Dico la mia

La nuova Europa e la difesa dei nostri valori

Cosa insegnano Mario Draghi e il presidente canadese Mark Carney – E perché la Svizzera farebbe bene ad ascoltarli
©RONALD WITTEK
Giò Rezzonico
07.06.2026 15:00

Stiamo vivendo la fine di un’epoca, la fine di un ordine politico che ha garantito settant’anni di pace dopo due conflitti mondiali che hanno provocato milioni di morti. Un ordine basato su un Occidente unito per difendere i valori della nostra cultura. Con l’ascesa di Trump alla presidenza degli Stati Uniti gli equilibri su cui si è retto il dopoguerra sono irreversibilmente crollati. Su questa tematica vitale per l’Europa metto a confronto due grandi figure: Mario Draghi e il premier canadese Mark Carney, in sintonia sul modo di affrontare questa grave crisi.

Siamo nel mezzo di una frattura, non di una transizione, osserva Carney. Il vecchio ordine non tornerà. Non perdiamo tempo a rimpiangerlo. La nostalgia non è una strategia. Per la prima volta a memoria d’uomo siamo davvero soli insieme, gli fa eco Mario Draghi. Al di là dell’Atlantico non possiamo più dare per scontato che i custodi dell’ordine postbellico restino impegnati a preservarlo. Il nuovo ordine, osserva il premier canadese, è basato sulla rivalità tra le grandi potenze: i forti fanno ciò che vogliono, senza rispettare il diritto internazionale, e i deboli subiscono. Che fare di fronte a questa nuova preoccupante situazione? Chi crede nel rispetto dei diritti umani, nello sviluppo sostenibile, nella solidarietà, nella sovranità e integralità dei vari stati deve unirsi, ammonisce il premier canadese, perché «se non saremo al tavolo, figureremo sul menu». Certo, gli fa eco Draghi, «solidarietà, democrazia, stato di diritto e protezione delle minoranze sono l’eredità dell’Europa del dopoguerra». Non tutti i mali vengono per nuocere, si potrebbe dire. Dalla frattura, osserva infatti Carney, possiamo costruire qualcosa di più grande, di migliore, di più forte, di più giusto.

Dello stesso parere è Mario Draghi quando afferma che quello che stiamo vivendo non è solo un momento di pericolo, ma anche di rivelazione. «Perché le forze che oggi mettono alla prova l’Europa stanno compiendo qualcosa che decenni di pace e prosperità non sono riusciti a fare: stanno spingendo gli europei a riconoscere ciò che hanno in comune e ciò che sono disposti a costruire assieme». Ma l’attuale Unione Europea sarà in grado di gestire una missione così importante? No, risponde l’ex direttore del Fondo monetario europeo, perché non era stata costruita con questo scopo. Saranno pertanto indispensabili importanti riforme, che richiederanno però tempi lunghi. Che fare nel frattempo? Attuare quello che Draghi definisce il «federalismo pragmatico». Alcuni stati, non tutti i 27 dell’unione, quelli che credono nell’azione comune per salvare i valori europei, inizino a mettersi assieme per fare da traino a tutti gli altri, alleandosi magari con il Canada di Carney.

E la Svizzera? Potrà il nostro paese rimanere alla finestra? Potrà rompere con l’Europa esistente o con quella nascente auspicata da Draghi come vorrebbero Unione Democratica di Centro e Lega? Sarebbe un vero suicidio. Iniziamo quindi a votare no il 14 giugno all’iniziativa popolare «No a una Svizzera da 10 milioni», perché un sì ci allontanerebbe definitivamente dall’Europa.

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