Le parole della politica

La paura che fa inceppare la democrazia

La Svizzera non è estranea a una dinamica che ha travolto l'Europa, gli ultimi referendum lo hanno dimostrato
©Chiara Zocchetti
Camille Chenoux
26.07.2026 23:03

Quando ci governa la paura? La paura è forse l’emozione politica più antica che esista, prima ancora che esistessero gli Stati, i leader sapevano che chi controlla la paura in fin dei conti controlla anche il consenso. Niccolò Machiavelli lo aveva già capito, meglio essere temuti che amati, scriveva, poiché l’amore si regge su un obbligo morale che l’interesse personale spezza facilmente, mentre la paura si fonda sul timore di una pena che non svanisce mai. Oggi quella lezione pare sin troppo metabolizzata e industrializzata.

Innumerevoli sono i sondaggi che vengono fatti sulla base di quale sia la più grande paura dei cittadini, la paura dello straniero, della crisi economica, del declino culturale, del futuro e così via. Quel sentimento è diventato materia prima di una politica che spesso rinuncia a costruire visioni e si accontenta di alimentare ansie. Il meccanismo innescato è semplice e antico, si identifica un nemico e si propone l’ego del leader come unico argine e protezione, gli algoritmi dei social media hanno reso questo schema più efficiente che mai, premiando i contenuti che suscitano reazioni forti, e la paura, si sa, reagisce sempre.

Il problema non è che la paura esista, sarebbe davvero ingenuo negarlo. Alcune paure sono legittime, radicate in trasformazioni reali, pensiamo ad esempio alla precarietà del lavoro, all’accelerazione tecnologica, all’instabilità geopolitica e alle ripercussioni di tali instabilità nel contesto domestico, sono evidentemente fenomeni concreti che producono insicurezza.

Il problema è quando la politica sceglie di abitare quella paura invece di governarla, quando preferisce specchiarsi nell’ansia collettiva anziché proporre strumenti per ridurla. In quell’esatto momento, la democrazia si inceppa, i cittadini non vengono trattati come soggetti razionali capaci di affrontare la complessità, ma come masse da orientare attraverso l’emozione. Il dibattito pubblico per inerzia tende inevitabilmente a impoverirsi, riempito di soluzioni illusorie quanto apparentemente efficaci, mentre dall’altra chi prova a spiegare che il mondo è complicato viene percepito come elitario e nemico del popolo.

La Svizzera naturalmente non è immune da questa dinamica, le campagne referendarie degli ultimi anni hanno ampiamente dimostrato quanto la paura possa diventare argomento politico efficace, basti pensare al tema dell’immigrazione e dell’identità, oltre che alla percepita pressione esterna sull’autonomia elvetica. Eppure, il sistema svizzero ha dimostrato nel tempo di possedere anticorpi che altri paesi molto spesso faticano a replicare. La democrazia diretta costringe i cittadini a confrontarsi con la concretezza delle scelte, non solo con le emozioni che le accompagnano, il voto su una norma specifica richiede un livello di elaborazione che il semplice tifo politico non richiede.

Non è una garanzia assoluta, la paura vince anche nelle urne svizzere, ma è una struttura che, nel tempo, ha abituato una società intera a fare i conti con la realtà e di conseguenza a responsabilizzarsi. In un’epoca in cui la paura è diventata industria, quella capacità di discernimento è forse una delle risorse politiche più preziose che esistano.

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