La parabola della spia Aldrich Ames

La Guerra Fredda volgeva al culmine, quando la spia che ha sconvolto l’America decise di cambiare la storia. E di passare, come accade nei film e nei romanzi, dall’altra parte della barricata. Era l’aprile del 1985, quando Aldrich H. Ames, funzionario della Cia e originario del Wisconsin, consegnò a mano la prima busta indirizzata al capo del Kgb all’ambasciata sovietica a Washington, svelando una serie di segreti del suo Paese in cambio 50.000 dollari. Tutto calcolato, tutto programmato con incredibile freddezza. Anche se, a ben vedere, la storia della spia più celebre degli Stati Uniti era iniziata in occasione di un pranzo con alcuni agenti russi sotto copertura sostenuto da tanto, troppo alcol in un hotel non lontano dalla Casa Bianca. Il bilancio finale racconta che Ames, con il suo doppio gioco, ha compromesso più di 100 operazioni clandestine e causato la morte di almeno 10 agenti.
Troppi debiti, «immediati e continui»
Aldrich H. Ames è morto il 5 gennaio portandosi nella tomba gli ultimi segreti. Il suo decesso è stato registrato nel database dei detenuti del Federal Bureau of Prisons e poi confermato da fonti ufficiali del carcere. Stava scontando una pena all’ergastolo, senza possibilità di libertà vigilata, al Federal Correctional Institution di Cumberland, nel Maryland. Aveva 84 anni. Ne aveva 52 quando fu scoperto e poi processato dopo essersi dichiarato colpevole di spionaggio per l’Unione Sovietica. «Problemi finanziari, immediati e continui», disse Ames con tono distaccato durante gli interrogatori, furono ciò che lo spinse a spiare per l’Unione Sovietica e a rimanere un agente che tradiva per nove anni, fino al momento del suo arresto. Era stato nel mondo dello spionaggio e del controspionaggio per 31 anni, spesso sotto copertura come funzionario del Dipartimento di Stato mentre lavorava segretamente come agente della Cia. Solo nel 1993 fu avviata un’indagine penale formale, promossa in gran parte dall’Fbi. E proprio un pool di agenti federali aveva catturato Ames il 21 febbraio 1994.
Il padre alcolizzato
In un bel ritratto scritto sul New York Times da Tim Weiner, ex corrispondente per la sicurezza nazionale del Times oltre che autore di «Legacy of Ashes: A History of the Cia», si racconta che Ames era figlio di un agente della Cia alcolizzato. «Ames ha scalato i ranghi dell’agenzia per 17 anni, finché non ha raggiunto un incarico di straordinaria sensibilità nel quartier generale». Divenne capo del controspionaggio della divisione sovietica della Cia nel settembre 1983. «Ebbe accesso ad alcuni dei segreti più oscuri del Paese: in particolare, ai suoi legami clandestini con i sovietici, che collaboravano segretamente con l’intelligence americana. Si trattava di un piccolo gruppo, appena una dozzina in tutto, formatosi nel corso di due decenni e ben inserito nelle agenzie governative e nelle ambasciate sovietiche in tutto il mondo».
Il KGB si occupò di lui e si occupò anche dei suoi traditori. Ben 10 spie sovietiche e del blocco sovietico furono arrestate, interrogate e giustiziate per tradimento. Una fu imprigionata. Almeno due riuscirono a fuggire.
Dieci sovietici giustiziati
Ames consegnò a Mosca i nomi di agenti sovietici e del Patto di Varsavia reclutati, oltre a informazioni su centinaia di operazioni di intelligence. In cambio ricevette oltre un milione di dollari in contanti e la promessa di almeno un altro milione di dollari e di una proprietà in Russia. Nel suo accordo di patteggiamento, Ames ammise di aver fornito al suo referente del Kgb i nomi di «virtualmente tutti gli agenti sovietici della Cia e di altri servizi americani e stranieri a me noti», insieme a «una enorme quantità di informazioni sulle politiche estere, di difesa e di sicurezza degli Stati Uniti». «Ci fu questo strano trasferimento di lealtà», disse. «Non verso il sistema sovietico, che ritenevo un regime bestiale, disumano e vile». Piuttosto, suggerì di essersi disilluso dell’intelligence statunitense e di aver spostato la propria lealtà verso uno stile di vita e un mondo che considerava al di sopra delle meschine preoccupazioni dei governi.
Una parentesi a Roma
Nel 1986 la Cia lo trasferì a Roma, dove continuò a consegnare documenti ai sovietici con regolarità. Tornato a Washington nel 1989, iniziò a effettuare passaggi di documenti usando nascondigli in zone poco frequentate e segnali lasciati su cassette postali e pali dei servizi pubblici. Sebbene Cia e Fbi fossero consapevoli che dei segreti venivano sottratti - man mano che gli agenti russi iniziavano a scomparire - ci vollero anni per concentrarsi su Ames. Il suo stile di vita nell’area di Washington, una Jaguar e una casa da 540.000 dollari acquistata in contanti in Virginia, non aveva sollevato interrogativi.
Ames si dichiarò colpevole nell’ambito di un accordo che prevedeva clemenza per la moglie di allora, Rosario, 41 anni, accusata di aver partecipato allo spionaggio. All’epoca, il loro figlio Paul aveva 5 anni ed era andato a vivere con la nonna in Colombia. Rosario fu condannata a cinque anni e tre mesi di carcere, ma fu rilasciata dopo quattro anni, in parte per poter tornare a Bogotá e da suo figlio.