L'intervista

La nostra donna a L'Avana

Vive in Ticino da molti anni ed è una delle scrittrici cubane più affermate a livello internazionale – La nostra intervista a Milene Fernández Pintado
© CdT/ Chiara Zocchetti
Mauro Spignesi
09.05.2026 17:00

L’isola del Che e di Fidel, dei celebri sigari e del rum, del «comunismo romantico», l’isola che ha stregato Jean Paul Sartre e ha consentito a Ernest Hemingway di scrivere un capolavoro come Il vecchio e il mare, l’isola che ha accolto quello che restava del grande Diego Armando Maradona e lo ha riportato in vita, è sull’orlo del baratro. Soffocata da black-out elettrici e dall’embargo USA, il regime post Castro è in affanno e si moltiplicano rivolte e proteste. Mylene Fernández Pintado, nata nel 1963 a Pinar del Río, appartiene alla generazione dei Novísimos, scrittori che hanno portato una ventata di libertà alla letteratura cubana, raccontando il loro Paese con disincanto. Definita da «Los Angeles Review of Books» la «depositaria delle storie della sua isola», Fernández Pintado ha pubblicato romanzi tradotti in tutto il mondo, diventando una delle scrittrici più rappresentative di Cuba. Da tempo vive in Ticino.

Preliminarmente ci racconta come è arrivata a Magliaso, lontana oltre ottomila chilometri da l’Avana, la sua città natale? 
«Per amore. Sono sposata dal 2002 con un cittadino svizzero. Lui era all’Avana nel 1999 per girare un documentario su Cuba e voleva intervistare scrittori, musicisti, ecc. Un amico comune che lavorava per la Cooperazione Italiana ci ha presentati. Erano quasi le 10 di sera e il mio amico mi ha chiamato per incontrarci subito e parlare sul documentario. Io non volevo perché ero stanca e lui ha dovuto insistere ma alla fine mi ha convinto. Ancora oggi, che siamo sposati da 24 anni, ogni tanto penso come sarebbe andata se quella sera io non mi fosse presentata all’incontro. A volte, le cose importanti si decidono in pochi secondi e una frase può cambiare tutto»  

Nel suo ultimo libro, «L’angolo del mondo» pubblicato da Marcos Y Marcos, lei parla anche del distacco, di quella sensazione di straniamento, del senso di appartenenza, oltre che di identità per chi è isolano, che prova chi abbandona il luogo dove è nato. Come è stato lasciare Cuba per lei, che tuttavia torna spesso a l’Avana? 
«Vivo qui e vivo li, non ho lasciato Cuba come altre persone che tornano per pochi giorni a trovare i parenti o passare una settimana al mare. Infatti, tutto ciò che ho scritto, tranne il libro che sto finendo adesso, l’ho scritto a Cuba. Da una parte, immagino che questo vivere fra due posti così diversi, possa sembrare una situazione quasi idilliaca. Ma io a volte mi sento come se fosse la Alice di Carroll, che cade nel buco del albero o attraversa lo specchio.  Come ho una vita in ogni luogo, questa situazione mi provoca stress. Ogni volta che arrivo in uno dei due paesi, devo riavviare la vita che ho lasciato quando me ne sono andata e che non si è fermata durante la mia assenza, devo aggiornarmi e qui non parlo del fuso orario ma di molte altre cose. Quando passo un poco di tempo e mi sono più o meno abituata e ho ripreso il ritmo del posto, vado nell’altro e ricomincia la storia. La gente si chiede perché continuo ad andare a Cuba, dove è tutto difficile e non ho famiglia. Ma, la mia casa, dove abito da quando avevo 5 anni, la mia città, e i miei amici mi aiutano a «ricaricare le batterie» e tutto ciò che mi circonda e vivo quando sono li, anche i problemi e le difficoltà mi danno senso di appartenenza, e questo mi aiuta a ritrovare me stessa. Credo che non potrei lasciare Cuba, o per dirlo in un modo non assoluto, direi che ho 63 anni, ancora non sono pronta e non so se un giorno lo sarò»

Fernandez Pintado nella sua casa nel Luganese (foto Cdt - Zocchetti)
Fernandez Pintado nella sua casa nel Luganese (foto Cdt - Zocchetti)

