Teheran può contare su cellule dormienti ma anche sulle iniziative fai-da-te
©ABEDIN TAHERKENAREH
Guido Olimpio
15.03.2026 17:15

L'incendio del Golfo può estendersi e non solo con le armi a lungo raggio. C’è il pericolo del terrorismo, riacceso dalle tensioni, dalle immagini drammatiche e dall’ispirazione di cattivi maestri. Già ci sono stati segnali evidenti: un’esplosione davanti all’ambasciata americana a Oslo, il lancio di ordigni rudimentali nei pressi della residenza del sindaco di New York, Zohran Mamdani. I servizi di sicurezza hanno lanciato l’allarme su due minacce concrete: le iniziative di lupi solitari e quella di cellule più organizzate. Nell’episodio americano ad agire sono stati - secondo la polizia - due simpatizzanti dello Stato Islamico. Volevano fare una strage ripetendo quanto avvenne alla Maratona di Boston nel 2013, un atto compiuto da ceceni residenti in Usa e «affascinati» da al Qaeda. Capaci di seminare morte con pentole a pressione, polvere nera e lucine natalizie. Militanti fai-da-te che poi ritroveremo negli anni a seguire sotto lo stendardo del Califfato dall’America all’Europa.

L’esperienza e la storia insegnano che i conflitti nel Vicino Oriente sono il detonatore perfetto, il pretesto e la molla per spingere alla violenza. Purtroppo, non ci vuole molta logistica o preparazione se si vuole compiere un gesto individuale: i precedenti attacchi fanno scuola, indicano modus operandi e tattiche. L’Iran sciita è in teoria un avversario dell’estremismo sunnita ma per i jihadisti l’offensiva scatenata dall’asse Stati Uniti-Israele diventa motivo per reagire, magari collegando una mossa anche a quanto avvenuto nella Striscia di Gaza. E di nuovo non serve un comando, una organizzazione. Sono sufficienti volontà e determinazione, quanto ai mezzi si trovano.

Molto più pericoloso lo scenario rappresentato da nuclei più strutturati. Teheran se ne è servito fino dai primi giorni della Rivoluzione islamica per colpire i paesi nemici ma anche oppositori in esilio. Il regime ha affidato la missione ad apparati paralleli e persino in concorrenza nel perseguire gli obiettivi: la Divisione Qods dei pasdaran e l’intelligence. Sono entità in grado di operare all’estero usando elementi «in sonno», con attività lecite, un lavoro, magari anche una famiglia come copertura. Li hanno infiltrati in Occidente da anni mettendo in conto che prima o poi ci sarebbe stato un conflitto maggiore. Altri sono mobilitati a seconda delle esigenze. Una volta in terra straniera possono svolgere ricognizioni in favore dello spionaggio oppure entrare direttamente in azione. In passato diverse indagini hanno scoperto come l’Iran e la fazione alleata libanese Hezbollah abbiano reclutato persone d’origine mediorientale e nazionalità europea, questo per avere a disposizione pedine con grande libertà di movimento all’interno dell’Unione. Un ulteriore segmento è interpretato da criminali comuni ingaggiati dagli iraniani al fine di portare avanti piani. Arresti in Canada e Usa, l’attentato contro un politico spagnolo, le inchieste nell’area scandinava sul rapporto con gang e altre in Gran Bretagna hanno messo insieme un mosaico eversivo ampio. I mullah, in queste circostanze, possono sempre negare il coinvolgimento.

Resta da valutare se gli ayatollah vogliano usare una carta che può avere controindicazioni diplomatiche serie. La «ragione» porta a pensare che preferiscano evitare ma la strategia del caos adottata da Teheran dove tutti devono pagare induce a stare in guardia. E naturalmente esiste sempre la possibilità che qualcuno decida in modo autonomo di attuare la sua vendetta dove si apre una finestra di opportunità. Il terrorismo, purtroppo, è semplice.

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