«La nostra voce ci racconta»

Canta (che ti passa la paura), cantava Herbert Pagani nel 1967, in un brano poi ripreso da Giorgio Gaber l’anno successivo. Per Zucchero, il canto fa passare la malinconia. Per Valentina Londino - cantante, stimata docente di canto e autrice - la voce è qualcosa di ancora più profondo: è una bussola, una terapia, un modo per rimettere ordine nel caos quotidiano. L'abbiamo incontrata per capire come la nostra identità sonora definisca chi siamo.
Partiamo da una
bellissima frase che le è stata detta: «Qualunque cosa ti accada, alla fine ci
canti sempre sopra». È davvero così?
«È esattamente
così. Per il mestiere che faccio e per la naturalezza con cui mi esprimo, il
canto è la mia valvola di sfogo, ciò che rimette ordine e mi ridona
l’equilibrio. Può crollare tutto intorno a me, ma mi basta cantare per
ritrovare il mio centro. Per me è un’attività assolutamente terapeutica».
Ognuno di noi
emette una sua «frequenza» quotidiana. Come si riconosce la propria nota e
quanto c’entra il carattere?
«La voce è il
corpo stesso: è il suo gesto sonoro e l'espressione della nostra identità più
profonda. Non esiste una voce uguale a un'altra, proprio come non esiste
un'impronta digitale identica. Il carattere gioca un ruolo decisivo: le persone
estroverse tendono ad avere un timbro più penetrante ed energico, mentre chi è
più timido e introspettivo mostra spesso un parlato più delicato e morbido, che
nel canto sfocia in una vocalità sussurrata».
Riconoscere la
propria voce significa anche svelarsi?
«Significa andare
oltre il ruolo che ci cuciamo addosso. Avevo un'allieva, una donna d'affari in
un ambiente fortemente maschile, che parlava con una voce molto grave, quasi
costruita per cercare autorevolezza. Quando cantava, quella maschera spariva:
la sua voce naturale e comoda era molto più alta di quella che usava per
parlare».
Celentano canta
che «l’emozione non ha voce». Ma la voce cambia con quello che viviamo...
«Sì, eccome. La
nostra voce cambia nel corso della vita e a seconda delle nostre esperienze. Ci
sono studi scientifici recenti che hanno trovato un'analogia tra i noduli
vocali e la difficoltà a esprimere la rabbia in certi pazienti: una
correlazione tra un problema fisiologico, una fragilità psicologica e uno
stress di fondo. Nella voce cantata questo è ancora più evidente perché si è
nudi. Se nel parlato si può ancora mentire, nel canto è quasi impossibile:
viene fuori la sincerità più pura».
Docente di canto.
Il suo metodo di insegnamento affonda le radici in un momento personale molto
difficile. Cosa è successo?
«Ho vissuto sulla
mia pelle dei problemi tecnici che in realtà erano fisiologici: avevo una cisti
epidermoide su una corda vocale. Inizialmente non si vedeva e si manifestava
sotto forma di noduli. Ho subìto una prima operazione che ha risolto la situazione
solo momentaneamente, e poi una seconda diversi anni dopo, quando è arrivata la
diagnosi corretta. È stata un'esperienza terribile, ma anche una grande
benedizione».
In che modo un
problema così grave è diventato una benedizione?
«Mi ha obbligata
a farmi tantissime domande su come funzionasse davvero la voce. Ho sperimentato
la frustrazione profonda di non riuscire a cantare e ho dovuto trovare canali
alternativi per bypassare ciò che non funzionava. Grazie a quel percorso, la teoria
è diventata carne, concretezza, e oggi si riflette nel mio modo di insegnare».
Come si svolge il
primo incontro con un suo nuovo allievo?
«Cerco prima di
tutto di capire chi c'è dietro quella voce, cosa si aspetta e cosa vuole
comunicare. Questo è fondamentale soprattutto con gli adulti, che hanno un
bagaglio di esperienze, cose da dire o blocchi da superare. Poi procedo nel
modo più scientifico e «atletico» possibile: spiego come funziona lo strumento,
nomino le parti biologiche che si muovono, spiego le variabili del timbro. Si
parte dall’allenamento muscolare - le corde vocali sono legamenti che si
allungano e si accorciano - e poi si passa alla respirazione. Una volta che gli
ingredienti ci sono, si può cominciare a cucinare. L'obiettivo è rendere
lallievo del tutto autonomo nella gestione del proprio strumento».