Lei di formazione è avvocato. Come mai ha abbandonato i codici e la toga per abbracciare la scrittura? 
«Ho iniziato studiando architettura, non so ancora bene perché. Avevo dei bei voti (mi piace studiare) ma non sono brava a disegnare, avrei dovuto pensarci prima, ma non mi pento. Ho imparato moltissimo. Quando ho deciso di cambiare carriera, ho dovuto fare un processo molto lungo e complicato, e mi permettevano solo scegliere fra Storia, Arte e Leggi. Ho scelto leggi, avrei potuto studiare una delle altre. Ma sono felice di avere scelto Diritto. Una volta finita la carriera, non ho voluto lavorare nei soliti posti ambiti dai laureati in leggi, ma nell’ istituto di cinema di cuba ICAIC (Instituto Cubano del Arte e Industria Cinematografico) come consulente legale. Questo posto, dove ero in contatto con poeti, saggisti, storici del cinema, ricercatori, sceneggiatori, registi, direttori della fotografia, montatori e fonici, mi ha arricchito molto. Credo che se avessi lavorato in uno studio legale non avrei cominciato a scrivere. Sono una avvocatessa «disertore» che scrive, ma studiare leggi mi ha regalato molte risorse per la mia scrittura, perché le leggi si scrivono e si leggono con cura e ogni parola e ogni virgola, contano, e contano anche le persone e le loro circostanze e storie, tutto questo lo uso per raccontare vicende e descrivere situazioni e personaggi. Comunque, non ho abbandonato il Diritto per la scrittura, ho continuato a fare ambe cose fin che mi sono sposata e ho smesso di lavorare a Cuba»

Gran parte della sua famiglia è emigrata, lei passa ancora lunghi periodi a Cuba. Che famiglia è stata la sua? 
«I miei genitori sono morti a Cuba, abbastanza giovani, mia sorella abita negli USA e mio figlio, in Francia.  I miei avevano 18 e 23 anni quando sono nata, si sono laureati dopo la mia nascita, avevamo i nonni e una legione di zie di mia madre che ci adoravano e questo ha permesso ai miei di studiare e lavorare sodo.  Hanno fatto i diplomatici, abbiamo vissuto fuori da Cuba da quando ero una bambina: in Cile durante il governo di Allende fino al colpo di stato di Pinochet (nella nostra casa hanno messo una bomba) e nella Spagna della transizione dopo la morte di Franco. Erano persone colte e hanno seminato questo in me. La mia casa è piena di libri e quadri, la nostra collezione di dischi era famosa e siamo sempre stati attenti a tutta la cultura a Cuba e nei paesi dove siamo stati. La famiglia di mio padre era molto convolta nella lotta contro la dittatura di Batista, la famiglia di mia madre no, anche se aiutavano mio padre nelle sue attività clandestine ma a loro non piaceva la rivoluzione e se ne sono andati negli anni 60 e 70. Non é stato facile per nessuno, abbiamo sofferto tutti, ma abbiamo continuato ad amarci nella distanza fin che ci siamo rincontrati. Prima, le persone che se ne andavano da Cuba non potevano tornare neanche per una visita; questo è cambiato nel 78 durante l’amministrazione Carter ma loro non sono venuti in quei anni.  Io sono stata la prima che gli ho rivisti, sono andata a New York nel 1996 a un evento letterario e, dopo piú di 20 anni di assenze, ci siamo riabbracciati. E stato come se non ci fossimo mai separati. Dopo questo mio viaggio, loro hanno cominciato a tornare a Cuba ogni natale e la famiglia è diventata quasi la stessa della mia infanzia» 

Lei viene pubblicata anche negli Stati Uniti, come è cambiata la percezione dell’America a Cuba dopo l’apertura e le speranze di normalizzazione con l'elezione di Barack Obama e ora con le dichiarazioni come sempre esagerate di Trump? 
«Ero all’Avana durante la visita di Obama e sono stata fortunata per avere vissuto quei tempi. Se dovessi scattare una fotografia della felicità e la speranza del mio popolo, la farei nel concerto dei Rolling Stones il 25 marzo 2016, il nostro piccolo Woodstock. Obama era appena partito, molte cose stavano cambiando e tutti pensavamo che sarebbero cambiate di più. C’era una grande euforia e una sensazione di futuro. Il giorno che Raul e Obama hanno annunciato la normalizzazione delle relazioni fra i due paesi, ero nella città vecchia e tutti suonavano i claxon, era come una festa a cui partecipava tutta la città. In quel periodo sono successe molte cose, tutte ci avvicinavano. Molti cubani che vivevano fuori si sono rimpatriati anche se non si sono fermati a vivere definitivamente ma hanno comprato case e si sono aperti molti piccoli negozi privati che facevano sperare in una apertura maggiore. Il rapporto non è stato solo fra il governo cubano e il governo americano ma fra popoli, era un incontro vero. Eravamo stati abituati a scuola che gli USA erano i grandi cattivi, poi negli USA vivevano le persone che amavamo e ci amavano, ci pensavano tutto il tempo e si preoccupavano per noi in tutti i modi. Ma il vero paese, ce l’hanno raccontato questi americani che non avevano più il divieto del loro governo di venire a Cuba: maestri, infermieri, autisti, che a volte assomigliavano fisicamente a noi, a tal punto che spesso li vedevo girare nel mio quartiere o al mare e fin che non parlavano, non mi rendevo conto che fossero statunitensi. Loro hanno raccontato la loro vita, il loro benessere e le loro fatiche, quelle che non si imparano a scuola ne sullo schermo. Con Trump è tutto cambiato, ha cancellato tutte le cose che aveva fatto Obama, ha imposto nuove misure che rafforzavano l’embargo, ci ha rimesso nella lista dei paesi che ospitano il terrorismo. Biden non ha fatto molto per cambiare queste leggi e questo secondo mandato di Trump -assolutamente inaffidabile- ha creato una situazione di massima tensione a Cuba dal blocco totale del petrolio fino alla minaccia di invasione militare. Ha anche sospeso regole migratorie approvate da Biden. I cubani che hanno sempre avuto vantaggi di tutti tipi negli USA, hanno problemi per regolarizzare la loro condizione migratoria, molti sono stati deportati, altri hanno in bilico la loro sistemazione legale, altri hanno perso il permesso di lavoro, e ci sono alcuni che avendo approvato l’esame di cittadinanza, non hanno ricevuto il passaporto USA. Molti cubani hanno votato Trump, credo che fra i latini sono stati il gruppo che l’ha votato di più. Adesso alcuni hanno smesso di credere in lui, ma altri continuano a difenderlo. Credo che abbiamo sprecato una buona opportunità di fare dei cambiamenti durante il periodo di Obama, adesso tutto è molto più difficile» 

Come è stata la sua infanzia e poi la sua adolescenza a Cuba? 
«Felice, molto felice. Eravamo bambini e adolescenti in un paese che funzionava, anche senza lusso ma ci divertivamo come tutti, eravamo ribelli a volte, ascoltavamo musica proibita, ridevamo delle consegne e gli slogan del partito ma studiavamo seriamente e ci volevamo bene. Io ho studiato la media e il liceo nella scuola Lenin, inaugurata da Brezhnev nel '74, una scuola con altissime esigenze accademiche dove c’era tutto per studiare, ottimi professori e risorse. Nei weekend facevamo come tutti i ragazzi: feste, cinema, concerti. Forse c’era tanta ideologia nella nostra vita a cui non facevamo caso.  Nel 1980 un numeroso gruppo di persone ha assalito l’ambasciata del Peru e si sono rifugiati li, questo ha dato luogo al l’esodo del porto de Mariel. Le persone che se ne andavano da Cuba verso gli USA erano oggetto di atti di ripudio, a volte aggressivi. Non ho mai partecipato a nessuno ma nella mia scuola ci sono stati altri che hanno partecipato, alcuni erano miei amici. Non erano persone cattive ma era un po’ l’atmosfera esaltata di quegli anni e i rapporti molto conflittuali con gli USA» 

Oggi Cuba versa in una situazione molto difficile, è sull’orlo del collasso. Fidel non c’è più e la nuova classe dirigente comunista, dopo 67 anni, non sempre appare in grado di reggere le pressioni esterne come un tempo e quelle interne, con le continue proteste. Come pensa che andrà a finire? 
«Non ho idea, e questo mi angoscia moltissimo. In questo momento, si tengono conversazioni fra Cuba e USA, sono segrete, non si sa bene chi partecipa al dialogo ne cosa c’è sul tavolo, allora ci sono molte speculazioni sul tema ogni giorno. Comunque, per prima volta dopo la visita di Obama, un aereo del governo degli USA è atterrato a Cuba per dialogare, questo vorrà dire qualcosa. Immagino che il dialogo è molto complicato con posizioni lontanissime che a volte sembrano inconciliabili. Può succedere di tutto. Trump ha detto cose tipo «mi piacerebbe prendere Cuba» (ha anche detto che lì non ci sono uragani e che c’è il riscaldamento, cosa insolita visto che lui ha una casa in Florida che ha lo stesso clima, caldissimo e colpito dagli uragani) pero ha anche affermato che non vuole intervenire militarmente. Non si può escludere niente. In tanto, a Cuba il blackout è diventata la normalità, c’é mancanza di cibo, medicine, trasporto, benzina, ecc. Detto così sembra solo un elenco di parole ma basta fermarsi un attimo e pensare a una giornata in queste condizioni e poi capire che non è una giornata ma tante giornate una dopo l’altra, dove tutto diventa difficilissimo»    

Cuba, la sua ribellione all’America e la sua capacità di autodeterminazione hanno incendiato i sogni di più di una generazione. Il comunismo romantico, i racconti di Hemingway, il Che, i sigari e il rum, il sorriso di Diego Armando Maradona che abbraccia Fidel, oltre che una scala di valori che apparentemente sembrava cucita addosso a un sogno, a una fascinazione raccontata in film e libri, lentamente si è spenta. Come spiega questa delusione, quanto avete sofferto voi cubani?
«La rivoluzione cubana è stata per molti un sogno di giustizia, libertà e democrazia contro la dittatura di Fulgencio Batista, un presidente golpista, corrotto, torturatore, colluso con la mafia USA. Un gruppo di ragazzi fra i venti e i trent’anni ha sconfitto un esercito armato, finanziato e organizzato dagli Stati Uniti, tutto questo ha creato e consolidato il mito. Guardando i filmati dell’entrata di Fidel e i «barbudos» all’Avana, l’8 gennaio de 1959, uno resta colpito dal fatto che c’era un popolo intero ad accoglierli, formato in gran parte da cittadini della classe media dell’Avana. É tutta una città che gli acclamava. Dietro a questa spinta popolare, il nuovo governo ha cominciato a fare riforme importanti. A Cuba prima della Rivoluzione c’era un alto tasso di analfabetismo (circa il 40 % nelle regioni rurali e di montagna) e Fidel ha subito avviato la Campagna di Alfabetizzazione per insegnare a leggere e scrivere, tantissimi ragazzi sono andati nei posti più isolati ad alfabetizzare e questo ha aumentato ancora di più il mito della rivoluzione. Altre riforme fondamentali sono state le nazionalizzazioni delle imprese degli Stati Uniti e la Riforma Agraria di cui hanno beneficiato 100 mila famiglie (prima il 70 % delle terre apparteneva al 9 % della popolazione) Questo ha subito portato a un confronto duro con gli USA. Nell’ aprile del 61 c’è stata l’invasione della Baia dei Porci, un intento di rovesciare il governo, pianificato dalla CIA sotto Eisenhower e approvato da Kennedy. Nel 1962 si é promulgato il blocco economico che dura ancora oggi. In quel contesto, la famosa Guerra Fredda ha avuto il sopravvento su tutto. IL blocco sovietico è diventato il garante di Cuba (originando la crisi dei missili) e portando nel paese il modello di pianificazione economica sovietica. Gli anni 70 e 80 sono stati un periodo in cui la vita a Cuba, era relativamente agiata, i salari corrispondevano al costo della vita e la salute, educazione, cultura e lo sport hanno avuto degli sviluppi altissimi. La caduta del muro di Berlino e la fine del blocco socialista hanno segnato momenti molto difficili a cominciare dal Periodo Especial (iniziato nel 1990) anni durissimi per tutta la popolazione, che si è alleviata un poco con la apertura massiccia al turismo, prima quasi inesistente e la possibilità per i cubani di possedere dollari, fino ad allora considerato un reato. Questo Periodo Especial ha portato anche all’esodo del 94, dove tantissime persone (famiglie intere) con imbarcazioni di fortuna rischiando la vita se ne sono andati. Il sogno cubano si era un po’ incrinato e molti hanno cominciato a sperare in un futuro fuori dall’isola. Alla fine degli anni 90 è iniziato il rapporto privilegiato con il Venezuela di Chavez che è stato fondamentale per la ripresa assieme al turismo, al personale medico all’estero e alla rimessa dei migranti che crescevano in continuazione. Il sequestro di Maduro e il conseguente venir meno del petrolio venezuelano si è aggiunto a una situazione già molto deteriorata dovuta a scelte discutibili quali la riforma monetaria che ha portato al mercato parallelo (mercato grigio) nel cambio con il dollaro, creando un’inflazione galoppante. Fra le misure degli USA sempre più aggressive che hanno creato un ulteriore irrigidimento verso ogni forma di critica e i problemi interni del paese, di pianificazione, burocrazia, immobilismo e chiusura, lo scenario attuale si presenta quasi drammatico dal punto di vista sociale ed economico. La vita è diventata particolarmente precaria per i cittadini che non ricevono soldi dall’estero. Le timide aperture fatte negli ultimi anni, hanno aiutato un poco a fornire ai cubani più o meno benestanti quelle cose che lo stato non è in grado di garantire, e pur essendo ancora insufficienti, hanno creato molte disuguaglianze. Sono nata nel 1963 e non ho c’è stato momento peggiore di questo»  

