L'intervista

«La mia vita randagia, per sfuggire a un padre boia»

Lo scrittore Sorj Chalandon racconta le sue disavventure tra Lione e Parigi, e la parabola di una certa sinistra francese
12.04.2026 17:30

«Mio padre è stato veramente un boia, un aguzzino per me, mia madre e mio fratello. Per questo sono scappato di casa lasciando l’infanzia per i marciapiedi, i piani alti della servitù dove dopo il lavoro nessuno più usciva. Avevo bisogno di ammansire Parigi, vivere i suoi ponti, avevo bisogno mi offrisse le sue panchine, mi desse riparo sui suoi argini». Di ragazzi che scappano di casa è piena la storia. Lo scrittore e giornalista francese Sorj Chalandon (protagonista a Pordenone della XXXII rassegna «Dedica 2026»), aveva 17 anni alla fine degli anni settanta quando lasciò la famiglia a Lione per Parigi. La giovinezza turbolenta la racconta nel suo romanzo autobiografico «Il libro di Kells» (Guanda, 352 pagine) che in un certo senso si collega ad un altro suo romanzo (ne ha scritti una ventina) intitolato «La professione del padre» (Guanda, 219).

Che carceriere era suo padre che lei chiama l’altro, senza mai darle la patente di paternità?
«Chiamavo mio padre l’altro perché non l’ho mai chiamato papà. Da mio padre non ho mai avuto la mano, ma sempre il pugno. Mio padre è stato un mentitore, un razzista, un antisemita, e durante la seconda guerra mondiale ha combattuto con l’esercito tedesco. Non lo giudico, ma questi sono i fatti. Mio padre era un uomo che per tutta la vita ha cercato di regnare sul suo piccolo mondo, e il piccolo mondo era la famiglia. Non so perché un padre diventi un carceriere, ma la sua crudeltà era inaccettabile. Quest’uomo, benché fosse stato amato dai suoi genitori, è morto in un ospedale psichiatrico, ma a me non basta che sia dichiarato folle per perdonarlo».

Raccontando la sua avventura e la sua storia desolante, vuole dare qualche consiglio a chi oggi deve affrontare ciò che ha vissuto lei?
«Nella mia storia non c’è una morale né voglio mandare un messaggio. Quello che mi è successo dal momento in cui ho lasciato la mia famiglia e ho iniziato a lavorare al quotidiano Libération, mi ha formato e rafforzato. Ho vissuto una vita randagia, ma anche piacevole qualche volta, ho conosciuto la violenza, ma ho saputo anche rinunciarci. Questo libro, preceduto da tanti altri romanzi, l’ho scritto per condividere la mia vicenda, per raccontare un clima quasi rivoluzionario, di grandi speranze e di tante delusioni in cui è maturata una giovinezza libera da ogni costrizione».

L’incontro con i maoisti, segna una tappa importanza nella sua giovinezza in fuga dai divieti paterni: la sua adesione è stata una necessità o una fascinazione alla novità?
«Lasciai la mia famiglia, dove c’era l’uomo che detestava gli ebrei, gli arabi e i neri. Questa è l’unica educazione politica che io ho ricevuto. A casa mia c’erano solo due libri: uno di Adolfo Hitler e l’altro sulle SS. Tutto ciò che mi era stato insegnato era il contrario di quello che ho appreso quando ho conosciuto dei giovani che professavano l’uguaglianza e la fratellanza, che non bisogna mai accettare umiliazioni, la mancanza di rispetto e la violenza fatta a uomini o donne: tutto il contrario di ciò che io conoscevo. Mi trovai fra giovani che vivevano una vita all’opposto di quello che predicava mio padre. Le cose che dicevano io le ho amate e mi sono unito a loro».

Senza avere nessuna cognizione politica?
«Non esagero dicendo che senza questi giovani sarei morto. In loro ho trovato una famiglia di pensiero, un gruppo di persone vere che per la prima volta mi hanno fatto sentire che valevo qualcosa. Con questo gruppo di giovani mi sono trovato a contatto con un insieme di valori che oggi sono diventati i miei valori. Se mi fossi imbattuto in qualche setta religiosa o criminale, avrei partecipato lo stesso perché ero perso, smarrito».

Nel suo libro riporta anche l’assalto di Settembre Nero contro gli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco: atti giustificabili da un nazionalismo spodestato come predica Hamas o si tratta di terrorismo come sostengono Israele e gli Stati Uniti dopo l’attacco agli israeliani del 7 ottobre 2023?
«Per me, dopo aver passato anni e anni a fianco dei miei amici che erano arabi, tunisini, algerini e facevano con me il lavoro politico distribuendo volantini, lottando contro i fascisti e gli antisemiti, i fatti spaventosi di Monaco, sono stati momenti di grande smarrimento. Ma sentivo che i miei compagni di lotta si esprimevano in un modo che aveva a che fare con l’antisemitismo».

Perché questa sensazione?
«Uno dei leader del gruppo dei giovani maoisti aveva un nome francese al 100%, ma era falso: in realtà si chiamava Benny Levi, ed era ebreo. Questo riflesso antisemita, lo si poteva ritrovare nell’estrema sinistra francese che era piena di ebrei. Tanto che l’estrema destra ci chiamava i «giudeo bolscevichi», e non si poteva dare dell’antisemita alla sinistra all’epoca. Per noi il sostegno alla Palestina era una cosa naturale. Era come sostenere il Vietnam o l’Algeria all’epoca della guerra di liberazione. Tutto questo succedeva prima che si stagliassero sulla scena i fondamentalisti islamici o i messianisti ebrei. Ma io ho conservato il riflesso antisemita, esiste tutt’ora nella sinistra, ed è una cosa che combatto».

La Gauche Prolétarienne nata nel 1968 e dissolta nel 1973, perché scomparve? Che cosa mancò alla sua affermazione?
«È scomparsa perché noi non eravamo le Brigate Rosse italiane, né la Raf tedesca, e soprattutto perché uno dei nostri fu ucciso. Non si trattava più di assembramenti di ragazzi e ragazze animati da una ideologia che rimettevano in scena Woodstock, Wight, le grandi adunate musicali che tutti avevamo sognato. Nessun Vietnam nei nostri pugni, nessuna rabbia nei nostri sguardi. Eravamo solo un ammasso di fuggiaschi. E di fronte alla morte di un compagno abbiamo deciso che non volevamo andare oltre nella violenza. Non eravamo degli assassini e non volevamo sprecare la nostra gioventù. La Francia per noi era De Gaulle ed era la resistenza antifascista ed antinazista, e volevamo uscire dall’incubo. Quando in redazione arrivò la notizia che le Brigate Rosse avevano assassinato Aldo Moro, mi misi a piangere pensando a quale pericolosa deriva eravamo scampati noi giovani maoisti francesi».

Secondo lei, quanto contano oggi le ideologie in un mondo dove il commercio è l’anima d’ogni guerra e la libertà vera è sempre più il risultato di un affare da concludere?
«Non sono un sapiente o uno i quegli esperti che vanno in televisione a parlare di tutto e di niente. Questo mondo che si mostra in tutta la sua malefica assurdità, io lo subisco, ma oltre a subirlo lo combatto».

In questo articolo: