L'intervista

«La nostra voce ci racconta»

Valentina Londino, cantante, autrice, insegnante: «Qualsiasi cosa accada, io ci canto sopra»
Valentina Londino docente di canto e cantante. © CdT/Gabriele Putzu
Marco Ortelli
07.06.2026 15:00

Canta (che ti passa la paura), cantava Herbert Pagani nel 1967, in un brano poi ripreso da Giorgio Gaber l’anno successivo. Per Zucchero, il canto fa passare la malinconia. Per Valentina Londino - cantante, stimata docente di canto e autrice - la voce è qualcosa di ancora più profondo: è una bussola, una terapia, un modo per rimettere ordine nel caos quotidiano. L'abbiamo incontrata per capire come la nostra identità sonora definisca chi siamo.

Partiamo da una bellissima frase che le è stata detta: «Qualunque cosa ti accada, alla fine ci canti sempre sopra». È davvero così?
«È esattamente così. Per il mestiere che faccio e per la naturalezza con cui mi esprimo, il canto è la mia valvola di sfogo, ciò che rimette ordine e mi ridona l’equilibrio. Può crollare tutto intorno a me, ma mi basta cantare per ritrovare il mio centro. Per me è un’attività assolutamente terapeutica».

Ognuno di noi emette una sua «frequenza» quotidiana. Come si riconosce la propria nota e quanto c’entra il carattere?
«La voce è il corpo stesso: è il suo gesto sonoro e l'espressione della nostra identità più profonda. Non esiste una voce uguale a un'altra, proprio come non esiste un'impronta digitale identica. Il carattere gioca un ruolo decisivo: le persone estroverse tendono ad avere un timbro più penetrante ed energico, mentre chi è più timido e introspettivo mostra spesso un parlato più delicato e morbido, che nel canto sfocia in una vocalità sussurrata».

Riconoscere la propria voce significa anche svelarsi?
«Significa andare oltre il ruolo che ci cuciamo addosso. Avevo un'allieva, una donna d'affari in un ambiente fortemente maschile, che parlava con una voce molto grave, quasi costruita per cercare autorevolezza. Quando cantava, quella maschera spariva: la sua voce naturale e comoda era molto più alta di quella che usava per parlare».

Celentano canta che «l’emozione non ha voce». Ma la voce cambia con quello che viviamo...
«Sì, eccome. La nostra voce cambia nel corso della vita e a seconda delle nostre esperienze. Ci sono studi scientifici recenti che hanno trovato un'analogia tra i noduli vocali e la difficoltà a esprimere la rabbia in certi pazienti: una correlazione tra un problema fisiologico, una fragilità psicologica e uno stress di fondo. Nella voce cantata questo è ancora più evidente perché si è nudi. Se nel parlato si può ancora mentire, nel canto è quasi impossibile: viene fuori la sincerità più pura».

Docente di canto. Il suo metodo di insegnamento affonda le radici in un momento personale molto difficile. Cosa è successo?
«Ho vissuto sulla mia pelle dei problemi tecnici che in realtà erano fisiologici: avevo una cisti epidermoide su una corda vocale. Inizialmente non si vedeva e si manifestava sotto forma di noduli. Ho subìto una prima operazione che ha risolto la situazione solo momentaneamente, e poi una seconda diversi anni dopo, quando è arrivata la diagnosi corretta. È stata un'esperienza terribile, ma anche una grande benedizione».

In che modo un problema così grave è diventato una benedizione?
«Mi ha obbligata a farmi tantissime domande su come funzionasse davvero la voce. Ho sperimentato la frustrazione profonda di non riuscire a cantare e ho dovuto trovare canali alternativi per bypassare ciò che non funzionava. Grazie a quel percorso, la teoria è diventata carne, concretezza, e oggi si riflette nel mio modo di insegnare».

Come si svolge il primo incontro con un suo nuovo allievo?
«Cerco prima di tutto di capire chi c'è dietro quella voce, cosa si aspetta e cosa vuole comunicare. Questo è fondamentale soprattutto con gli adulti, che hanno un bagaglio di esperienze, cose da dire o blocchi da superare. Poi procedo nel modo più scientifico e «atletico» possibile: spiego come funziona lo strumento, nomino le parti biologiche che si muovono, spiego le variabili del timbro. Si parte dall’allenamento muscolare - le corde vocali sono legamenti che si allungano e si accorciano - e poi si passa alla respirazione. Una volta che gli ingredienti ci sono, si può cominciare a cucinare. L'obiettivo è rendere lallievo del tutto autonomo nella gestione del proprio strumento».

