La maestra che non ascolta

Le immagini del fermo di una maestra a margine del Comitato cantonale del PLR, lo scorso 13 ottobre a Camignolo, scatenarono un putiferio. «La polizia aggredisce una manifestante senza alcuna ragione», denunciarono Giuseppe Sergi e Matteo Pronzini (MpS) in un’interpellanza, mentre in un altro atto parlamentare Sara Beretta Piccoli (Verdi Liberali) parlò di «uso sproporzionato della forza».
In effetti le immagini amatoriali potevano dare l’impressione di un fermo ingiustificato e particolarmente muscoloso. Ma ora il Consiglio di Stato ridimensiona parecchio l’accaduto: la maestra non è stata arrestata, è solo stata spostata da un’area che si rifiutava di lasciare. «Sebbene le modalità di intervento possano apparire severe, l’intervento si è reso necessario al fine di ripristinare il dispositivo di sicurezza», scrive il Consiglio di Stato.
Per proteggere il consigliere federale Ignazio Cassis, bersaglio di manifestanti pro-palestinesi che lo accusavano di complicità nella guerra a Gaza, la polizia aveva predisposto «un perimetro sicuro all’interno del quale potevano accedere solo gli invitati alla riunione di partito ». Questo come da prassi, ma anche in considerazione di quanto accaduto meno di un mese prima a Bellinzona, quando i manifestanti pro-palestinesi avevano bloccato all’interno del Teatro Sociale i partecipanti a un evento organizzato dalla Camera di commercio, tra cui lo stesso Cassis, che era stato costretto a fuggire in fretta e furia da una porta secondaria.
«Tale area - riprende il Consiglio di Stato era ben riconoscibile ed è stata rispettata per tutta la serata da tutti i manifestanti, ad eccezione della persona in questione, che si è comunque introdotta in tale area, rifiutandosi di lasciarla». Da qui l’intervento degli agenti per allontanare la maestra, che è stata fermata, identificata e poi rilasciata. «Non si è trattato di un arresto», ribadisce il governo.
Detto ciò, il Consiglio di Stato non intende adottare nuove misure «in quanto i dispositivi messi in campo da parte della polizia, che non sono mai stati oggetto di critiche, sono consolidati nell’esecuzione e derivano da chiari flussi informativi e decisionali».
Fermo restando, aggiunge il governo, che «anche l’azione della polizia deve essere rigorosamente esercitata entro i limiti della legge». Tra i quali, al momento, rientra la possibilità per gli agenti di non fornire il proprio nome, come è successo quella sera, quando uno di loro parrebbe essersi presentato come Pippo Baudo. «Di principio gli agenti sono tenuti a comunicare il proprio nome e cognome - spiega il Consiglio di Stato -. Tuttavia, essi possono rifiutarsi di farlo in casi particolari, come quello in oggetto, così come in altre circostanze quali arresti, piantonamenti, trasporti, perquisizioni e altri atti esecutivi concernenti detenuti, persone potenzialmente pericolose o di mente alterata, eccetera».
Su richiesta del comando è ad ogni modo previsto, nell’ambito del progetto KEP, di dotare gli agenti di un’uniforme che porti il numero di matricola.