Veniamo al canto.
Lei spazia moltissimo tra i generi musicali. Questa poliedricità riflette la
sua personalità?
«All'inizio lo
vivevo come un punto debole, mi disorientava; oggi ci ho trovato il mio
orientamento. Le cose che mi emozionano davvero sono due: da una parte il
cantautorato italiano, per lingua e cultura; dall'altra tutta la musica black,
il soul, il R&B. Sto cercando di unire queste due anime: scrivere musica
con sonorità soul e blues, ma cantata in italiano, perché è lì che mi sento
autentica».
Oggi sta
affiancando al ruolo di interprete anche quello di autrice. Come sta andando?
«Sì, è il mio
progetto attuale: firmare qualcosa di mio. Per ora scrivo insieme a Peo Mazza,
Christian Gilardi e Sara Magon nel quartetto di musica popolare Panighiröl di
cui faccio parte (noto per il recupero delle tradizioni e leggende del Canton
Ticino, n.d.r.). Siamo partiti reinterpretando il repertorio storico, ma ora
stiamo registrando un disco di brani originali scritti insieme. Questa è la mia
prima esperienza da autrice, ma sto lavorando anche a un progetto solista».
Come nasce una sua
canzone? Prima la musica o le parole?
«Prima ancora viene il concetto: cosa voglio dire e quale sfumatura voglio
dare. Poi normalmente mi siedo al pianoforte, trovo un giro di accordi che mi
emoziona, e subito dopo nasce il testo: musica e parole crescono insieme. È un
vero e proprio cambio di paradigma per me: sono sempre stata l'interprete delle
storie degli altri, mentre ora sento l'esigenza di raccontare la mia, senza
inventare narrazioni ma parlando delle mie gioie e dei miei dolori. Forse ho
aspettato così tanto che adesso mi esce tutto di getto».
Inevitabilmente una domanda sull’intelligenza artificiale. Cosa pensa
dell’IA applicata alla musica?
«Per il mio compleanno un amico mi ha regalato una canzone
su di me creata con l'IA e ho pianto. Può emozionare, ma la sfida è usare la
tecnologia senza annullare la nostra unicità. Insegno anche alle medie e alle
professionali, l'IA fa parte dell'educazione. Non possiamo ignorarla, ma
dobbiamo usarla consapevolmente: può far risparmiare tempo, ma non deve
sostituire la creatività. Il senso profondo di una canzone dipende
dall'interprete. Dalla voce. E quella, per ora, è ancora nostra».
Il gioco di Valentina
Voci che cambiano con l’età. Voci che si trasformano a seguito di uno shock emotivo. Voci che evidenziano il carattere di una persona. «A volte faccio un gioco, ascoltando i cantanti cerco di interrogarmi sulla loro identità e carattere».
Nina Simone
«In
un’intervista raccontava che, dopo una manifestazione per i diritti civili
degenerata nella violenza, la sua voce non fu più la stessa.
Diceva di non riuscire più a raggiungere certe note, di aver sviluppato un modo
più duro, più drammatico di cantare. Era cambiata dentro, e quindi era cambiato
il suono».
Thomas Quasthoff
«Dopo la
morte del fratello non riuscì più a cantare musica lirica. I medici gli dicevano
che fisicamente era tutto a posto, ma lui non riusciva più a esprimersi con
quel linguaggio. Così è passato al jazz, cambiando completamente repertorio».
Amy Winehouse
«Lei è una
di quelle artiste la cui voce è cambiata insieme alla sua vita. Se ascolti le
registrazioni giovanili e poi quelle degli ultimi anni, vicino alla morte,
senti davvero una trasformazione. Non è solo una questione di abuso di
sostanze: dentro quella voce si sente tutto il dolore che portava con sé».
Mina
«Continua a
cantare, giustamente, con la voce di una signora di ottant’anni - non perché
non l’abbia saputa preservare, ma perché è la voce di un corpo che matura, che
invecchia».
Luigi Tenco
«Quando lo
ascolto, non mi stupisce pensare all’epilogo drammatico che ha dato alla sua
vita. A volte ci sento della sfrontatezza. Una sfrontatezza che nasconde una
grande fragilità - come se si stesse costruendo una corazza. Una voce che
sembra molto dura, ma non convince. Che nasconde dentro una grande fragilità».