Veniamo al canto. Lei spazia moltissimo tra i generi musicali. Questa poliedricità riflette la sua personalità?
«All'inizio lo vivevo come un punto debole, mi disorientava; oggi ci ho trovato il mio orientamento. Le cose che mi emozionano davvero sono due: da una parte il cantautorato italiano, per lingua e cultura; dall'altra tutta la musica black, il soul, il R&B. Sto cercando di unire queste due anime: scrivere musica con sonorità soul e blues, ma cantata in italiano, perché è lì che mi sento autentica». 

Oggi sta affiancando al ruolo di interprete anche quello di autrice. Come sta andando?
«Sì, è il mio progetto attuale: firmare qualcosa di mio. Per ora scrivo insieme a Peo Mazza, Christian Gilardi e Sara Magon nel quartetto di musica popolare Panighiröl di cui faccio parte (noto per il recupero delle tradizioni e leggende del Canton Ticino, n.d.r.). Siamo partiti reinterpretando il repertorio storico, ma ora stiamo registrando un disco di brani originali scritti insieme. Questa è la mia prima esperienza da autrice, ma sto lavorando anche a un progetto solista». 

Come nasce una sua canzone? Prima la musica o le parole?
«Prima ancora viene il concetto: cosa voglio dire e quale sfumatura voglio dare. Poi normalmente mi siedo al pianoforte, trovo un giro di accordi che mi emoziona, e subito dopo nasce il testo: musica e parole crescono insieme. È un vero e proprio cambio di paradigma per me: sono sempre stata l'interprete delle storie degli altri, mentre ora sento l'esigenza di raccontare la mia, senza inventare narrazioni ma parlando delle mie gioie e dei miei dolori. Forse ho aspettato così tanto che adesso mi esce tutto di getto».

Inevitabilmente una domanda sull’intelligenza artificiale. Cosa pensa dell’IA applicata alla musica?
«Per il mio compleanno un amico mi ha regalato una canzone su di me creata con l'IA e ho pianto. Può emozionare, ma la sfida è usare la tecnologia senza annullare la nostra unicità. Insegno anche alle medie e alle professionali, l'IA fa parte dell'educazione. Non possiamo ignorarla, ma dobbiamo usarla consapevolmente: può far risparmiare tempo, ma non deve sostituire la creatività. Il senso profondo di una canzone dipende dall'interprete. Dalla voce. E quella, per ora, è ancora nostra». 

Il gioco di Valentina

Voci che cambiano con l’età. Voci che si trasformano a seguito di uno shock emotivo. Voci che evidenziano il carattere di una persona. «A volte faccio un gioco, ascoltando i cantanti cerco di interrogarmi sulla loro identità e carattere».

Nina Simone
«In un’intervista raccontava che, dopo una manifestazione per i diritti civili degenerata nella violenza, la sua voce non fu più la stessa. Diceva di non riuscire più a raggiungere certe note, di aver sviluppato un modo più duro, più drammatico di cantare. Era cambiata dentro, e quindi era cambiato il suono».

Thomas Quasthoff
«Dopo la morte del fratello non riuscì più a cantare musica lirica. I medici gli dicevano che fisicamente era tutto a posto, ma lui non riusciva più a esprimersi con quel linguaggio. Così è passato al jazz, cambiando completamente repertorio».

Amy Winehouse
«Lei è una di quelle artiste la cui voce è cambiata insieme alla sua vita. Se ascolti le registrazioni giovanili e poi quelle degli ultimi anni, vicino alla morte, senti davvero una trasformazione. Non è solo una questione di abuso di sostanze: dentro quella voce si sente tutto il dolore che portava con sé».

Mina
«Continua a cantare, giustamente, con la voce di una signora di ottant’anni - non perché non l’abbia saputa preservare, ma perché è la voce di un corpo che matura, che invecchia».

Luigi Tenco
«Quando lo ascolto, non mi stupisce pensare all’epilogo drammatico che ha dato alla sua vita. A volte ci sento della sfrontatezza. Una sfrontatezza che nasconde una grande fragilità - come se si stesse costruendo una corazza. Una voce che sembra molto dura, ma non convince. Che nasconde dentro una grande fragilità».

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