La lunga discesa del dollaro

Prosegue il calo della quota del dollaro USA nelle riserve valutarie. La moneta americana resta leader a livello mondiale ma la sua presenza continua a scendere gradualmente in percentuale, confermando una tendenza esistente da tempo. Nell’importante capitolo delle riserve sono coinvolte le banche centrali, che su questo versante accumulano risorse spesso ingenti, a garanzia delle loro attività e dell’attuazione delle loro politiche monetarie. I dati del Fondo monetario internazionale (FMI), aggiornati per ora al quarto trimestre 2025, forniscono il quadro, evidenziando in particolare le prime otto valute per rilevanza nelle riserve valutarie.
La composizione cambia
Alla fine dell’anno scorso le riserve valutarie mondiali erano pari a 13.136 miliardi di dollari USA. Il trend è all’aumento della cifra complessiva. Per dare un’idea, senza andare troppo indietro nel tempo, si può vedere come nel quarto trimestre del 2015, dunque dieci anni prima, le riserve fossero di 10.924 miliardi. L’ammontare dei dollari americani nelle riserve da molti anni oscilla attorno ai 7 mila miliardi (7.457 per l’esattezza a fine 2025), il che significa che, crescendo nel frattempo in modo più consistente la cifra complessiva delle riserve stesse, la quota percentuale del biglietto verde scende.
Infatti, se si guarda alle quote delle singole monete, si può osservare come la valuta USA fosse alla fine dell’anno scorso al 56,77%, contro il 64,15% di dieci anni prima. All’inizio degli anni Duemila la quota del dollaro era di circa il 70%. Sempre a fine 2025, l’euro era al secondo posto con il 20,25%, contro il 19,40% che aveva dieci anni prima. Terzo posto per lo yen giapponese con il 5,78%, contro il 3,90% di fine 2015. Quarto posto per la sterlina britannica con il 4,41%, contro il 5,17%. Quinto posto per il dollaro canadese con il 2,49%, contro il 2,09% di dieci anni prima. Sesto posto per il dollaro australiano con il 2,03%, contro l’1,83%. Settimo posto per lo yuan cinese con l’1,95%. Ottavo posto per il franco svizzero con lo 0,19%, contro lo 0,28% di fine 2015. Altre valute a fine 2025 avevano nel complesso il 6,13%, contro il 3,17% di dieci anni prima.
La volontà di molti Paesi di dipendere meno dal dollaro USA si vede nel percorso delle riserve. In questa fase si parla di dedollarizzazione, con riferimento soprattutto ad alcuni grandi Paesi emergenti, fotografando un fenomeno che affonda peraltro le sue prime radici già nei decenni precedenti, e non solo per gli emergenti. Le tensioni geopolitiche, i dazi USA, i disequilibri nei conti pubblici statunitensi, sono fattori che ora sostengono a maggior ragione la tendenza. Dollaro USA ancora al primo posto, ma meno di prima e seguito da un euro che, pur ancora distante, conferma il secondo posto. Nei rimescolamenti alle spalle di queste due valute, da notare la comparsa dello yuan cinese, molto lontano dalla vetta ma ormai presente. Non deve trarre in inganno la quota piccola del franco, considerando le dimensioni della Svizzera l’ottavo posto rimane un risultato apprezzabile.
Un’altra classifica
Un altro versante importante è quello dell’utilizzo delle varie valute negli scambi economici mondiali. L’analisi della Banca dei regolamenti internazionali (BRI), che ha cadenza triennale ed è aggiornata all’aprile del 2025, mostra che il dollaro USA come mezzo di pagamento mantiene la sua leadership anche in termini di quota percentuale. Premettendo che in questa classifica il totale è 200% (i cambi si fanno sempre tra due valute), la valuta statunitense nel 2025 aveva l’89%. Anche qui il secondo posto è per l’euro, con il 29%. Seguono lo yen giapponese con il 17%, la sterlina britannica con il 10%, lo yuan cinese con il 9%. Quindi nell’ordine franco svizzero, dollaro australiano e dollaro canadese, tutti e tre attorno al 6%. Di nuovo, il sesto posto del franco è nel complesso da apprezzare.
Nel 2016 la quota del biglietto verde negli scambi globali era dell’88%, nel 2001 era del 90%, dunque la valuta statunitense è rimasta più o meno agli stessi livelli in questo campo. Le materie prime quotate in dollari USA (tra queste il petrolio) e la forza della piazza finanziaria d’oltreoceano hanno contribuito al sostegno della moneta americana come mezzo di pagamento negli scambi. Su questo terreno vale soprattutto il qui ed ora, la necessità immediata di un sistema che non ponga troppi ostacoli al procedere degli scambi mondiali. Per le riserve valutarie il discorso è in parte diverso, influisce molto anche quanto si può prevedere, nei limiti del possibile, per il futuro sia nella geopolitica sia nell’economia. La fiducia nel dollaro americano, se si guarda alle prospettive future, in sostanza c’è ancora ma è nettamente minore rispetto ad altre epoche.
