Società

La ricetta per cambiare la Svizzera? «Ripartire dal cibo e dal rispetto per la vita animale»

Secondo l’autrice ticinese Sara Ammon il pianeta si trova ad un passo dal collasso, ambientale, economico e sociale
Prisca Dindo
28.06.2026 19:00

Ha scritto la parola fine su Svizzera 2035, il suo secondo libro, mentre calava il sipario sull’ultima edizione del forum di Davos. L’attenzione mediatica, quest’anno, era tutta per il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Eppure scienziati e leader economici assicurano che il clima ha occupato una parte centrale dei dibattiti. Sara Ammon la pensa diversamente. Secondo l’autrice ticinese i poteri forti continuano a occuparsi dei dettagli, non del quadro generale. Intanto il pianeta si trova ad un passo dal collasso, ambientale, economico e sociale. Tutti guardano il dito invece della luna - discutono delle conseguenze, ma evitano di mettere in discussione i sistemi che le producono- un atteggiamento che, stando a Sara Ammon, toccherebbe da vicino anche la Svizzera. «È stata l’immagine del Rodano a spingermi a scrivere. Dove un secolo fa il ghiaccio scendeva compatto fino al fondovalle, oggi c’è un laghetto. Ormai il ghiacciaio si è ridotto ad una lingua di ghiaccio. D’estate lo ricoprono con teli bianchi per rallentarne l’agonia. Arretra nell’ambito di un sistema energetico, economico e produttivo che coinvolge il pianeta intero e di cui anche il nostro Paese fa parte, con la propria quota di responsabilità. Non si può più chiudere gli occhi e far finta di nulla. Lo dobbiamo alle nuove generazioni » spiega mentre sfoglia la sua opera in cerca di un editore.

La salvezza passa dalla tavola

Secondo l’autrice, abbiamo chiamato progresso ciò che era un accumulo sistematico di rischio. Abbiamo separato ciò che è inseparabile: economia e salute, politica e biologia, benessere immediato e conseguenze a lungo termine. «Lo abbiamo fatto anche in buona fede, ma tant’è. La conseguenza è che ora siamo seduti su una polveriera. Il problema non è solo climatico. È sistemico», avverte Ammon.

Il suo «Svizzera 2035. Lo Stato come infrastruttura del Vivente» non è un J’accuse, anzi. Insieme alla diagnosi fondata su dati scientifici distribuiti nelle trecentosettantanove pagine, l’autrice indica una via. La salvezza, secondo Sara Ammon, passa dalla tavola. Da un’alimentazione che non prevede il sacrificio di animali. «Se ognuno di noi elimina i prodotti derivanti dalla carne, l’economia sarebbe costretta a cambiare rotta e «il pianeta non imploderà». È tra la scelta di un piatto di legumi e un filetto che l’autrice vede il cardine della trasformazione.

Il prezzo dell’ecatombe

I numeri che Ammon porta a sostegno della sua tesi provengono da organismi internazionali e sono difficili da ignorare.

L’industria della carne e del latte è uno dei settori con il maggiore impatto ambientale sul pianeta. Senza interventi mirati, secondo le proiezioni della FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, entro il 2050 il problema peggiorerà significativamente. Oggi questo genere di allevamento è responsabile tra il 14 e il 18% delle emissioni globali di gas serra, una quota superiore a quella dell’intero settore dei trasporti.

Sul fronte del suolo, stando almeno all’ILRI, l’International Livestock Research Institute, la zootecnia occupa, direttamente o indirettamente, tra pascoli e coltivazioni di mangimi, il 30% delle terre non coperte dai ghiacci.

L’impatto idrico è altrettanto pesante: il Water Footprint Network scrive che per produrre un chilo di carne bovina occorrono più di quindicimila litri d’acqua, una media globale che varia in base al metodo di allevamento e alla geografia.

«Emissioni, uso del suolo, acqua, conversione di ecosistemi e ricadute sanitarie - annota Ammon - convergono nella stessa direzione: il sistema alimentare è uno dei nodi principali attraverso cui la pressione umana diventa pressione sul sistema Terra. Tanto più che nel complesso, il numero di animali uccisi ogni anno si misura in trilioni. Un’ecatombe che pesa sull’ambiente e sulla nostra salute». A questi dati l’autrice affianca una riflessione sulle ricadute sanitarie dirette per l’essere umano.

Così fan tutti (compresi noi)

Sara Ammon dice di essere orgogliosa di essere svizzera. Tuttavia il suo amore per la patria ultimamente si sta sbiadendo. «L’immagine bucolica del nostro paese - spiega la scrittrice tutta natura e felicità degli animali, è ingannevole. Sono poche le mucche, le pecore o le capre che scorrazzano felici nei campi di fiori. Al di fuori dalla narrazione pubblicitaria, c’è un paese che inquina, con animali allevati ed ammazzati per la nostra alimentazione. Ciò che non produciamo, lo importiamo dall’estero ». La Svizzera non figura tra i grandi produttori mondiali di carne, eppure il suo consumo pro capite rimane elevato. Secondo i dati dell’Ufficio federale dell’agricoltura, ognuno di noi consuma in media oltre un chilo di carne la settimana.

«Sono fermamente convinta che l’allevamento intensivo mondiale è una forma di autodistruzione organizzata nei minimi particolari.La maggior parte delle persone prova empatia per gli animali e allo stesso tempo, partecipa ai sistemi che ne prevedono l’uccisione di massa» osserva Ammon.

Diritto alla vita animale

Eppure secondo l’autrice, avremmo tutte le carte in regola per segnare una svolta. «Siamo un paese piccolo che funziona, capace di affrontare i cambiamenti. Potremmo trasformarci in un laboratorio del possibile e dimostrare che prosperità, salute pubblica e rispetto per la vita possono procedere insieme. Dovessimo trasformarci nel primo paese a riconoscere il diritto alla vita animale, metteremmo in crisi le pratiche alimentari che stanno uccidendo il Pianeta».

La rivoluzione auspicata da Ammon potrebbe partire dal basso, prima ancora che dall’alto. Ogni consumatore sceglie cosa mettere nel piatto e le nuove generazioni sono sempre più sensibili sul fronte dell’alimentazione. «I giovani capiscono che gli animali sacrificati per l’alimentazione umana soffrono esattamente come quelli da compagnia. Sono coscienti dei danni che provoca tutta la filiera della carne e sono pronti a fare il cambiamento».

IL 2035 del titolo è esattamente l’orizzonte entro cui, secondo Ammon, alcune scelte cruciali dovranno essere compiute. «Ho voluto mettere nero su bianco ciò di cui sono profondamente convinta perché credo che le cose possano ancora cambiare», conclude l’autrice. Ammon ha avviato una discussione. Spera che entro dieci anni nessuna vita venga più considerata una variabile sacrificabile del sistema economico. Chissà se la storia le darà ragione.

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