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La satira non piace al regime cinese

La storia di Gao Zhen, emigrato in USA, che rischia tre anni per aver realizzato opere d’arte su Mao
Silverio Di Silvio
06.04.2026 06:00

Era la mattina del 26 agosto 2024, quando una trentina di poliziotti avevano fatto irruzione nello studio di Gao Zhen a Yanjiao, piccola città nella prefettura di Sanhe a circa un’ora d’auto da Pechino. Dopo averlo identificato gli agenti avevano arrestato l’artista (che vive dal 2022 a New York e che si trovava in Cina con la moglie e il figlio per far visita ad alcuni parenti) su ordine dell’Ufficio di Pubblica Sicurezza. Secondo quanto ha raccontato il fratello e collaboratore di Gao Zhen, Gao Qiang, la polizia quella mattina aveva sequestrato 118 opere d’arte, tra cui sculture, dipinti e fotografie, accusandolo di «lesione della reputazione di eroi e martiri». Va precisato che i fratelli Gao hanno iniziato la loro attività artistica dal 1985 e dopo la rivolta di Tiananmen avevano creato opere per commemorare le vittime del massacro sfruttando anche la satira. Che, evidentemente, non piace al regime.

Le opere sotto accusa

E infatti l’accusa a Gao Zhen ruota attorno a tre opere, realizzate fra il 2006 e il 2008. La prima: Pentimento, una persona inginocchiata che somiglia a Mao Zedong. La seconda: L’esecuzione di Cristo, scultura con sette figure simili a Mao Zedong in piedi che imbracciano fucili puntati verso un Cristo. La terza: Miss Mao, ispirata a un personaggio che sembra emerso dai cartoni animati e ha un’acconciatura anche in questo caso simile a quella di Mao.

Pochi giorni fa, presso il Tribunale popolare di Sanhe, è iniziato il processo a porte chiuse, durato un solo giorno. Ora si attende il verdetto. Il Dipartimento di Stato americano ha dichiarato che a un diplomatico statunitense che aveva tentato di assistere al processo è stato negato l’ingresso. «Gli Stati Uniti sostengono il diritto dell’imputato alla libertà di espressione attraverso la sua arte», si legge in una dichiarazione.

I reati con la nuova legge

Gli avvocati dell’artista hanno sottolineato che il reato contestato è stato inserito nel Codice penale solo nel 2018 con norme diventate più severe nel 2021 - dunque dopo la realizzazione delle opere - e rientra nella normativa che punisce chi viene ritenuto responsabile di aver insultato o diffamato «i nomi, i ritratti e la reputazione di eroi e martiri» della storia cinese. Ma probabilmente, secondo quanto raccontato dalla moglie di Gao, l’accusa è stata legata al fatto che lo scultore avrebbe diffuso online immagini delle opere su Mao anche nel 2024, tra cui la copertina di una biografia dell’ex leader scritta da un giornalista cinese emigrato negli Stati Uniti negli anni ‘80. E questo consente ai magistrati di richiedere pene fino a tre anni.

La prima vittima della nuova legge - otto mesi di carcere, appunto, per «diffamazione di eroi e martiri» - è il giornalista Qiu Ziming che aveva commentato la morte di alcuni soldati cinesi in uno scontro nella valle di Galwan con le truppe indiane in una zona di confine contesa. «In passato, questa legge - ha scritto la Reuters - è stata utilizzata per perseguire individui accusati di aver insultato militari e membri delle forze armate deceduti in servizio, nonché personaggi storici».

Le proteste in tutto il mondo

«Il procedimento giudiziario avviato dalle autorità cinesi contro Gao Zhen viola i suoi diritti fondamentali e rappresenta un passo indietro verso il doloroso passato della Cina», ha dichiarato alla Reuters Elaine Pearson, direttrice per l’Asia di Human Rights Watch. «Le critiche alla brutale eredità di Mao, un tempo tollerate, sembrano ora essere vietate, mentre il presidente Xi Jinping rafforza il suo controllo ideologico ». Oltre 20.000 persone avevano firmato una petizione su Change.org chiedendo il rilascio di Gao Zhen. Una lettera diffusa da Gao Qiang era stata firmata da 181 personalità di spicco della cultura cinese, tra cui il regista Wang Xiaoshuai, gli scrittori Ma Jian, Jung Chang e Ye Fu, e gli artisti Xiao Lu, Han Bing e Meng Huan. La lettera paragonava la detenzione di Gao Zhen alle «persecuzioni della Rivoluzione Culturale ». Lo scorso agosto, l’artista e architetto cinese in esilio Ai Weiwei aveva a sua volta pubblicato una lettera che Gao Zhen gli aveva inviato, dove si tracciavano parallelismi tra la sua detenzione e quella subita da Ai in Cina nel 2011, durata 81 giorni. «Rimanere completamente in silenzio significa rinunciare volontariamente al diritto alla libertà di espressione che gli artisti dovrebbero avere e al diritto alla libertà di parola che spetta a tutti noi. Se il mio caso dovesse creare un precedente, potrebbe portare opere e artisti simili a subire la stessa sorte».

Una storia tragica

Parlando della vicenda di Gao Zhen molti giornali, fra cui New York Times e The Guardian, hanno raccontato la storia tragica della sua famiglia durante la Rivoluzione culturale di Mao. Il padre fu perseguitato a morte nel 1968. La versione delle autorità fu «suicidio». La madre dell’artista e i cinque fratelli vennero a conoscenza della tragedia solo 25 giorni dopo la sua morte. In seguito, la famiglia si recò a Pechino per protestare presso il governo centrale. «Alla fine, ricevettero solo un misero risarcimento », racconta il New York Times. I fratelli Gao furono etichettati come dissidenti e posti sotto controllo dalle autorità dopo aver firmato una lettera aperta di Fang Lizhi, professore di astrofisica che ispirò la Protesta di piazza Tiananmen, a Deng Xiaoping. Fu loro vietato di lasciare il Paese dal 1989 al 2003 e solo l’anno successivo poterono riprendere a viaggiare.

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