Lei ha fatto diverse conferenze e altre ne farà in queste settimane. C’è una domanda che ricorre in queste occasioni? 
«Tutti vogliono sapere sulla situazione attuale di Cuba e cosa accadrà nel futuro prossimo. Le persone sono interessate ed io gradisco questo interesse nei confronti del mio paese ma dare una risposta esaustiva non è così semplice. Gli ipotetici scenari futuri sono molti e molto diversi»   

Lei è stata indicata come la scrittrice capace di «ritrarre con lucidità e umorismo la Cuba contemporanea e le vita dei cubani in esilio». In che stato è oggi la letteratura cubana, si legge ancora tanto? 
«Da una parte un libro è sempre un rifugio spirituale nei tempi bui. Dall’altra, il fatto di dovere vivere una giornata che sembra una lotta contro tutti i mulini del mondo, ruba alle persone tempo ed energia da dedicare alla lettura. Si pubblica ancora ma molto meno e con pochissime risorse, si stampano meno copie, si punta sul libro digitale e le case editrici sono molto arretrate con i manoscritti da stampare. Si fanno ancora presentazioni di libri e incontri con gli autori, letture e dibattiti, corsi di scrittura e la gente va secondo le loro possibilità visto la mancanza di trasporto pubblico ma allo stesso tempo, è come se questi incontri aiutassero a rendere le giornate meno difficili.  Quest’anno, la Fiera del Libro, chiamata la festa del libro di Cuba, è stata cancellata per la mancanza di condizioni».  

Chiudiamo con una domanda che si riallaccia alla prima: come vive in Ticino e in generale in Svizzera e come si è adattata a una cultura e un ambiente diversi da quelli che ha vissuto nel suo Paese d’origine? 
«Diciamo che il fatto che io abbia vissuto in altri posti da piccola, ha aiutato molto. Viaggiare è sempre una cura di umiltà, uno impara che il mondo è grande e che ci sono molti modi diversi di vivere e quando lo impari da bambino, lo assumi in un modo più naturale. Può darsi che in un certo senso io non sia tanto tipica, non so ballare, non ho mai provato il famoso rum, sono quasi vegetariana, e la musica che amo di più sono il jazz, la classica e le canzoni d’autore (stile De Gregori e De André) Conosco la lingua e non penso che il mio paese di origine sia il centro del universo; mi interessa tutto ciò che accade qui, in Europa, nel mondo. Ma mi manca molto il mare, mi manca L’Avana grande, rumorosa, caotica, piena di sole e di gente così estroversa che diventa quasi invadente, mi manca il mio passato in ogni angolo della città, la sensazione che mi appartengono ogni virtù e ogni difetto di Cuba. E sono sempre in ansia per il suo futuro» 

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