L’analisi internazionale

La rivincita dell’Ucraina: arabi e Berlino chiedono aiuto contro i droni

Ora sono gli altri a rivolgersi a Kiev per avere un supporto nel contrasto dei droni kamikaze, arma rivelatisi devastante nel conflitto nel Golfo Persico
© KEYSTONE (EPA/SERGEY KOZLOV)
Guido Olimpio
04.04.2026 13:45

Con l’invasione russa l’Ucraina è stata costretta a chiedere l’aiuto all’Occidente, in alcuni casi ha dovuto supplicare le forniture militari arrivate con il contagocce. Ma ora si prende la sua piccola-grande rivincita: sono gli altri a rivolgersi a Kiev per avere un supporto nel contrasto dei droni kamikaze, arma rivelatisi devastante nel conflitto nel Golfo Persico.

Il presidente Zelesnky, nell’arco di pochi giorni, ha firmato tre accordi di collaborazione nel campo della difesa con Arabia Saudita, Emirati e Qatar. Patti anticipati dall’invio nella regione di alcune dozzine di esperti subito impiegati nell’assistenza alle monarchie. Non c’era e non c’è tempo da perdere perché i pasdaran, usando gli Shahed, sono riusciti a provocare danni consistenti a siti petroliferi, scali marittimi e aeroporti, basi importanti. Lo scudo adottato dagli «sceicchi» ha funzionato in parte, un insieme di sistemi d’origine occidentale ormai ben testati.

Tuttavia, si sono rivelati insufficienti a creare un ombrello ed è normale che sia così, in quanto non esistono equipaggiamenti che diano risposte definitive. Ecco che allora Kiev ha colto in modo veloce l’opportunità offrendo il proprio braccio e l’esperienza di anni di raid scatenati dalla Russia, incursioni dove gli invasori si sono affidati a mezzi di loro produzione e a velivoli senza pilota costruiti originariamente in fabbriche iraniane. Uno scambio che ha portato denaro e supporto diplomatico in favore della Repubblica islamica.

Mosca ha acquistato migliaia di Shahed lanciati subito nella mischia, successivamente li ha realizzati su licenza confermando la qualità di un drone efficace e relativamente poco costoso (sui 20-40 mila euro) rispetto ai missili. Kiev li ha studiati, analizzati e provato a fermarli spesso con successo applicando tecniche meno dispendiose, trovando soluzioni ingegnose come il ricorso a vecchie mitragliatrici della Prima guerra mondiale - elaborando una rete di avvistamento. Infatti, i suoi ingegneri hanno messo a punto droni antidrone di nuova concezione: alcune centinaia di esemplari sono già stati spediti nel Golfo per replicare all’emergenza. L’insieme delle conoscenze è diventato un punto di vantaggio rilevante permettendo all’Ucraina di allargare l’orizzonte delle sue sponde. Le intese con i regimi sunniti sono ancora più significative se consideriamo i grandi rapporti esistenti tra gli emiri e il Cremlino.

Dubai è diventata la seconda patria per uomini d’affari, oligarchi e trafficoni russi, personaggi stabilitisi a migliaia nella città dove hanno acquistato importanti quote del settore immobiliare ed hanno alimentato il mercato dell’oro.

I vertici degli Emirati, pur amici dell’Ovest, hanno mantenuto relazioni solide con Vladimir Putin e il suo entourage perché è come una relazione tra «clan» di potere.

Stessa cosa per l’Arabia Saudita, tutelata dagli Usa ma in sintonia con i metodi sbrigativi del neo-zar, o per il Qatar. C’è una convergenza di interessi economici mescolata ad un gioco di alleanze. In questa fase, però, Mosca è chiaramente al fianco degli ayatollah.

C’è poi un secondo quadrante dove Kiev sta giocando le sue carte: l’Europa. Alcuni eserciti dell’UE si sono rivolti agli ucraini per ottenere informazioni sugli Shahed ma anche sui droni marittimi, battelli impiegati in Mar Nero con risultati notevoli contro la flotta russa. Una piccola delegazione di istruttori terrà dei corsi in Germania, probabile che esistano programmi analoghi con altri stati. La Nato ha l’occasione di imparare molto da chi ogni giorno è impegnato in una sfida per la sopravvivenza.